Droghe, più multe ma meno carcere

Il Giornale
Andrea Cuomo

Roma. L’antiproibizionismo in materia di droghe è da quarant’ anni un pallino dei Radicali. I quali tornano alla carica inserendo nel pacchetto dei dodici referendum per i quali stanno raccogliendo le firme (e dei quali concludiamo oggi l’analisi) un quesito che intende abrogare il Dpr 309 del 1990 nella parte che prevede la pena detentiva per tutte le violazioni che riguardano fatti di lieve entità legati alla droga (come la modesta coltivazione domestica, il possesso e il trasporto di quantità medie, le condotte borderline tra consumo e piccolo spaccio), conservando soltanto la multa da 3mila a 26mila euro. Naturalmente siamo ben lontani dalla legalizzazione completa delle droghe che secondo i referendari sarebbe il bersaglio grosso. L’obiettivo sarebbe parificare gli stupefacenti, almeno quelli «leggeri», all’alcol e al tabacco, il cui acquisto e consumo sono legali e gestiti dallo Stato, anche grazie a un pesante sistema di tassazione. Ma la liberalizzazione non può essere decisa per via referendaria, a causa delle convenzioni internazionali stipulate dall’Italia. Ma secondo i proponenti qualche obiettivo importante se vincessero i «sì» sarebbe comunque raggiunto: ad esempio, liberare le forze di polizia dai compiti investigativi su fatti di lieve entità e di limitato impatto sulla sicurezza e diminuire il carico giudiziario e penitenziario complessivo.

I Radicali sono da sempre convinti che una regolamentazione legale del fenomeno degli stupefacenti possa aiutare i tossicomani ad affrontare quello che secondo Marco Pannella e i suoi in Italia è stato sempre visto come un problema di ordine pubblico e invece è un’emergenza prima di tutto sanitaria. Secondo i Radicali il proibizionismo ha condotto alla presenza sul mercato di sostanze mediamente più tossiche e più pericolo se, in quanto meno costose; ha creato un mercato nero con minori garanzie di qualità e quindi maggiori rischi perla salute del consumatore; ha spinto i tossicodipendenti a modi di vita precari per l’alto prezzo delle sostanze offerte dal mercato nero; ha favorito gli appetiti della grandi organizzazioni criminali, che hanno fatto del traffico degli stupefacenti uno dei più remunerativi business. Idee forti, controverse, che urtano contro la sensibilità di molti e contro l’idea di Stato-mamma da cui non riusciamo a liberarci. L’antiproibizionismo parte, infatti, da un concetto che molti di noi trovano inaccettabile: che cioè il consumo di droghe sia in qualche modo ineliminabile e allora tanto vale regolamentarlo sottraendolo alla gestione occulta delle mafie e rendendolo meno pericoloso. Il proibizionismo, un po’ utopisticamente e ipocritamente ma in fondo comprensibilmente, ritiene che invece una malapianta come la tossicodipendenza non possa essere accettata, inquadrata, regolamentata, ma soltanto combattuta, anche a costo di condannarla alla gestione complessiva delle holding del crimine. Ogni tentativo di gestione statale dell’assunzione di stupefacenti da parte dei tossicomani sarebbe, infatti, un segnale di resa. E quanto al parallelismo con il tabacco e l’alcol, non regge in quanto questi due fenomeni sono da sempre considerati socialmente accettabili e costituiscono, soprattutto l’alcol, un’ emergenza sanitaria relativamente limitata. Se per questo referendum verranno raccolte le 500mila firme necessarie e se sarà ritenuto ammissibile dalla Corte Costituzionale, si tratterà della seconda volta che gli Italiani saranno chiamati a esprimersi su temi legati agli stupefacenti. Nel 1993 passò per un soffio (il 55,4 per cento di «sì») il quesito che proponeva la depenalizzazione del possesso di droga per uso personale.

 

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