L’ultima speranza si chiama referendum

Libero
Bruno Ferraro

Da qualche tempo, con sempre maggiore insistenza, si parla sui media dei "privilegi" dei Magistrati: entità del trattamento economico; adeguamento automatico di stipendi ed indennità; lunghezza del periodo di ferie (51 giorni fra ferie ordinarie e recuperi di festività soppresse); responsabilità civile sostanzialmente inesistente; illeciti disciplinari conclusisi con una valanga di proscioglimenti e con l’individuazione volta a volta di scusanti per disguidi, ritardi e superficialità (92% di archiviazioni per le notizie di illecito assommatesi tra il 2009 e il 2011); legge Pinto e risarcimenti milionari a carico dello Stato per la lentezza dei procedimenti, senza alcun margine di recupero nei confronti dei magistrati pigri o distratti. In molti si chiedono se basta un concorso, comunque impegnativo, per giustificare una condizione così favorevole: qualcuno ha parlato di "casta" e/o più elegantemente della lobby dei magistrati. Nel blocchetto dei referendum proposti nel 2013 dal Partito Radicale sono compresi quesiti che mettono in discussione uno o più degli aspetti più sopra richiamati. Provo a fare chiarezza, rifacendomi a opinioni più volte e in varie sedi espresse, quando ne ero direttamente interessato, ed a esperienze professionali direttamente vissute quando, come Vice Capo dell’Ispettorato, inquisivo magistrati e verificavo l’andamento di uffici giudiziari distribuiti nel territorio italiano, in particolare in Sicilia.

È vero che la Costituzione del 1948 considera con particolare favore la giustizia e i giudici che l’amministrano, ma le prerogative riconosciute ai giudici (inamovibilità ed indipendenza interna ed esterna) non sono fini a sé stesse ma funzionali alla creazione di un giudice terzo ed imparziale. Se così non fosse la parola «prerogativa» sarebbe sinonimo di privilegio. È vero che si entra in Magistratura per concorso, ma non si giustifica la mancanza di test di ingresso, la non inclusione dell’ordinamento giudiziario come specifica prova di esame, l’inesistenza di un aggiornamento calendarizzato e rigorosamente controllato circa l’esito dei vari corsi. È vero che l’automaticità degli adeguamenti stipendiali fu voluta per evitare gli «scioperi» dei magistrati, per cui gli ultimi aumenti sono stati un effetto di norme varate nel tempo, ma tutto ciò è difficile farlo accettare ai milioni di dipendenti pubblici fermi al 2010, per i quali sembra operante il detto dei due pesi e delle due misure. E che dire dei 51 giorni di ferie annuali? Provai a farle ridurre a 36 (30+6) nel periodo in cui ero al Ministero ma incontrai resistenze infinite. Quanto alla responsabilità civile, se è vero che lo sbaglio del magistrato è in realtà un errore dello Stato cui afferisce l’Istituzione giudiziaria, come è possibile accettare che l’autore dello sbaglio non ne risponda praticamente mai? È possibile accettare il principio che in pratica si risponde solo per dolo o colpa gravissima e, per giunta, risarcendo lo Sato-comunità in minima parte? Quanto, infine, agli illeciti disciplinari, far giudicare il magistrato da altri magistrati è un aspetto che ci pone fuori dalla storia e dai progressi che si sono verificati nella comunità mondiale. La conclusione? La Giustizia, se l’amiamo (ed io mi sento di confessare che l’ho considerata il bene più grande della mia vita), va modificata, nell’interesse di tutti. Se non ci si arriva per le normali vie parlamentari, l’auspicio è che lo imponga il popolo per via referendaria.

 

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