Fondi ai partiti, fumata bianca. Sì ai primi tre articoli

L’Unità
Osvaldo Sabato

Sullo sfondo si agita lo spettro della crisi di governo, dopo le annunciate dimissioni in massa dei parlamentari del Pdl. È in questo clima che alla Camera è ripreso l’esame del Ddl che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. Ma nonostante ciò Pd e Pdl si dicono fiduciosi e contano di approvare il disegno di legge agli inizi della prossima settimana. «Siamo a un millimetro» ribadiva ieri il relatore Emanuele Fiano (Pd) alla ripresa delle votazioni a Montecitorio. Il Pd accetta la variabilità del limite ai soldi dei privati e questo spinge Maria Stella Gelmini (Pdl) a dire che «ci siamo». È la chiave di volta che fa superare l’impasse fra i due partiti della maggioranza. Alla fine viene trovato un compromesso che a regime fissa un massimo di 300 mila euro, con una fase transitoria: nel 2014 il tetto sarà del 15% sul bilancio del partito, nel 2015 del 10%, nel 2016 del 5%. Con questa soluzione svaniscono anche le perplessità di Scelta civica sull’aggiramento del tetto. Ora il tutto sarà messo nero su bianco in un emendamento. Resta sempre da capire però se possono accedere ai contributi anche quei partiti che non si sono presentati alle scorse politiche. È la cosiddetta norma «salva Forza Italia».

Respinto l’altro ieri un emendamento dei grillini sull’abolizione di ogni forma di finanziamento ai partiti, sia diretta che indiretta. Il testo del disegno di legge del governo prevede invece agevolazioni fiscali per chi sceglie di dare soldi ai partiti. Il Ddl è tornato così all’esame dell’aula dopo che il 12 settembre scorso era stato rinviato in commissione Affari costituzionali per tentare di trovare un accordo sui vari emendamenti che dividevano il Pd dal Pdl. Così in attesa della sua approvazione finale, il ritiro di Brunetta del suo emendamento sulla depenalizzazione del finanziamento illecito è il segnale che la mediazione è andata a buon fine, la Camera può approvare l’articolo 1 che di fatto cancella il rimborso pubblico delle spese elettorali e «i contributi pubblici» dello Stato ai partiti. Complessivamente l’aula ieri ha dato il via libera ai primi tre articoli del provvedimento e il dibattito riprenderà martedì prossimo con la conclusione dell’esame dell’articolo 4 e la votazione degli altri 10. Quindi probabilmente il voto finale sull’intero testo potrebbe esserci mercoledì. Ieri si sarebbero dovuti votare anche gli emendamenti all’articolo 5, quello che contiene le norme sul tetto delle donazioni private. Ma, come ha spiegato il presidente di turno, Simone Baldelli (Pdl), l’accordo tra i partiti era di sospendere e di riprendere l’esame nella prossima seduta di martedì. Intanto c’è già il sì all’articolo 2 che disciplina la «democrazia interna, trasparenza e controlli», in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. La norma prevede che «i partiti politici sono libere associazioni attraverso le quali i cittadini concorrono, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale». E con il voto contrario del Movimento 5 Stelle è stato approvato anche l’articolo 3 che disciplina gli statuti delle forze politiche che vogliano accedere ai finanziamenti. Via libera anche ai due emendamenti, uno di Pd e Sel, prevede l’indicazione nello statuto delle «modalità per promuovere e assicurare attraverso azioni positive, l’obiettivo della parità trai sessi negli organismi collegiali e per le cariche elettive, in attuazione dell’articolo 51 della Costituzione». Quello di ieri è stato un dibattito molto serrato e non senza polemiche dei grillini verso gli altri partiti. I botta e risposta vanno avanti per tutta l’intera seduta specie fra i parlamentari del Pd e dei 5 Stelle. Riccardo Fraccaro chiede un referendum sul finanziamento e prontamente replica il democratico renziano Roberto Giachetti: «C’è il referendum dei Radicali sui partiti, non mi pare che abbiate firmato». I nervi fra i grillini e il centrosinistra sono tesi, in serata i toni si surriscaldano fino a trasformarsi in urla. A dare fuoco alle polveri è il deputato 5 Stelle Carlo Sibilia, che definisce il Pd un partito di «capibastone». E fa «qualche nome dei paracadutati in Parlamento». I deputati democratici non ci stanno e ribattono a tono con l’onorevole Pina Picierno, che elenca una serie di casi di parenti eletti tra le fila del M5S.

 

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