La spinta del Quirinale alla politica

La stampa
Marcello Sorgi

Sulla carta, l’amnistia su cui Napolitano ha sollecitato il Parlamento a riflettere, non ha purtroppo molte probabilità, forse nessuna, di essere approvata in tempi brevi. E basterebbe la misera, nonché miserabile, reazione di Grillo, che ne ha parlato come di un salvacondotto per Berlusconi, incurante delle condizioni inaccettabili in cui versano i detenuti, per temere che il Parlamento non sia in grado di affrontare il problema con la dovuta serietà. Una questione di mancanza di civiltà, di quelle che trascinano l’Italia in fondo alle classifiche mondiali, che ormai da troppo tempo la politica nel suo complesso ha lasciato sulle spalle dell’indomito Pannella, l’unico a battere su questo tasto, con i suoi periodici digiuni che lo riducono in fin di vita. Se davvero, pur di non offrire al Cavaliere una via d’uscita, il punto fosse di rinunciare a qualsiasi aiuto umanitario per gli oltre settantamila carcerati italiani, che languono in celle che ne potrebbero contenere appena la metà, sarebbe proprio una ragione per parlarne. Tra l’altro Berlusconi, per la quantità di pene che sta accumulando passo dopo passo, potrebbe avvalersi solo parzialmente di un provvedimento di clemenza: non sarebbe insomma la soluzione dei suoi guai. La verità è un’altra, come sanno bene i mille parlamentari a cui è rivolto il messaggio del Capo dello Stato.

Da venti anni a questa parte l’amnistia è diventata impossibile a causa di una legge approvata alla vigilia di Tangentopoli che prevede che la decisione debba essere presa con una maggioranza di due terzi del Parlamento. Un obiettivo irraggiungibile, dal momento che basta che un partito si sfili, candidandosi a usare in modo strumentale il suo rifiuto presso un’opinione pubblica allarmata dal rischio di veder rimessi per strada delinquenti comuni, per bloccare qualsiasi iniziativa in questo senso. Ed è così che in questo lungo periodo le Camere non sono mai riuscite a varare nuove amnistie, neppure quando a chiederglielo era arrivato a Montecitorio il Papa, e quando le condizioni carcerarie avevano superato ogni limite di sopportabilità. Ma se Napolitano, consapevole di tutte le difficoltà, s’è deciso a porre nuovamente la questione – dopo esser rimasto sgomento, nella sua recente visita a Napoli, dell’inferno del carcere di Poggioreale – non è certo perché possa razionalmente sentirsi sicuro che il suo appello venga accolto. Piuttosto, perché non si stanca di richiamare la classe politica nel suo complesso, e la maggioranza di larghe intese che sostiene il governo, a farsi carico dei reali e urgenti problemi del Paese, invece di perdere il proprio tempo a far polemiche in tv. In questo senso – va detto con la dovuta cautela – lo sprone del Presidente, diversamente da altre volte, ha più possibilità di essere accolto, anche se l’ostacolo dei due terzi di maggioranza resta difficile da superare. Basta solo vedere, con l’eccezione dei 5 stelle e con quella prevedibile della Lega, il rispetto con cui il messaggio del Quirinale è stato subito comunicato al Parlamento e ascoltato con attenzione nelle aule dai deputati e senatori presenti. In altri tempi, ed ecco risaltare la differenza, i messaggi, o erano stati accantonati in un clima di imbarazzo generale, come accadde a quello di Leone, o discussi superficialmente, come capitò quando Cossiga pose con fermezza la questione delle riforme istituzionali. Invece l’intervento di Napolitano è stato accompagnato da un appoggio niente affatto formale del presidente del consiglio Letta, da un’accoglienza molto positiva del Pdl (fino a ieri polemico con il Presidente per il suo comportamento dopo la condanna di Berlusconi), e da un impegno esplicito del Pd ad affrontare di nuovo la riforma della giustizia, finora tabù per il centrosinistra, di cui l’amnistia e la soluzione del problema delle carceri rappresenterebbero un punto di arrivo. Perché questa è in sostanza la spinta che Napolitano ha voluto dare al governo e al Parlamento: per farli uscire dal particolare del caso Berlusconi, in un modo o nell’altro ormai avviato a conclusione con il prossimo voto in Senato sulla decadenza da parlamentare, e spingerli ad applicarsi al ben più complesso nodo dei rapporti tra politica e giustizia. Un muro che da vent’anni blocca ogni evoluzione del sistema politico e tiene il Paese arenato sulle sabbie di una transizione infinita.

 

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