Ecco sei buone ragioni per fare l’amnistia

Libero
Filippo Facci

Fare indulti o amnistie non è mai giusto, è sempre una sconfitta, ma in molti casi – questo – occorre muoversi lo stesso, c’è poco da fare. Però ci sono alcune cose che vanno chiarite.

1) Non è che Napolitano si è svegliato solo l’altro ieri. Della terrificante situazione carceraria parlò al Meeting di Rimini del luglio 2011 e in visita a San Vittore e poi in vari colloqui che ebbe al Quirinale. Definì la situazione «ripugnante» nonché «prepotentemente urgente». Pensare che voglia soltanto aiutare Berlusconi è demenziale sul piano pratico – avrebbe potuto fare ben altro – e poi non è detto che qualsivoglia provvedimento debba riguardare il Cavaliere. Cattolici, Radicali e personalità varie, in ogni caso, chiedono un provvedimento da anni: e si parla di organizzazioni che di Berlusconi in linea di massima se ne fregano. Anche il ministro Anna Maria Cancellieri lanciò una proposta di amnistia o indulto nel giugno scorso: un falco berlusconiano anche lei?

2) Avete presente quando si dice «ce lo chiede l’Europa»? Beh, ce lo chiede l’Europa, e anche da parecchio: la situazione italiana secondo la Corte Europea paventa la «tortura» e fioccano le condanne anche economiche. I detenuti italiani sono stipati come è vietato persino per maiali e cavalli, il suicidio è diventato la regola, il nostro sistema carcerario è equiparato a quello dell’Africa sub-sahariana. La direttiva europea sui suini – hanno calcolato prevede che ciascun maiale disponga di almeno 6 metri quadri, ma la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia perché un detenuto a Rebibbia viveva in 2,7 metri. Peggio di noi c’è la solita Grecia. Per adeguarci e non incorrere in sanzioni abbiamo tempo sino al 28 maggio 2014.

3) Fare nuove carceri non porta voti, fare amnistie o indulti neanche. In questa contraddizione, governi e partiti hanno la piena responsabilità politica del fatto che il sovrappopolamento si ripresenti ciclicamente. Una volta approntati, i piani-carceri – l’ultimo fu di Alfano – si ritrovano regolarmente il vuoto di cassa. Ma la responsabilità politica riguarda anche legislazioni che hanno peggiorato le cose: in cima alla lista c’è la Fini-Giovanardi, legge che punisce il possesso di droghe anche in minima quantità e che equipara le droghe leggere alle pesanti; tenuto conto dell’inasprimento delle pene (da sei a 20 anni) i reclusi nelle carceri italiane sono diventati la bellezza di 26mila su 65mila detenuti totali (la capienza, ricordiamo, è di 47.615) e quindi basterebbe cambiare questa legge per non abbisognare neanche di amnistie o indulti. E non sarebbe un gran danno, considerato che il metodo repressivo – in Italia come altrove – storicamente non ha inciso sullo spaccio e sul consumo di stupefacenti. Forse intervenire sulla Fini Giovanardi sarebbe anche una soluzione più «morale», visto che altrimenti a beneficiare di amnistia o indulti sarebbero potenzialmente altri 35mila reclusi per reati contro il patrimonio (furti, estorsione, usura) o 24mila reclusi per reati contro la persona (violenza, sequestro di persona) mentre i reclusi per i reati dei colletti bianchi, quelli cioè contro la Pubblica amministrazione, sono soltanto 8300.

4) Sull’enormità dell’uso e abuso del carcere preventivo abbiamo già scritto anche ieri. Solo il 62 per cento dei detenuti è condannato in via definitiva: chiuso il capitolo. Chiamiamolo problema procedurale, così come sembra perlopiù procedurale il problema che impedisce che i detenuti stranieri scontino la pena nella loro patria: i trasferiti nel 2012 sono stati solo 131. Il Guardasigilli ci sta lavorando, ma i risultati tardano. E complicato.

5) C’è poi, tenetevi forte, un problema culturale. La demagogia sicuritaria di politici e giornalisti tende a considerare il carcere come una punizione o un impedimento fisico a delinquere: ma questo non è il modello italiano, questo è il modello «retributivo» statunitense che infatti prevede molti più detenuti in rapporto alla popolazione. Il modello italiano prevede il carcere in forma anche rieducativa e cioè teso a scoraggiare le recidive e a convincere che di delinquere non valga la pena: da qui semilibertà, condizionali, permessi vari eccetera. Funziona? È un altro discorso: resta emblematico che in Italia si fecero ironie sul caso di Anders Breivik – lo stragista di Oslo – per via di carceri norvegesi che furono giudicate troppo belle, troppo civili, spaziose, con internet: ma il punto è che la percentuale di recidivi nei due anni successivi alla scarcerazione, in Norvegia, è del 20 per cento, mentre da noi supera il 60.
In ogni caso, se il modello italiano non piace, basterebbe costruire più galere e aumentare la popolazione carceraria: se il ruolo del carcere deve essere cambiato, però, occorre cambiare anche l’articolo 27 della Costituzione. Se invece decidessimo di tenercelo, il nostro modello, occorre ficcarsi in testa che il futuro passerà dalle pene non carcerarie per i reati non socialmente pericolosi: tipo gli arresti domiciliari, la messa in prova ai servizi sociali, magari i famosi braccialetti elettronici.

6) Un’ultima cosa. Di amnistie se ne sono fatte tante, troppe, non c’è dubbio: ma questa, se anche si facesse, sarebbe acqua fresca rispetto ad altre che in passato si dovettero digerire. Ricordiamo quella celeberrima di Palmiro Togliatti, che voleva tutelare i partigiani che si erano macchiati di gravi delitti dopo la Liberazione: di fatto liberò, fascisti compresi, anche gli autori di stragi e delitti di sangue. Un’altra amnistia indigeribile, poco citata soprattutto a sinistra, fu quella che nell’aprile 1990 contemplò vari reati compiuti sino al 24 ottobre 1989 e tra questi il finanziamento illecito ai partiti: una demarcazione che si rivelò essenziale per giustificare l’impunità di alcune parti politiche e soprattutto per depenalizzare ogni finanziamento illecito versato al Pci dall’Unione Sovietica. Senza quell’amnistia, sarebbe stata davvero un’altra storia.

 

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