La spinta di Napolitano ai partiti: ho legato il mio impegno alle riforme

Il Corriere della Sera
Marzio Breda

«Occorre andare avanti con le riforme», dice Giorgio Napolitano. E se è ovvio che, a poche ore dalla presentazione della legge di Stabilità, raccomandi le «scelte di politica economica e finanziaria», è altrettanto scontato che il suo pressing sul Parlamento si concentri pure sulle correzioni «politiche e istituzionali da tempo riconosciute necessarie». Un cantiere da mettere in moto sul sempre evocato, ma con risultati inconcludenti, doppio fronte: «La riforma della legge elettorale e le revisioni della seconda parte della Costituzione di cui si è già delineato il percorso attraverso il serio apporto di una commissione altamente qualificata». Il capo dello Stato ne parla come di una precondizione alla quale lega il futuro del Paese e quello suo personale. Non a caso, ricorda, «si sa che al procedere di queste riforme io ho legato il mio impegno all’atto di una non ricercata rielezione a presidente… Impegno che porterò avanti finché sarò in grado di reggerlo e a quel fine».

Il cenno all’orizzonte cronologico che Napolitano si dà (e che è da supporre coerente con i 8 mesi indicati dal premier Letta per il programma di riforme) è uno squarcio autoreferenziale interessante, perché per diversi aspetti inedito. Attraverso di esso, infatti, si può almeno mettere un punto fermo sulle infinite ipotesi circolate a proposito di quel secondo mandato al Quirinale che per alcuni critici resta una conferma dello «stato di eccezione» di cui la politica è prigioniera da anni. Ora, contro ogni speculazione e ogni dietrologia, è lui stesso a rendere esplicite le proprie intenzioni. Che lega al governo tenuto a battesimo con la primaria, esplicita missione di fare le riforme. Altrimenti quale significato avrebbe avuto lo sforzo di costruire delle «larghe intese»? Ecco come si spiega il senso della sua sortita di ieri alla cerimonia di consegna delle onorificenze ai nuovi Cavalieri del lavoro, in chiusura di un discorso che tradizionalmente viene sviluppato nella chiave di un bilancio più economico che politico.

Stavolta, nella riflessione del presidente, le due sfere fatalmente s’intrecciano, davanti a quel mondo d’imprenditori dove è rappresentata l’Italia che continua a battersi e a creare lavoro, proiettata verso il futuro, presente sui mercati internazionali. C’è la parte anti-ansiogena e anti-catastrofista, in cui il capo dello Stato si riferisce ai «segnali positivi» e ai «passi avanti che non dobbiamo trascurare», per i quali incita tutti a «trasmettere, non retoricamente, motivi di fiducia su cui fondare un nuovo spirito d’iniziativa, un nuovo slancio produttivo e competitivo». Poi, la parte ispirata a un doveroso realismo, nella quale, «non per seminare sfiducia», esorta tutti ad «attrezzarci meglio per fare ciascuno, responsabilmente, la propria parte». Napolitano avverte che il Paese «stenta più di altri» ad agganciare la ripresa e cita «i fattori d’incertezza e fragilità che ancora pesano "sui tempi e sul vigore" del ritorno alla crescita». E non trascura il contesto dell’Eurozona (dove è ancora in corso <dl faticoso processo di consolidamento delle finanze pubbliche e di rilancio dello sviluppo») e quello globale, «con il clamoroso conflitto politico in corso negli Usa e che ha portato all’allarmante shut-down». Scenari dinanzi ai quali – è la sua esortazione – «conta in modo decisivo l’operare del governo e del Parlamento, del mondo del lavoro e delle imprese, in una direzione univoca, con il massimo di concretezza e unità». Il primo banco di prova, aggiunge, è dietro l’angolo: la legge di Stabilità. Il suo percorso europeo e nazionale sta per cominciare, e Napolitano vorrebbe che fosse cadenzato da «un confronto aperto ad ogni valutazione anche critica», ma «responsabile, cioè sostenibilmente propositiva, consapevole di condizioni oggettive complesse e di vincoli ineludibili». Traduciamo: nessuno giochi a insensate prove di forza, nessuno tiri troppo la corda, nessuno pensi di lucrare consensi elettorali in più promettendo l’impossibile. Non possiamo permettercelo, se non altro perché restiamo dei sorvegliati speciali. Il presidente lo fa capire raccontando «dell’autentico sollievo» che ha registrato tra gli otto capi di Stato incontrati al recente vertice di Cracovia «per aver noi evitato che si aprisse in Italia un vuoto politico, un nuovo periodo di grave incertezza e paralisi decisionale».

Tuttavia, superato quel passaggio, altre «sfide ed emergenze ricadono pesantemente sul l’Italia». Due sopra le altre: «La dolorosa, umiliante emergenza carceraria, cui ci richiama la corte Ue dei diritti umani… e la sconvolgente emergenza delle tragedie in mare e dell’assillante dramma di Lampedusa, per la nuova ondata di profughi richiedenti asilo che non si è riusciti, ma bisogna riuscire, a prevenire e regolare su scala europea». Di qui, quello che per lui è «l’imperativo» per tutti: «Mantenere i nervi saldi, portare avanti in ogni campo lo sforzo indispensabile che non può, non deve, essere messo a rischio da particolarismi e irresponsabilità di nessuno». Un memorandum accolto dai partiti come un utile richiamo alla responsabilità. Con l’eccezione del coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, che ha sentenziato agro: «Le raccomandazioni del capo dello Stato sono il metronomo della politica italiana. Francamente comincio ad avere seri dubbi sull’utilità di questo ruolo esercitato da Napolitano, nella convinzione di guidare l’Italia dall’alto verso l’uscita dalla crisi. Le conseguenze di questo metodo non sono affatto incoraggianti».

 

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