Se Usa e Europa invece di spiare investissero sulla nonviolenza

Gli Altri
Marco Cappato

Immaginate se gli Stati uniti e l’Unione europea decidessero di assumere ciascuno "1.000 ricercatori, 1.000 matematici e 4.000 scienziati del computer" per sostenere nel mondo le lotte nonviolente di resistenza ai regimi dittatoriali. Immaginate, cioè, che dodicimila professionisti qualificati si dedicassero esclusivamente strumenti di comunicazione, informazione e formazione a cyberdissidenti cinesi, oppositori nelle carceri russe, popoli indigeni della foresta amazzonica o delle colline del Vietnam, donne afghane e tutti coloro che lottano contro le violenze e illegalità dei poteri di tutto il mondo. L’impatto sarebbe enorme, innanzitutto nel rompere l’isolamento, la censura, il controllo e la menzogna con la quale i nonviolenti sono solitamente combattuti.

Se questi numeri vi paiono un’enormità, sappiate che non sì tratta di cifre sparate a caso: sono quelle fornite in un’intervista al blog "Armed with science" (pubblicata da Repubblica il 26 ottobre) da parte dal generale Keith Alexander sul numero di dipendenti dell’agenzia da lui diretta, la National Security Agency, cioè quella Nsa statunitense passata alla ribalta mondiale dopo le rivelazioni di Edward Snowden sui 35 capi di Stato spiati. Sulla base della realtà descritta dal generale Alexander, possiamo affermare che se gli Usa e l’Unione europea dedicassero al sostegno delle lotte nonviolente le stesse energie oggi impiegate dalla sola Nsa nello spionaggio, verrebbe la luce la più grande e moderna realtà di sostegno alla democrazia. Se poi tale realtà fosse ulteriormente rafforzata attraverso una parziale conversione delle spese e strutture militari – in Europa realizzabile anche attraverso i risparmi ottenibili con la creazione di un esercito europeo – questa sorta di agenzia transatlantica per la promozione nonviolenta della democrazia potrebbe essere ancora più forte per disarmare i poteri fuorilegge e per prevenire le cause del terrorismo internazionale.

L’idea di occuparsi prioritariamente di sostegno alla nonviolenza non è un’ingenuità senza fondamento. Il Parlamento europeo, già nel 2008, su iniziativa dei Radicali, approvò nel Rapporto annuale sui diritti umani il seguente dispositivo: «Il Parlamento europeo considera che la nonviolenza costituisca lo strumento più adeguato per il pieno godimento, l’affermazione, la promozione e il rispetto dei diritti umani fondamentali; ritiene necessario che la sua diffusione divenga obiettivo prioritario nella politica di promozione dei diritti umani e della democrazia da parte dell’Unione europea e intende contribuire all’aggiornamento e allo studio delle moderne teorie e pratiche di azione nonviolenta, anche attraverso un’analisi comparata delle migliori pratiche storicamente utilizzate; al fine di dare centralità politica a tale sforzo, propone che nel 2009 sia convocata una Conferenza europea sulla nonviolenza e che l’anno 2010 sia dichiarato "anno europeo della nonviolenza"; chiede inoltre agli Stati membri di adoperarsi, sotto l’egida delle Nazioni unite, affinché si proclami il "decennio della nonviolenza 2010-2020"»

L’indicazione del Parlamento rimase completamente disattesa da parte di Commissione e Consiglio Ue. Rimetterla concretamente all’ordine del giorno del dibattito europeo e statunitense sarebbe più proficuo di quanto non lo sia il proseguire uno scontro transatlantico fatto di abusi e illegalità in nome della ragion di Stato.

 

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