Giustizia, salta il referendum. La grana passa al Parlamento

Il Giornale
Anna Maria Greco

Niente referendum, la riforma della giustizia si dovrà fare in Parlamento. E bisognerà vedere se, dopo la decadenza di Silvio Berlusconi, davvero sarà più facile per la nuova maggioranza del governo Letta. Ieri la Cassazione ha considerato insufficienti le firme raccolte dai radicali sui 6 quesiti, da quello più sottoscritto sulla responsabilità civile delle toghe, a quelli su custodia cautelare e magistrati «fuori ruolo». La palla torna così ai politici.

A parole, tutti hanno indicato nella riforma della giustizia una priorità. Lo ha fatto dopo la fiducia del 2 ottobre il premier Enrico Letta. E poi il segretario in pectore del Pd, Matteo Renzi. Lo ha fatto mercoledì sera Angelino Alfano, numero due del governo e ora leader del Ncd, che mentre il Senato espelleva il Cavaliere, attaccava ancora l’«anomalia democratica dell’uso politico della giustizia», avvertendo i Dem che adesso non ci sono più «alibi» e la riforma «non può uscire dall’agenda di governo». Il pacchetto indicato da Alfano è quello «berlusconiano»: dalle intercettazioni alla responsabilità civile delle toghe, alla custodia cautelare, la cui riforma ieri ha avuto il primo via libera nella commissione Giustizia della Camera e arriverà in aula il 9.

Ora l’ex Guardasigilli vuole la riforma, ma non risulta che lui o il ministro Gaetano Quagliariello abbiano firmato i referendum radicali, come ha fatto Berlusconi. E sembra che le regioni con la più vistosa carenza di firme siano quelle i cui coordinatori sono passati al Ncd. Adesso è Fi che incalza Alfano ei suoi. Daniela Santanchè lancia la battaglia «per una vera e profonda riforma della giustizia che riequilibri i poteri, dove quello giudiziario ormai ha invaso i confini di quello politico».

Renato Brunetta ricorda le proposte dei saggi del Quirinale. «Attendiamo ad horas- dice al vicepremier – il piano particolareggiato e il percorso urgente e necessario che il governo e la nuova maggioranza intendono fargli percorrere. Vigileremo giorno per giorno, senza sconti». Quelli del Ncd, sanno bene che il tema della giustizia sarà il banco di prova per dimostrare la fedeltà all’anima del centro destra berlusconiano. Così, il ministro per le Riforme Quagliariello spiega la stessa scissione con la volontà di confermare che «la battaglia sullo stato di diritto e per una riforma della giustizia non fosse separata dagli interessi del Paese». E aggiunge: «Sui fatti concreti dimostreremo di non essere succubi di altre forze politiche».

Per il ministro dell’Agricoltura, Nunzia De Girolamo, «Berlusconi era un simbolo della lotta per la riforma della giustizia, ma ora che non è più in parlamento il centrosinistra non ha più scuse». E Renzi, dal 9 dicembre, dovrà far fede al suo impegno. Il pressing sul Palazzo, viene anche da sinistra. Luciano Violante spiega che oggi le toghe hanno troppo potere. «La politica – dice, in un’intervista a Qn ha delegato alla magistratura tre grandi questioni "politiche", il terrorismo, la mafia, la corruzione, e alcuni magistrati sono diventati di conseguenza depositari di responsabilità tipicamente politiche». Per il «saggio», negli anni «pentiti e intercettazioni hanno sostituito la capacità investigativa, con conseguenze enormi» e bisogna «indicare le priorità da perseguire a livello penale, rivedendo l’obbligatorietà dell’azione», «un’ipocrisia costituzionale resa necessaria dal fatto che i pm sono, e a mio avviso devono restare, indipendenti dal governo».

Dal Pd risponde il responsabile Giustizia Danilo Leva, assicurando che subito dopo la legge di Stabilità si chiederà «una sessione parlamentare ad hoc». Ripete che la riforma della giustizia è una priorità del Paese e bisogna aprire «una stagione di interventi non piegati a interessi particolari». Ma, avverte, niente «squilli di tromba e annunci roboanti che sanno più di ritorsione che di reale intenzione di rendere più efficiente il sistema». Leva ricorda le proposte Pd già in parlamento sulla riforma della custodia cautelare, superamento della Fini-Giovanardi e della Bossi Fini, e sulla giustizia civile. Pure sulla responsabilità civile delle toghe ma, sottolinea, senza «intenti punitivi».

 

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