Il grande bivio della democrazia

La stampa
Francesco Grignetti

Lo spalancarsi di un ritorno no al futuro, cioè di un proporzionale alla vecchia maniera, fa letteralmente rabbrividire il professor Giovanni Sartori. L’anziano politologo, combattente indomito, non ci sta a questo eterna rincorsa indietro dell’Italia. Tutto il dibattito sulle preferenze, per dire, lo fa arrabbiare. «Come ci si dimentica presto – dice – che abbiamo votato non uno, ma due referendum contro le preferenze. C’è stato prima un referendum di Pannella che ci fece passare da 3 a 1 preferenza (era il 1991, quando ci fu il famoso appello di Craxi agli elettori ad andare al mare, ndr). Poi ci fu il referendum di Segni (era il famoso 1993, ndr) e passammo dal proporzionale al maggioritario. Si badi bene che io ho combattuto contro tutti e due, non ero affatto d’accordo. Ma è vero o non è vero che la volontà del popolo è sovrana? I referendum ci sono stati, solo che se li vogliono dimenticare».

La sentenza ci restituisce a una dimensione da Prima Repubblica, salvo che i partiti ritrovino lo sprint. Ma Sartori, pessimista inesorabile, non si fa illusioni: «Da sempre mi batto per un doppio turno, ma che non dev’essere di coalizione. I partiti si devono presentare tutti alla lista di partenza. Gli elettori devono poter scegliere tra 300 candidati e solo 4 o 5 devono poter passare al secondo turno. A quel punto i partiti sarebbero costretti a selezionare bene i candidati, e a proporre persone eccellenti, per giocarsi sul serio la partita. E quando sarebbero 4 o 5 i candidati che passano al secondo turno, l’elettore farebbe in tempo a conoscerli e decidere con cognizione».Le tre ipotesi di Renzi non contemplano il sistema caldeggiato dal professor Sartori. «E perciò vanno tutte male. E poi, s’è mai visto che uno non ha una sua proposta e non la sa argomentare? Gli vanno bene come se fossero interscambiabili? Boh».

 

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