Riforma elettorale Una buona intesa che non va stravolta

il gazzettino
Giovanni Sabbatucci

C’è un dato che accomuna i casi più gravi di crisi delle istituzioni rappresentative di cui è costellata la storia del Novecento, dall’Italia del ‘19-22 alla Spagna del ‘31-36, dalla Germania dei primi anni Trenta alla Francia della IV Re- pubblica: la frammentazione estrema dell’offerta politica, ovvero la presenza in Parlamento di un gran numero di partiti grandi, piccoli e piccolissimi che producono maggioranze instabili e che, variamente combinandosi, rendono difficile se non impossibile la traduzione dei verdetti elettorali in equilibri di governo legittimati dal voto popolare. Viceversa, le democrazie più solide funzionano di norma con un numero limitato di concorrenti in lizza e tendono per lo più verso il bipartitismo. Ne consegue che il legislatore saggio, nel momento di formulare una legge elettorale (o anche di scrivere i regolamenti relativi alla formazione dei gruppi in Parlamento), dovrebbe preoccuparsi del rischio-frammentazione e disincentivare con opportuni meccanismi, la proliferazione dei micro-partiti.

La difficoltà, per venire ai casi italiani di questi giorni, sta nel fatto che i legislatori in carne e ossa non si chiamano Licurgo o Solone (e nemmeno De Gaulle), non sono figure mitiche di padri della patria cui delegare il compito di dettare regole buone per tutti. Sono normali parlamentari e uomini politici, esponenti di quei partiti che dalle nuove regole saranno avvantaggiati o danneggiati. Compresi, naturalmente, i rappresentanti delle formazioni minori. Le quali, con poche eccezioni (notevole quella dei radicali, orgogliosamente piccoli eppure fautori da sempre dell’uninominale secco), si preoccupano innanzitutto di sopravvivere, poi di mantenere per quanto possibile il loro potere di condizionamento sulla formazione delle maggioranze, quindi sulla vita e la morte dei governi. Proprio per emanciparsi da quel condizionamento già in sede di elaborazione del progetto di riforma, Matteo Renzi ha invertito l’ordine logico del suo percorso di trattative e si è presentato a suoi partner minori avendo già in tasca l’accordo con l’avversario maggiore, Berlusconi, diventato alleato nell’occasione. In questo modo, il segretario del Partito democratico ha messo nell’angolo i suoi attuali e futuri soci di governo e di maggioranza (l’affollata galassia centrista più Sel), costringendoli a ingaggiare battaglie di retroguardia, come quella per abbassare soglia di sbarramento dal 5 al 4% o quella per reintrodurre le già tanto deprecate preferenze (stranamente condivisa anche da un pezzo di Pd). Incidentalmente, è stato poi introdotto un tema di contrasto, e di potenziale rottura, tra Forza Italia e Lega sulla norma, al momento caduta, che avrebbe dovuto tutelare le liste con forte radicamento locale.

L’operazione-riforma, insomma, è stata ben avviata dal punto di vista tattico. Il che non significa che la si possa dare per già riuscita. Molte sono le insidie che si presentano nell’imminente percorso parlamentare: alcune si celano proprio all’interno del partito di Renzi, altre verranno dalle formazioni minori, per le ragioni già viste. C’è tuttavia da augurarsi che i lineamenti della riforma non vengano stravolti oltre un certo limite. Così come ci è stato presentato, il progetto ha già non pochi difetti (a cominciare dalla soglia troppo bassa per il premio di maggioranza), peraltro imputabili al suo essere frutto di un laborioso compromesso e non della coerente applicazione di un principio: come sarebbe accaduto se si fosse optato per l’uninominale a doppio turno. Ma l’accordo raggiunto rappresenta comunque un ragionevole punto di equilibrio. Se il testo dovesse essere manomesso e stiracchiato in senso ulteriormente proporzionalistico per soddisfare le esigenze di questo o quel gruppo, o per tenere in piedi una maggioranza altrimenti traballante, la tanto attesa riforma rischierebbe una vita breve e travagliata: come le ultime due che l’hanno preceduta; e come tutte quelle che cercano di mescolare ricette diverse e di conciliare logiche fra loro incompatibili.

 

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