Intervista a Marco Taradash: Le preferenze creano 630 partiti

Italia Oggi
Goffredo Pistelli Marco Taradash

Le preferenze? Farebbero nascere 630 partiti, quanti sono i deputati. Marco Taradash, forzista della prima ora, spiega a ItaliaOggi perché è sempre stato contrario al proporzionale con preferenze. Taradash aggiunge però che gli elettori non vogliono un parlamento di nominati ed è quindi giusto ascoltarli. E spiega che il nodo da sciogliere è quello dei poteri del governo: «In Italia il premier non può cacciare i ministri che non eseguono le sue direttive. Anche il più decisionista, Berlusconi, ha battuto la testa contro il muro. Bisogna fare sì che il premier possa revocare ministri, sciogliere il parlamento, ridurre la legificazione». Se c’è un politico che non cambia idea sulle preferenze, quello si chiama Marco Taradash. Radicale e referendario storico, contro il voto ai singoli s’è sempre battuto, e non cambia certo idea anche se il suo partito, il Nuovo centrodestra, di cui è consigliere regionale in Toscana, non molla sulla preferenza, pur avendo siglato l’accordo con Pd e Forza Italia.

Taradash, diciamo la verità, ormai questa revanche dei sostenitori del voto di preferenza, alcuni sorprendenti avendola avversata per anni, è un referendum su Matteo Renzi.
Certo, della sinistra del Pd verso il segretario ma anche dell’ala governativa del mio partito, verso Silvio Berlusconi.

E lei come la pensa? Si sarà mica convertito alla preferenza?
No, la penso da sempre come Angelo Panebianco, il sistema delle preferenza non favorisce la nascita di sette-otto partiti, come l’attuale, ma di 630, quanti sono i deputati. Perché uno, per farsi eleggere, deve crearsi una serie di relazioni forti e che durino nel tempo. Di conseguenza, si agisce sulla base del sistema, più che della fedeltà al partito. Non solo, si creano le correnti non su base ideale ma di interesse su porzioni di clientela gestibile. Un sistema frazionistico e negativo e che, con l’attuale potere della magistratura, espone chiunque faccia politica a rischi altissimi di indagine per voto di scambio. Però…

Però?
Però c’è un altro piatto della bilancia. Dopo un decennio di Porcellum, di parlamentari che non corrispondono più a desideri dell’elettorato, in un sistema proporzionale, l’unico modo possibile è la preferenza. Mi pare che la questione, oggi, non si tagli col coltello come in altri momenti.

E quindi?
E quindi il problema italiano non è il sistema elettorale ma quello costituzionale, segnatamente il potere del governo..

Che in Italia conta poco..
Certo. Inutile dire che François Hollande, in Francia, riesca a fare 50 miliardi di spending review, o che in Germania Angela Markel abbia fatto sfracelli. In Italia non si può: qui da noi il premier è un mediatore. Anche il più decisionista, Berlusconi, ha battuto la testa contro il muro: se un ministro non risponde, non lo puoi cambiare.

Che cosa manca?
Cambiare i poteri del presidente del consiglio e attribuirgli quello di revocare ministri, di sciogliere il parlamento, se ministri e partiti si mettono di mezzo, di ridurre la legificazione. O non avremo mai un governo efficiente.

Ma con la riforma del Porcellum c’è una parte costituzionale che riguarda il Senato…
R Superare il bicameralismo perfetto è cosa buona ma ancora più importante è come si elegga un governo, occorre qualcosa di strutturale.

Ma scusi, restando una sola camera con una legge elettorale che dia un forte premio di maggioranza al vincitore, non è lo stesso?
No, al massimo questa riforma renderà più veloce la non decisionalità dell’esecutivo. Il problema, da tempo, non sono infatti i micro partiti, ma le macro-maggioranze. Ci vuole una guida forte, che abbia il potere di governare. Ma perché abbiamo abbandonato ogni idea di riforma in senso semipresidenzialista?

Secondo lei, ce n’era lo spazio politico e il tempo?
La possibilità c’era. Quando si incontrano i due leader, come è successo, si poteva ambire a un risultato migliore. Peccato: perderemo energie e tempo sulla legge elettorale.

Fretta o insipienza, allora?
Tutte e due le cose. B. era in estrema difficoltà e il risultato che ha raggiunto è vittoria importante. Era quasi fuori di scena, d’altronde. Renzi, invece, è stato deludente: doveva alzare il tiro, ne aveva possibilità. Secondo me non è pienamente consapevole della realtà politica di questo paese: sparare idee buone, non è sufficiente se scopri che le cartucce sono a salve: fai molto rumore ma non cogli bersagli.

Facciamo un esempio?
Il Jobs act. Il segretario Pd ha posto una questione vera, anche se io preferisco la proposta Ncd, di Maurizio Sacconi con Giuliano Cazzola, perché imperniata sui contratti e non sulla legge come quella di Renzi, che risulterà rigida. Ma la questione è se avremo mai un governo capace di realizzare questa riforma mettendosi contro i sindacati e quella parte di Confindustria che guarda solo alle grandi aziende.

Beppe Grillo se ne sta intanto in un cantuccio. Sbraita, però alla fine questa riforma elettorale non gli dispiace…
Certo, è un impianto che non svantaggia il M5s, che può anche puntare alla vittoria. D’altra parte hanno elettorato nazionale e oscillante, che va dalla depressione all’esaltazione. Se colgono l’attimo, possono anche farcela. D’altra parte sono coerenti, pericolosamente coerenti.

In che senso?
Hanno promesso di puntare al 51% per passare il potere di fare le leggi dal parlamento alla Rete. Inutile rimproverargli ogni volta di non aver partecipato agli accordi per le riforme: loro vogliono governare da soli.

Su quest’accordo è piovuto subito un avviso di garanzia, quello del Ruby Ter che ha colpito B. Claudio Velardi ha pronosticato un’analoga attenzione da parte delle procure anche per Renzi. Una visione un po’ cupa…
La magistratura ha sempre stessa ambizione: fare la guardiana delle virtù e, per questo, ricorre a qualsiasi espediente. Finché non ci sarà riforma vera della giustizia, sarà così. E la riforma è quella che preparò Alfano da guardasigilli. Penso che si debba riportarla alla luce e inserirla nel prossimo contratto di governo, perché giuristi, avvocati e anche magistrati vi avevano contribuito.

Di che cosa c’è bisogno?
Di separare nettamente la giustizia dalla politica, cosa che non avviene più di venti anni, cioè da Tangentopoli. È vero, siamo i più corrotti al mondo ma perché siamo anche i meno governati del pianeta. C’è bisogno di più governo, non di più giustizia nella politica.

A proposito di Angelino Alfano. Mi dica qualcosa del vostro Ncd . L’adesione last-minute all’accordo significa la ricomposizione con Forza Italia?
La riconciliazione elettorale è sempre stata all’orizzonte. La mia preoccupazione è che si abbassino le ambizioni.

Quali?
Di sconfiggere Forza Italia, che ha esaurito la sua capacità di innovazione. Per questo sono spesso critico con Alfano per l’enfasi sulle questione bioetiche: mi pare che perimetri elettorato. E come se dicesse: noi siamo questi, fedeli a tradizione una parte di mondo cattolico. Benissimo, ma è la sua visione. Il Ncd, se vuol essere coerente, si deve rivolgere a un’immensa platea, a partire da quei 6,5 milioni che, fra penultime e ultime elezioni, hanno smesso di votare.

Che modello vede?
Quello dei conservatori inglesi: legati alla tradizione ma che non ci si chiudono dentro e, anzi, sono aperti alla modernizzazione. La concezione di famiglia di cui parla Alfano, rispettabilissima, è minoritaria in questo paese.

 

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