Pannella, Voltaire e la smemoratezza

l’espresso
Stefania Rossini

Cara Rossini, sono andato alla manifestazione antiproibizionista di Roma perché da sempre penso che la proibizione del consumo di cannabis ci trattenga molti passi indietro rispetto alle altre democrazie. Non sono un consumatore, se non in pochi episodi di gioventù, ma sono dell’idea che la libertà di ognuno è importante finché non lede quella degli altri. Mentre mi dirigevo all’appuntamento del corteo, ripensavo a chi, oltre a Voltaire, mi aveva addestrato a questi pensieri. E, sebbene io non sia mai stato radicale, mi veniva in mente soltanto Pennella, uomo difficile e politico imprevedibile, ma grande difensore delle libertà individuali e collettive. Speravo di incontrarlo in questa che sembrava una manifestazioni dei suoi nipoti politici. E infatti l’ho incontrato, ma l’ho visto circondato da alcuni che lo contestavano, sordi al suo tentativo di spiegarsi. Non so bene se gli rimproverassero l’alleanza con Berlusconi di vent’anni fa o le iniziative più recenti, come quella di far firmare proprio a Berlusconi i referendum sulla giustizia, ma non capisco come si possa combattere una battaglia di libertà e progresso rifiutando di inserire nel dibattito chi quella battaglia la combatte da tutta una vita. Ho seguito il corteo con questi pensieri tristi, ne ho apprezzato il successo, ma penso che così qualsiasi vittoria sarà una vittoria dimezzata.
Cesare Benedetti

Questa lettera, scritta giustamente per difendere Pannella e la sua storia di combattente libertario, mette in evidenza uno dei problemi più seri di questa Italia contemporanea: la smemoratezza. Sarà anche vero che ogni generazione deve ricominciare da capo, pena la sudditanza a idee consumate dai fatti, ma non fino al punto di ignorare tutto di ciò che l’ha preceduta, raccogliendo soltanto il rancore sordo verso chiunque abbia avuto un ruolo nel passato. Che la storia sia maestra di vita non è solo una frase fatta. Serve quantomeno a non rimanere inchiodati a questo presente malmostoso, indotto dalla crisi ma anche dall’ignoranza. Se mi si permette i’ accostamento, non è un brivido superficiale quello che coglie lo spettatore a cui capita di assistere a un quiz televisivo In cui viene posta la domanda "In che anno Hitler divenne Cancelliere?" con la scelta tra quattro date. I concorrenti, tutti di media età e di media istruzione, hanno risposto nell’ordine: 1948, 1984, 1979. L’ultimo, neanche troppo convinto, ha concluso: "Sarà forse il 1933?". Un nuovo Hitler può riaffacciarsi tranquillo: non sarà riconosciuto.

 

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