La scommessa di portare Kiev alla democrazia

La stampa
Marta Dassù

Siamo nello scenario peggiore, previsto da molti e temuto da tutti: l’escalation della violenza in Ucraina, con un rischio di guerra civile in quell’«estero vicino» che Europa e Russia di fatto condividono. E si contendono. Per l’Europa, è giusto avvicinare Kiev all’Ue attraverso un accordo di partnership che l’Amministrazione Yanukovich ha a lungo trattato e poi rifiutato. Al vertice di Vilnius, pochi mesi fa, Bruxelles ha percepito di aver perso l’Ucraina. Per la Russia, Kiev era e rimane la «madre delle città russe»: il progetto di Unione euro-asiatica disegnato da Mosca avrebbe poco senso senza il paese maggiore, le cui regioni orientali guardano a Mosca e parlano russo. Per Washington – attore solo apparentemente esterno a questo vecchio/nuovo confronto geopolitico – è importante resistere alla tentazione di riesumare la famosa «dottrina Brzezinski»: contenere la Russia strappandole il legame con l’Ucraina.

Geopolitica dei vecchi tempi, si direbbe. Il guaio è che, nei tempi odierni, giochi come questi amplificano le lacerazioni interne ai Paesi, lasciando nelle piazze che si contrappongono ai regimi morti e feriti. Feriti e morti, nel cuore del continente europeo. La responsabilità principale, non esistono dubbi su questo, ricade sull’Amministrazione Yanukovich. La repressione, la lentezza e le esitazioni con cui il presidente ucraino ha negoziato un accordo politico con l’opposizione parlamentare – dopo le dimissioni del proprio governo, un mese fa circa – hanno lasciato troppo spazio alle proteste della piazza. Maidan è nata come moto pro-europeo, dopo la rinuncia di Yanukovich all’accordo di Vilnius. Ma alla protesta in nome dell’Europa e per l’Europa si sono poi unite altre forze, altre frange: interessate non all’Europa ma all’abbattimento del- l’Amministrazione in carica. E neanche l’opposizione dei leader parlamentari – come Klitschko e Yatsenyuk – e più riuscita a controllarle. La piazza di Maidan è diventata così, progressivamente, il centro di uno scontro mortale. Mentre il governo sta perdendo il controllo su una parte sostanziale del Paese, quella centro-occidentale.

Oggi a Bruxelles, il Consiglio Affari esteri dell’Ue discute le reazioni possibili. Fra cui l’embargo sulle armi e l’adozione di misure mirate (a partire dal bando dei visti) contro i responsabili dell’uso inaccettabile della forza. Sono misure che l’Italia, con Emma Bonino, ritiene giustamente necessarie. Ma che vanno applicate con prudenza e intelligenza, per riuscire a conseguire l’unico obiettivo pensabile in una fase come questa: la cessazione delle violenze e la ripresa di un processo politico che permetta la formazione di un nuovo governo, il ritorno alla Costituzione del 2004 (meno presidenzialista) e successive elezioni. E’ fondamentale che si capisca la posta in gioco, sia per il popolo ucraino che per il futuro del Continente europeo. La posta in gioco non è dettata dalla vecchia geopolitica: in quel tipo di scenario, gli sconfitti sono gli ucraini per primi e gli europei per secondi. La posta in gioco è riuscire a trasformare l’Ucraina in una democrazia che funzioni. E’ un obiettivo difficile e a lungo termine, che richiede un contesto meno conflittuale con Mosca e implica che l’Europa – invece di guardare al futuro dell’Ucraina con le lenti di un gioco di potenza che non l’ha mai vista vincente – dispieghi la sua capacità di influenza migliore: la capacità di attrazione verso la democrazia.
 

 

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