Corsi e ricorsi

Il Foglio
Angiolo Bandinelli

Uno dei temi cari alla polemica cattolica contro l’unificazione risorgimentale – tema abusato peraltro anche da polemisti marxisti e comunisti – fu che il moto unitario, opera di una élite borghese, aveva forzosamente cancellato o comunque calpestato la più profonda sostanza culturale, etica e religiosa del paese, espressa dalle grandi maggioranze popolari e contadine. Nella polemica vennero più volte rievocati i moti antigiacobini e quelli antirisorgimentali esplosi qua e là, spesso guidati o aizzati da preti legati al territorio. La polemica antiunitaria poté contare soprattutto di una prestigiosa intellettualità della chiesa romana, che elaborò idee e slogan pesantissimi. Nel marzo del 1861, dopo che Pio IX aveva condannato il nuovo Regno d’Italia come "negazione di Dio", Civiltà Cattolica definì "mostruosa", "fittizia", "innaturale", l’unificazione, mettendo in guardia i cattolici dall’idolatria della patria" e dal complotto tessuto "sotto la guida occulta della massoneria". Nel primo fascicolo della rivista, nel 1850, Matteo Liberatore sosteneva che la "rivoluzione italiana" era un’ultima tappa nella lunga catena di attacchi alla fede cattolica iniziata con la riforma protestante.

La polemica dilatò i suoi obiettivi. Nel 1864, con Pio IX, arrivò la condanna delle dottrine liberali e delle "cosiddette libertà moderne", che erano poi la libertà di pensiero, di coscienza, di parola e di stampa. Finalmente il Sillabo, pubblicato nel 1864 assieme all’Enciclica "Quanta Cura", tracciò una linea di demarcazione invalicabile tra il cattolicesimo e la modernità. Tutta roba nota, ho solo spulciato qua e là tra il lungo elenco dei documenti papalini ed ecclesiali di rifiuto della storia e della modernità. Il Concilio Vaticano II tentò di ristabilire un dialogo con i tempi, ma credo che pochi eventi siano altrettanto malvisti e persino respinti all’interno del mondo cattolico. Oggi, atteggiamenti antirisorgimentali e antiunitari vengono di nuovo agitati da forze politiche non proprio marginali. E non è strano che quei temi sostengano tutt’assieme una polemica antieuropea non meno intensa di quella antiunitaria.

Io ricordo che la campagna per il divorzio venne salutata nella stampa straniera come un passo verso l’Europa di una Italia "recalcitrante" come uno di quei muli che ancora popolavano un paese quasi interamente agricolo. Non solo: mi pare che con l’antieuropeismo di oggi stia riaffiorando – sia pure non esplicitamente la grande faglia che divise il paese durante quella campagna, la faglia tra laici e integralisti – non solo cattolici, ripeto, ma anche dotti e ferrati marxisti, ostili a una istituzione che, secondo loro, avrebbe separato e contrapposto le masse cattoliche da quelle socialiste, univocamente protese verso la conquista del potere e la grande, attesissima, vittoria proletaria sulla borghesia, la sola interessata a quella istituzione che è il divorzio, borghese appunto. Temi non molto lontani, almeno per lo spirito rancoroso, vengono oggi sbandierati contro l’Europa, denunciata come prodotto del capitale, delle banche, dei grandi interessi finanziari, di tutta una consorteria antipopolare, dunque antidemocratica. E, di nuovo, si affacciano integralismi antilaici, rivendicazioni di un passato – i localismi ne sono espressione inconscia – nel quale solo si riscontrano virtù e sentimenti autentici e validi. Non è detto che la modernità sia tutta un bene, e che intorno all’Europa non si debba e possa discutere, ma spaventa che appaiano già padrone del campo e senza alcuna opposizione seria solo le forze ostili all’Europa e alla sua modernizzazione, che non può non puntare all’incontro, la fusione e la reciproca integrazione di linguaggi ed esperienze.

C’è comunque da notare positivamente ed è per questo che abbiamo ricordato le voci cattoliche ostili al Risorgimento – che questa volta le tesi che (almeno a me) appaiono antimoderne non provengono dalla cultura cattolica. Anzi. Scomparsi come forza politica autonoma, i cattolici impegnati non sembrano affollare le schiere di Le Pen o di Grillo, semmai è il contrario. Se dobbiamo felicitarci con il mondo dei fedeli alla cattedra di San Pietro, è che oggi essi sono in larga misura nel campo dei moderati, persino illuminati, attenti alle voci della modernità, attivi sostanzialmente nel campo europeista (anche se non accontentati nella pretesa del riconoscimento delle "radici cristiane" dell’Europa). Continuano, e continueranno, a battersi per la difesa dei "valori etici", "non negoziabili", ma la legittima battaglia non ha i toni aggressivi di qualche anno fa. I cattolici impegnati in politica esercitano il loro diritto di operare nello spazio pubblico senza più la pretesa all’assolutismo antimoderno. E’ un’atmosfera, questa, che arricchisce e rifonda il "dialogo" con i laici fino a poco fa impaludato in una intransigenza, in definitiva, poco produttiva. Chissà se questo sta accadendo per diretto impulso di Papa Francesco, ma se così è perché non felicitarsene? Perché denunciare con acredine che il Papa argentino piace più ai laici che ai cattolici (dico "cattolici", non "credenti")?

© 2014 Il Foglio. Tutti i diritti riservati

POST COLLEGATI

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA