Così si scelgono i manager di Stato

l’espresso
Roberto Saviano

In questo momento, il governo sta affrontando una prova che ci farà comprendere quale strada l’Italia percorrerà nei prossimi anni. Renzi e il suo esecutivo stanno elaborando le nomine di chi dovrà dirigere i colossi statali e vertici istituzionali. Inutile elencare le indagini che hanno visto coinvolti i vertici di Finmeccanica, Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Enac. Non voglio farlo perché quello che spero è che il nuovo esecutivo in questa delicatissima scelta, tenga conto non solo dei pedigree giudiziari dei futuri dirigenti – pedigree che andranno vagliati con attenzione, sin nel dettaglio e in maniera serena ma anche delle loro reali e specifiche competenze. Spero che l’essere incensurati, l’essere estranei a procedimenti giudiziari di qualsiasi genere, non sia l’unica qualifica che si pretenderà dai futuri dirigenti. Spero, inoltre, che non siano dirimenti i soliti rapporti trasversali che i manager hanno saputo coltivare nel corso degli anni. La salute di un governo si misura sui dirigenti che sa scegliere e se è la riforma delle istituzioni quella che Renzi vuole perseguire, la scelta degli uomini e delle donne chiave sarà fondamentale. Deve finire la prassi che vede i dirigenti scelti tra chi partecipa alle correnti politiche, tra chi promette garanzie. E ora che siano scelti soprattutto per la loro visione, per le loro esperienze in settori specifici. Per il talento, sì perché occorre talento anche nel dirigere un’istituzione, nel ricoprire un incarico di Stato.

È ora che i dirigenti siano scelti perché hanno una visione chiara di cosa significhi fare politica. Una visione che non sia opportunista, che non cambi con il mutare delle circostanze, che non si sostanzi in scambi di favori. È ora che i dirigenti siano scelti perché sono uomini liberi e donne libere e non perché si possono semplicemente controllare. I futuri dirigenti mi interessa che facciano bene il loro lavoro, mi interessa che siano scelti per le loro competenze tecniche e non per le entrature politiche. Per anni si è deciso di mettere ai vertici dello Stato uomini e donne ricattatili, figure che avevano il compito quando non di coprire misfatti, quanto meno di non cambiare equilibri o di spostarli più o meno sensibilmente a favore del "committente". Ecco cosa è stata la politica rispetto alla selezione dei dirigenti: un committente, il cui compito richiesto era di non fare troppo rumore, di non smarrire la rotta, ma di mantenerla anche se era diretta verso la deriva. Il grande fallimento del governo Monti è stato proprio questo, non aver avuto il coraggio di mettere ai vertici figure nuove, talentuose, con visioni autonome. Figure forti che non dovevano essere solo burocrati o garanti, non solo bravi manager terrorizzati da tutto e con l’unico compito di presidiare le maree berlusconiane. Il mondo berlusconiano ha sempre scelto i propri uomini in base alla fedeltà, alla ricattabilità, alla loro gestibilità.

E adesso questo governo è proprio qui che si misura, sulla scelta dei dirigenti. Può rompere per sempre la prassi codina di scegliere manager solo perché si possano facilmente gestire, o può riprodurla. In questo secondo caso non ci sarebbe salvezza e benché si creda che il consenso discenda direttamente da operazioni mediatiche eclatanti, in realtà i dirigenti sono la cinghia di trasmissione dello Stato nella sua quotidianità. Sono loro a dare sostanza alla riforma delle istituzioni. Sono loro, con le loro competenze, con la loro esperienza, con la loro libertà di scelta. Con la loro terzietà rispetto alla politica e rispetto al ruolo che andranno a ricoprire. È l’occasione non colta dai governi precedenti. È l’occasione di questo governo per dirci chiaramente cosa ne sarà dell’Italia. Se il suo destino è essere un’inferma a vita o se finalmente potrà iniziare a far respirare i suoi comparti vitali. Che sia la volta buona davvero? Stiamo a vedere.

© 2014 L’Espresso. Tutti i diritti riservati

POST COLLEGATI

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA