Da Scalfaro a Letta Vent’anni di accordi finiti nel cestino

La stampa
Marcello Sorgi

 Adesso tutti a chiedersi se Berlusconi bluffa o fa sul serio, e se davvero è pronto a far saltare, dopo meno di due mesi, il patto del Nazareno siglato il 18 gennaio con Renzi sulle riforme. In Forza Italia c’è un’ala che spinge contro la rottura (Verdini e Letta), un’altra a favore (Brunetta), e una come la Santanchè, che conoscendo più di tutti l’animo del Cavaliere, sostiene che «le riforme non c’entrano. Berlusconi si sente abbandonato al suo destino e non riesce ad accettare il silenzio di Napolitano e Renzi sui magistrati che da giovedì lo priveranno della libertà. Il 10 aprile non può passare come un giorno qualsiasi. Sarà una giornata nera destinata a segnare la storia». Che questa sia la ragione, non ci sono dubbi. Faccia a faccia o per interposta persona, il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio hanno faticato non poco, negli ultimi giorni, per cercare di far capire al leader di Forza Italia che al punto in cui sono le cose non c’è più niente da fare, e semmai, proprio per questo, gli conviene di più mantenere il profilo alto, riformatore, degli ultimi tempi, che non buttare il tavolo all’aria, come gli dice la pancia. E come ha sempre fatto, in tutti questi anni.

Lo schema si ripete. A gennaio ‘95, dopo la caduta del suo primo governo, per il «ribaltone» di Bossi, Berlusconi era andato a trattare al Quirinale partendo da una posizione irremovibile: l’esecutivo di centrodestra era stato scelto dagli elettori, e dunque non c’era altra strada che tornare alle urne. Scalfaro lo convinse che anche nel caso malaugurato di una legislatura da sciogliere dopo un solo anno, sarebbe stato indispensabile dar vita a un governo di tregua. Sulla durata del quale, le opinioni, però, rimasero differenti. Il Cavaliere raccontò ai suoi che il segretario generale Gaetano Gifuni, per convincerlo, aveva sfogliato insieme a lui un’agenda, per verificare le date possibili delle prossime elezioni. Il Presidente della Repubblica incaricò il ministro del Tesoro Dini di formare un governo tecnico, avvertendolo di aver ottenuto l’assenso preventivo di Berlusconi. Il quale invece, capito che l’esecutivo partiva per durare (infatti rimase in carica più di due anni), all’improvviso passò all’opposizione. Quella fu la prima rottura.

La seconda, più clamorosa, avvenne all’indomani della lunga notte del 17 giugno 1997, quando a dissolversi fu il famoso «patto della crostata» sulle riforme firmato davanti a una memorabile torta preparata da Maddalena Letta, moglie di Gianni, che aveva ospitato in casa un summit supersegreto per dar sbocco ai lavori della Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema. Anche in quel caso, per la verità, a Berlusconi delle riforme interessava fino a un certo punto. Piuttosto, voleva l’assicurazione che il governo Prodi avrebbe rinunciato a introdurre una nuova legge studiata per costringerlo a vendere una delle sue reti tv. Il leader del Pds (allora si chiamava così), in campagna elettorale era andato in visita a Mediaset, rinunciando platealmente a demonizzare le tv del Biscione: cercò di rassicurarlo, ma non poteva certo mettergli per iscritto quel che chiedeva. Tanto bastò a far cambiare idea al Cavaliere prima che la notte fosse finita.

Il terzo patto che si consumò, alla vigilia dell’Epifania del 2002, fu quello tra Berlusconi e l’Avvocato Agnelli, che aveva portato l’ambasciatore Renato Ruggiero alla guida della Farnesina. L’arrivo di un personaggio così qualificato agli Esteri era stato accolto male dagli alleati del Cavaliere, che invano aveva cercato di minimizzare, parlandone come di un «regalino non richiesto». Nel giro di sei mesi i rapporti tra premier e ministro si erano deteriorati talmente che Berlusconi non solo volle che si dimettesse, ma assunse lui stesso l’interim al suo posto. Le reazioni internazionali furono di sconcerto. Agnelli commentò: «Siamo alla Repubblica dei fichi d’India!». Nel decennio e più che ci separa dai giorni nostri, ci furono altri accordi violati, grandi e piccoli.

Da quello tra Berlusconi e Pannella, che essendosi schierato con il centrodestra fin dal ‘94, rivendicava per sé gli Esteri e a un certo punto mandò una delegazione di radicali travestiti da conigli a manifestare sotto Palazzo Grazioli (ne nacque un imbarazzo: perché in Germania il costume da coniglio lo adoperano i creditori che reclamano il pagamento di un debito). A quello tra Berlusconi e Tremonti, a cui era stata promessa mano libera sull’Economia, e invece per volere di Fini, a luglio 2004, in un pomeriggio si ritrovò defenestrato e sostituito dal suo direttore generale Siniscalco. I patti più recenti, cancellati anche questi nel giro di poche ore, sono quelli che Berlusconi aveva stretto con Monti e con Enrico Letta. Il 6 dicembre 2012, quando Alfano (allora ancora delfino del Cavaliere) annunciò in Parlamento il ritiro dell’appoggio al governo tecnico, il Professore, non avvezzo ai voltafaccia della politica, se la prese a male. C’è chi dice che quello stesso giorno decise di formare un partito e scendere in lizza per far perdere le elezioni al centrodestra: lo fece e ci riuscì. Più tormentata, il 27 novembre 2013, la rottura con Letta, originata dalla condanna definitiva inflitta nel precedente agosto dalla Cassazione a Berlusconi. Che aveva già in mente di rompere il 2 ottobre, l’ultima volta che prese la parola in Senato. Ma appreso che Alfano e un gruppetto dei suoi non lo avrebbero seguito, rinviò.

E per capire quanto gli sia costato tornare sui suoi passi (e come non sopporti, in generale, rimangiarsi le decisioni che in cuor suo ha già preso), occorre ricordarsi, più che le parole, la faccia di Berlusconi quel giorno: un volto paonazzo, una voce stentorea, che faticava a venir fuori e tradiva l’imbarazzo e la sofferenza di quel momento. L’idea della pacificazione, delle larghe intese e dell’appeacement in qualsiasi forma con la sinistra, per Berlusconi è sempre stata legata alla solidarietà, o come lo chiama lui al salvacondotto, che s’aspettava di fronte alla decisione dei magistrati che considera alla stregua di un colpo di Stato. Siccome quell’aiuto non è arrivato, e non arriverà, né da Napolitano, né da Letta, né da Renzi, è possibile, per non dire probabile, che il leader del centrodestra anche stavolta faccia saltare l’impegno sulle riforme. Con una differenza, però, rispetto a tutti i precedenti: che Renzi, questa rottura annunciata, l’aveva messa in conto nel momento stesso in cui stringeva la mano al suo interlocutore nelle stanze del Nazareno. È stato Berlusconi, per la prima volta in una storia ventennale, a farsi cogliere di sorpresa dal giovane leader, che tanto gli somiglia e aveva già pronta in tasca una strategia di riserva.

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