Ora è a rischio la maggioranza di due terzi

La stampa
Marcello Sorgi

La presentazione del Def da parte del governo è servita a Renzi a chiudere almeno una parte delle polemiche che hanno accompagnato le prime decisioni del governo: adesso infatti sono chiare le coperture degli impegni presi nelle scorse settimane, a cominciare dagli ottanta euro che dovrebbero arrivare a maggio nelle buste paga dei meno abbienti, e dal taglio degli stipendi dei dirigenti pubblici. Una redistribuzione di reddito pagata in parte anche con l’aumento della tassazione delle banche che avevano usufruito della rivalutazione delle proprie quote di Bankitalia e in modo da dare un’indiretta risposta a Grillo, che aveva accusato il governo Letta di aver fatto un favore ai banchieri. Ma per un fronte che, se non proprio chiuso, almeno è sotto controllo, un altro ne rimane aperto. Nella partita delle riforme aperta al Senato, Renzi infatti ha incassato l’approvazione del testo da parte del Quirinale (Napolitano ha voluto accompagnarla con una nota in cui smentiva di essere intervenuto chiedendo, o addirittura imponendo, modifiche), ma in un quadro politico che rende complicato l’iter parlamentare delle proposte.

Mentre infatti Berlusconi, dopo il colloquio telefonico di lunedì sera con il presidente del consiglio, continua a chiedergli un nuovo incontro, per sottolineare il contributo che il centrodestra conferma di voler dare al processo riformatore, ed evitare che Renzi possa attribuirsene interamente il merito alla vigilia del voto per Strasburgo, la sinistra Pd capeggiata da Chiti a Palazzo Madama non rinuncia al proprio progetto di riforma, alternativo a quello di Palazzo Chigi. Il gioco di sponda tra i senatori Democrat – che insistono per mantenere il Senato elettivo (un punto giudicato inaccettabile da Renzi) – e il Movimento 5 stelle è ormai venuto allo scoperto, ed anche se la proposta Chiti non ha molte possibilità di passare, l’asse trasversale tra la minoranza Pd e i grillini potrebbe pesare, e in qualche caso prevalere, sugli emendamenti, e impedire che fin dalla prima delle quattro votazioni previste per la revisione della Costituzione possa manifestarsi una maggioranza di due terzi, rendendo così necessario il referendum popolare sulla riforma.

Renzi rischia così di ottenere una prima approvazione della riforma entro il 25 maggio, data del voto europeo, ma a patto di un nuovo negoziato faccia a faccia con Berlusconi e di una rottura con una parte del gruppo parlamentare Pd al Senato. Un prezzo troppo alto da pagare per il premier che al successo delle riforme ha legato la propria sorte politica. Anche per questo, tra una spiegazione e l’altra sul Def, ieri sera a Palazzo Chigi ha lasciato intendere che di questa materia tornerà ad occuparsi in prima persona.

 

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