Falcone, la mafia e la «trattativa»

L’Unità
Marcelle Padovani

Se non sono stata propensa nel corso degli ultimi 22 anni a parlare in pubblico di Giovanni Falcone, né a partecipare alle sue commemorazioni, è probabilmente per rispettare quello che era un suo rigetto del protagonismo, per quel pudore che ha sempre accompagnato il suo impegno. Ma anche perché l’essenziale di quel che avevo da esprimere in proposito è contenuto in quel libro scritto nell’estate 1991, pubblicato a ottobre a Parigi e poi tradotto in italiano a novembre.

Ho conosciuto Giovanni Falcone nel lontano 1984. Eravamo in novembre e si parlava sulla stampa di un magistrato di Palermo che stava interrogando un mafioso avviato al pentimento: Tommaso Buscetta ovviamente. «Più che delle rivelazioni su Cosa Nostra, la testimonianza di Buscetta ci dà delle conferme doppiamente preziose, perché vengono dall’interno di Cosa Nostra», mi dirà più tardi Falcone. Curiosa dunque di incontrare il magistrato, chiedo l’aiuto di Luciano Violante che conoscevo dai tempi delle grandi inchieste sul terrorismo. E così ho un appuntamento a Palermo alla fine di una giornata di inverno, alle 19, in un Palazzo di Giustizia deserto. Non appena mi apre la porta del suo ufficio, Falcone mi dice però: «Non posso. Debbo andare di corsa all’Ucciardone». Propongo di cenare insieme dopo, ma lui risponde: «Non è molto igienico». Leggendo sul mio viso la delusione, aggiunge: «Possiamo ripartire assieme per Roma domattina alle 7 da Punta Raisi. Parleremo in aereo».

Purtroppo, non parliamo neanche in volo, perché siamo seduti accanto a Marco Pannella, in quel medesimo giorno venuto a Palermo per dare la tessera del Partito radicale a Michele Greco, il «Papa della mafia». All’arrivo, Falcone mi assicura allora: «Non si preoccupi, la faccio chiamare a casa sua in fine mattinata». Non ci credevo ed ero pure un po’ arrabbiata. Ma verso le 12,30, un ufficiale della Guardia di Finanza mi telefona e mi fissa un appuntamento in Piazza Barberini. Da lì mi fa fare un lungo giro della città in auto, probabilmente per confondermi. Infine, atterriamo in una caserma dove lui spinge una porta e cosa vedo? Falcone seduto a un tavolo imbandito dinanzi a un camino col fuoco acceso. Straordinario. Forse anche rocambolesco. Comunque ci siamo fermati lì a parlare di mafia per un paio d’ore, ma soprattutto credo che sia allora nata un’amicizia e una fiducia che verranno confermate col passare del tempo. La fiducia divenne tale che, un giorno di febbraio 1991, mi chiamò da Palermo per dirmi che sarebbe stato a Roma la mattina dopo, che potevamo pranzare assieme, mi annunciò che lasciava la Procura di Palermo per disperazione («Mi danno da risolvere i casi di furto di elettricità allo Zen») e che aveva accettato la proposta del ministro della Giustizia di essere il direttore generale degli affari penali.

In quel momento, non aveva ancora iniziato il suo nuovo lavoro. Non aveva neanche un ufficio romano, perché stavano facendo dei lavori nella sua stanza; dunque era abbastanza libero di disporre del suo tempo. E allora che ebbi la presenza di spirito di mettere sul tappeto l’idea di un libro sulla mafia (…). Il giorno dopo gli spedii una scaletta. Cinque giorni dopo l’editore francese era a Roma con un contratto pronto per essere firmato. Une serie di interviste a ora di pranzo, credo 22 o 23, sempre in ristoranti diversi, che sceglieva lui all’ultimo momento, e a fine luglio, con un malloppo di appunti alto 20 centimetri, partii per l’Alto Adige, dove passavo solitamente le vacanze, decisa a scrivere il libro. A fine agosto Falcone mi raggiunse, lesse il manoscritto in francese, fece poche correzioni e così nacque «Cose di Cosa nostra». Fu lui a scegliere il titolo. Se vi ho raccontato questi aneddoti è soltanto per dirvi del rapporto di grande fiducia che si era stabilito fra di noi. Al punto di confidarmi, anche in seguito, il suo senso di solitudine, di isolamento rispetto ai colleghi, al Csm, alla politica e ai media. E che lo inseguì fino alla morte. Ancora nel dicembre 1991, sentendosi di nuovo nel mirino, chiese a Gerardo Chiaromonte ed a me stessa di fare ognuno una breve intervista a sua difesa, poi pubblicate sull’Espresso. Veniamo però al tema stabilito per questo incontro: l’eredità di Giovanni Falcone, vista da una giornalista. Cosa penserebbe oggi Falcone?

Nessuno può dirlo. Ma io credo che Falcone potrebbe rallegrarsi nel vedere che la magistratura italiana è stata ed è ancora la colonna vertebrale della società italiana, la garante della democrazia. Spesso finanche l’unico Stato visibile agli occhi dei cittadini. Si rallegrerebbe, Falcone, della realizzazione di alcune sue grandi intuizioni: la Procura nazionale e le procure distrettuali antimafia; il migliorato coordinamento delle forze di polizia; una legislazione antimafia efficiente ed originale, particolarmente con l’introduzione del delitto di associazione mafiosa. Una varietà di strumenti invidiata da chi in altri Paesi è incaricato della repressione di fenomeni di criminalità grave (…). Si rallegrerebbe, Falcone, della straordinaria efficacia della repressione antimafia: con il Gotha di Cosa Nostra praticamente tutto in carcere, con la forte destabilizzazione dei Casalesi e col ridimensionamento enorme della Sacra Corona Unita (…). Certo la situazione non è perfetta. Vi sono molte cose da fare, a partire dalla ratifica di importanti convenzioni internazionali sull’assistenza giudiziaria e sulla corruzione. Ma l’impostazione generale è buona, ed ha ragione Piero Grasso a sostenere: «Abbiamo inventato il veleno, ma anche l’antidoto» (…). In che senso invece Giovanni Falcone potrebbe dirsi preoccupato o persino spaesato oggi? Per gli errori e per gli sprechi sicuramente. Per la sottovalutazione e il dilettantismo col quale spesso la politica affronta il problema della lotta alla mafia.

A che serve che i politici esaltino la cattura dei latitanti, la carcerazione dei capomafia siciliani o campani, quando si sa che per un mafioso arrestato ce ne sono dieci pronti a prendere la sua successione? Perché quello che conta non sono soltanto i capi, ma le strutture portanti, le condizioni del radicamento dei grandi gruppi criminali nel territorio, le pratiche consensuali tipiche delle organizzazioni mafiose. Ci si dimentica, per esempio, che il successo delle mafie è dovuto al loro essere dei modelli vincenti. E fin quando lo Stato non saprà esso stesso diventare un modello vincente, le mafie gli contenderanno il consenso popolare. Se si aggiunge, come dimostrano le operazioni congiunte fra la Procura di Napoli e quella di Roma nel gennaio e nel febbraio di quest’anno, che le mafie dimostrano oggi una particolare adattabilità all’evoluzione del capitalismo, fornendo alle imprese mille servizi, oltre che soldi e pace sociale, e diventando dei «problem solvers», delle stampelle per economie in difficoltà, se si aggiunge dunque questa recente evoluzione del mondo mafioso, c’è da essere scettici sui successi dell’Antimafia legati alla sola repressione. Dinanzi alla probabile mutazione genetica del crimine organizzato, ci vorrebbe ben altro per bloccare la sua omologazione alle forme più rapaci del capitalismo moderno.

Questo per dire che probabilmente Falcone oggi solleciterebbe il mondo politico alla prevenzione, al controllo del modo in cui si costituiscono le società, si comprano e si vendono le imprese, i ristoranti, ovvero dei modi nei quali le aziende smaltiscono i rifiuti o accedono ai servizi finanziari. Questo per dire che senza dubbio Falcone avrebbe preferito, oggi come ieri, uno Stato meno intermittente e dilettantesco nel suo impegno. Meno incapace di affrontare il problema numero uno di questa società che si chiama corruzione. E sappiamo benissimo che la corruzione è la madre di tutte le mafie. Ma vorrei avviarmi alla mia conclusione e non posso, anche se so che provocherò qualche polemica, non affrontare l’evoluzione del ruolo del magistrato antimafia da vent’anni a questa parte. Se ieri Falcone era davvero un magistrato solitario, oggi parecchi suoi colleghi, pur sostenendo di essere come lui isolati, si rivelano invece molto più vicini alla politica e condizionati dai mass media. Si sono spesso offerti, infatti, alla mediatizzazione estrema dei propri comportamenti e stati d’animo. Si sono lasciati prendere per mano dal protagonismo e spesso hanno contribuito a costruire un’autorappresentazione sacrificale del proprio ruolo. Diventando, in pratica, quelli che mi sono permessa di definire dei nuovi protagonisti dell’Antimafia. Alimentando negli stessi media cui offrono se stessi la tendenza a ricamare ed a supporre, quando non a costruire trame e complotti o retroscena che spesso non hanno che un rapporto lontano con la realtà (…). Concluderei evocando dunque l’abisso che secondo me esiste fra i «protagonisti dell’Antimafia» di questo tipo e la persona di Giovanni Falcone.

Lui che era un magistrato scrupoloso e pragmatico, assolutamente non ideologico, attaccato alla verifica di ogni dettaglio – per esempio delle confidenze dei pentiti – lui che si vantava di non aver mai dovuto rimettere in libertà un suo arrestato, probabilmente si stupirebbe oggi di sentir parlare della cosiddetta «trattativa». La mia convinzione – ma qui interviene la mia soggettività – è che Falcone non avrebbe mai avviato un’inchiesta ed un processo di questo genere. E che soprattutto non avrebbe considerato la «trattativa» come un reato in sé. Si sentirebbe dunque più vicino alle tesi di un giurista come Giovanni Fiandaca, convinto com’era che la mafia la si combatte anche infiltrandola, anche cedendogli delle informazioni per ottenerne altre o per evitare degli assassini, come si fa in tutto il mondo quando si lotta contro il crimine organizzato. Insomma credo che avrebbe pensato a perseguire gli eventuali delitti concreti dei quali potrebbero essersi macchiati coloro che sono accusati oggi di essere dei «trattativisti», ma che non avrebbe incoronato la trattativa come delitto in sé.

 

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