Tangenti del caso Lockheed Le dimissioni di Leone

Corriere della Sera
Sergio Romano

Quello che sta succedendo sull’acquisto dei costosi, ma inaffidabili, caccia F-35 mi ha ricordato lo scandalo Lockheed degli Anni ‘70. Anche allora le pressioni degli Stati Uniti costrinsero alcuni Paesi Nato, tra cui l’Italia, ad adottare l’aereo C120 Hercules, che si rivelò però al di sotto delle aspettative, perfino pericoloso: tant’è vero che gli Usa si erano ben guardati dal comprarlo. Il caso coinvolse alcuni politici europei, accusati di avere preso soldi per favorirne l’acquisto. Mi pare che in Italia un ministro fu condannato, ma posso sbagliarmi. Vi fu anche un personaggio misterioso, dal nome in codice «Antelope Cobbler» (antilope ciabattino!), che, sempre che io ricordi bene, non fu mai identificato. Che cosa successe esattamente?
Silvio Hénin
silvio.henin@fastwebnet.it

Caro Hénin,
Tralascio i giudizi sulla qualità degli aerei (una materia in cui non ho particolari competenze) e ricordo ai lettori brevemente i passaggi essenziali di quella vicenda. Le prime notizie giunsero in Europa nel 1975 grazie all’inchiesta di una commissione del Congresso americano, presieduta dal senatore democratico Frank Church, sulle attività della Cia e dell’Fbi. Messa alle strette, l’azienda aeronautica Lockheed, produttrice degli aerei, ammise di avere ottenuto i contratti di vendita con il versamento di importanti somme di denaro a personalità pubbliche civili e militari di quattro Paesi: Germania. Giappone, Italia e Paesi Bassi. In Italia le persone coinvolte sarebbero state due ex ministri della Difesa, Luigi Gui e Mario Tanassi, e un ex presidente del Consiglio, Mariano Rumor. Investito della questione, il Parlamento nominò due commissioni inquirenti di cui la seconda, presieduta da Mino Martinazzoli, esonerò Rumor, ma decise la messa in stato d’accusa dei due ex ministri. Per i processi contro i membri del governo era ancora valida la norma costituzionale (art. 34) che ne attribuiva la competenza alla Corte Costituzionale.

La sentenza della Corte, emanata il 1° marzo 1979, assolse Gui e condannò 6 Tanassi a due anni e 4 mesi di reclusione, lo privò dei diritti civili per due anni e mezzo, e lo dichiarò decaduto dall’ufficio di parlamentare. L’identità di Antelope Cobbler non fu mai scoperta. Ma una forsennata campagna di stampa e le pubbliche accuse del Partito radicale diffusero nel Paese la convinzione che il misterioso personaggio fosse il democristiano Giovanni Leone, presidente della Repubblica. Tutto questo accadeva quando Aldo Moro ed Enrico Berlinguer stavano faticosamente pilotando i loro rispettivi partiti (la Dc e il Pci) verso l’intesa che fu definita «compromesso storico». Per non apparire troppo cedevole agli occhi di quella parte del suo partito che non voleva accordi con gli odiati democristiani, Berlinguer, soprattutto dopo la morte di Moro, chiese un gesto di cui avrebbe potuto rivendicare il merito. Quel gesto fu il sacrificio di Leone, indotto a dimettersi per il bene del partito e del Paese.

Qualche anno fa, Paolo Mieli, allora direttore della Scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa, propose ai suoi studenti una ricerca sul «caso Leone» e li esortò a tenere conto, tra l’altro, di due fattori che ebbero un considerevole peso in quella vicenda. Il primo fu il contesto politico italiano nella fase del compromesso storico. Il secondo (le parole sono mie) fu l’ubriacatura americana di alcuni giornalisti italiani che avevano letto con invidia il caso del Watergate e volevano emulare i due giornalisti del Washington Post (Bob Woodward e Carl Bernstein), protagonisti di una inchiesta che aveva costretto Richard Nixon a dimettersi. Ai suoi studenti Mieli disse: «Sentirsi dalla parte del bene e in lotta contro il male è una cosa molto diversa da quella che invece richiederebbe la nostra deontologia, cioè essere dalla parte della verità, e la verità si cerca non facendo tornare tutti i conti e identificandola con quello che noi riteniamo essere il bene, ma andando a verificare le cose che darebbero torto alle nostre idee precostituite».

 

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