E se palestinesi e israeliani entrassero in Europa?

cronache del garantista
Simone Sapienza

«I confini di Israele possono essere i confini degli Stati Uniti d’Europa (e del Mediterraneo). I cittadini d’Israele possono essere i cittadini degli Stati Uniti d’Europa, della Comunità Europea»: iniziava così l’articolo pubblicato nel 1988 da Marco Pannella sul Jerusalem Post. Il manifesto, pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani israeliani in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme, era il frutto di anni di analisi dei Radicali sulla complessa realtà del Medio Oriente. «Israele nell’Ue – ribadiscono in un nuovo appello nel 2006 – è naturale ricongiungimento, premessa dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…».

Se questa campagna è da oltre 20 anni al centro delle iniziative transnazionali del Partito Radicale, il governo di Israele ha precisato più volte che un suo futuro ingresso nell’Ue non è da scartare. Ma il realismo politico è così forte che ogni apertura è stata ignorata dai media o trattata come una forma di cortesia. Nel 2006 è Mario Pirani dalle colonne di Repubblica a proporre l’ingresso nell’Ue oltre che di Israele anche della Palestina: «L’adesione dei due stati all’Ue consentirebbe all’Europa di assumere, ben al di là dei caschi blu, una piena responsabilità per la pace in Medio Oriente e il futuro politico, civile ed economico della regione. Oltre a ritrovare una grande funzione l’Europa pagherebbe il suo debito storico verso gli ebrei ma anche verso i palestinesi». Secondo diversi sondaggi, come quello condotto nel 2011 dall’Università Ben Gurion del Negev su un migliaio di intervistati, P81% degli israeliani sarebbe favorevole a un ingresso nell’Ue. Ma che cosa ne pensano i palestinesi? E soprattutto, come vedono il ruolo dell’Unione Europea? Non abbiamo sondaggi in merito, ma Daniela Sala lo ha chiesto a tre esponenti del movimento di Fatah. Le interviste andranno in onda su Radio Radicale questa sera alle 23.30 nella consueta rubrica settimanale di FaiNotizia.it.

VICOLO CIECO
Fatah è l’organizzazione politica fondata da Yasser Arafat nel 1959, la maggiore in Palestina fino al 2006, quando la sua popolarità è stata insidiata da Hamas (Movimento islamico di resistenza), che nella Striscia di Gaza ha ottenuto la maggioranza dei consensi. Fatah è tuttora maggioritaria in Cisgiordania. Quando lo scorso giugno Fatah e Hamas si sono accordati per un governo di unità, era il movimento islamico a essere più in difficoltà e a cercare coesione. L’accordo – che fa seguito ad altri due falliti tentativi di riconciliazione, nel 2011 e nel 2012 – è stato oggetto di aspre critiche da parte del governo di Netanyahu, impegnato in un difficile negoziato di pace con l’Autorità nazionale palestinese, guidata da Fatah. Hamas del resto è considerata da Israele e dall’Unione europea un’organizzazione terroristica che insiste nel non voler emendare la propria carta costitutiva l’invocazione alla guerra santa contro tutti gli ebrei (art. 7).

Nonostante questo, gli incontri coi negoziatori palestinesi non si sono interrotti e il 12 giugno Tzipi Livni ha incontrato a Londra Riyad al Maliki, ministro degli esteri del governo Fatah-Hamas. Lo stesso giorno tre ragazzi israeliani sono scomparsi da Gush Etzion, una colonia israeliana vicino Hebron, all’interno dei confini della Cisgiordania. Saranno ritrovati morti 18 giorni dopo. La leadership di Hamas non ha riconosciuto la paternità dell’eccidio che mirava a far naufragare l’accordo con Fatah e il negoziato con Israele. Obiettivo raggiunto, a giudicare dal conflitto in corso che solleva anche il velo sul nuovo governo palestinese. Un governo che, almeno per ora, sembra esistere solo sulla carta. Da parte israeliana un intervento di terra a Gaza riporterebbe le lancette della storia indietro di anni, decretando il fallimento dei negoziati e creando situazione difficile da gestire. Per gli abitanti di Gaza il ritorno di un esercita straniero, la sconfitta di Hamas e il rafforzamento delle fazioni ancora più estreme.

CAMBIO DI STRATEGIA
Lo scenario del conflitto si ripropone da anni con la sua scia di morti e paura. Anche la polemica politica è identica e fa leva sugli umori di un’opinione pubblica ferita. Una proposta come quella avanzata dai Radicali, alternativa alle politiche finora perseguite dall’Europa e dagli Stati Uniti, avrebbe il merito di cambiare completamente il piano di discussione perché supera la concezione di una sovranità statuale assoluta ponendo al centro il diritto alla libertà, alla democrazia e allo Stato di diritto: "due popoli, due democrazie". Se gli israeliani hanno già accettato l’idea di uno stato palestinese, Netanyahu lo dichiarò nel 2009, all’inizio del suo mandato, nel famoso discorso di Bar Ilan, un primo problema si pone dunque sulle difficoltà di una transizione democratica nei territori palestinesi. È quanto FaiNotizia.it ha chiesto ai giovani di Fatah. «L’entrata in una comunità come quella europea darebbe a Israele e Palestina la pressione necessaria per incamminarsi sulla strada della pace, secondo la legge internazionale», a parlare è Raed Debiyi, segretario internazionale del movimento dei giovani di Fatah intervistato a Ramallah. «L’Europa – continua Debiyi – dovrebbe però porre come condizione a Israele l’accettazione di uno stato palestinese. Tuttavia oggi, da palestinese, non percepisco Israele come al di fuori dell’UE. Tutti gli israeliani, ad esempio, possono entrare in Europa senza visto».

A chiedere una politica più presente da parte dell’Unione Europea sono anche Husam Zomlot, membro del Comitato esecutivo della Commissione affari esteri di Fatah, e Rami Abu Khalil, del Segretariato per gli Affari internazionali;Quest’ultimo è il più critico sulla mancanza di una decisa politica estera comune europea: «Da una parte l’Europa ammette il nostro diritto a uno stato palestinese indipendente ma con Gerusalemme Est capitale, ma allo stesso tempo non assicura un supporto politico, ma solo finanziario», dichiara ai microfoni di FaiNotizia.it. «Ho sempre detto che la Palestina è il paese mediterraneo più vicino all’Europa, – continua Abu Khalil – vorrei che anche Israele facesse parte dell’Ue insieme alla Palestina. Penso ci siano molti spunti in comune con gli europei. Israele dovrebbe accettare che entrambi entrassimo a far parte dell’Unione come soggetti paritetici, non come occupante e occupato». Gli fa eco Zomlot: «Gli europei sono i vicini immediati di Israele e Palestina, inoltre sono tra i più grandi donatori delle popolazioni palestinesi e importanti partner commerciali di Israele. Ciò significa che hanno profondi legami con entrambi. Gli europei sono in grado di capire il conflitto molto meglio degli Usa e di qualsiasi altro paese. Ritengo – prosegue – che una larghissima maggioranza dei palestinesi vorrebbe entrare a far parte dell’Unione Europea. L’Ue ha in sé l’esperienza di aver unito paesi diversi superando i confini, un’esperienza straordinaria e noi in Palestina dovremmo trarre ispirazione e guardare all’Europa come modello. La Palestina è ricca anche dal punto di vista culturale e religioso. La civiltà qui è molto radicata, abbiamo molto da offrire. Ma credo che la maggioranza di noi vedrebbe l’ingresso in Europa come il secondo passo. Il primo, necessario, è l’istituzione di uno stato palestinese», conclude Husam Zomlot.

Chissà se preverrà ancora a lungo l’attaccamento di Israele e dei palestinesi alla sovranità assoluta dello Stato nazionale e il purgatorio dei due popoli due stati continuerà, dunque, ad avere la meglio sull’associazione federale nel più ampio contesto europeo. Un contesto come sappiamo oggi profondamente in crisi. Israele, scriveva Emma Bonino già nel 2007, «rappresenta l’occasione che l’Unione europea ha di rafforzare definitivamente la sua credibilità come attore capace di contribuire alla soluzione di conflitti e di generare nuove dinamiche di sviluppo a livello internazionale. Una crescita di leadership da usare per far avanzare una parte originale ed attraente dell’idea di integrazione europea: non tanto in termini culturali, ma in termini di modello di convivenza, attraverso la diffusione della democrazia, della stabilità, del rispetto dei diritti umani». Per questo obiettivo, anche le donne e gli uomini israeliani e palestinesi più aperti, e oggi ridotti allo sconforto, potrebbero ritrovare una speranza e una prospettiva di azione.

 

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