2014, fuga da Silvio

l’espresso
Marco Damilano

Il Vaffa di Silvio risuona nei corridoi damascati di San Lorenzo in Lucina, sede di Forza Italia nella piazza che fu in passato quartier generale di Giulio Andreotti, doveva essere un tempio del berlusconismo, rischia di diventare il suo mausoleo. Funebre. «Ma vattene affan… », urla Berlusconi, «oppure con Fitto e Alfano», chissà cosa è peggio, sudato, paonazzo, furibondo, all’indirizzo di Daniele Capezzone, che nella precedente vita di segretario radicale si era già beccato una bestemmia in faccia da Emma Bonino, quando si dice il destino.

«Sai che c’è? Mi hai rotto i c…!», si scaglia il Cavaliere. Solo una volta, forse, era stato visto così alterato, il 22 aprile 2010, quando affrontò Gianfranco Fini nella storica assemblea del «che fai, mi cacci?». Ma era un tempo ancora felice, il Pdl governava e dominava. Mentre questa volta il competitor è il senatore Vincenzo D’Anna, campano di Santa Maria a Vico, è lui che avanza contro l’ex premier, che osa contraddirlo con il ditino alzato. E non si sa se più umiliante per D’Anna sentirsi apostrofare come un rompiballe da colui che fu il padrone d’Italia, o per l’ex Cavaliere finire così, dai grandi della terra alle baruffe regionali, costretto ad azzuffarsi come un ex campione in un campetto di provincia con un D’Anna qualsiasi. Fuori dalla porta, ad aspettarlo, c’è Francesca Pascale. È il suo compleanno, compie 29 anni la giovane Evita berlusconiana, passionale e invadente, chiamata a sorreggere il declinante carisma del suo generalissimo, ma anche Francesca è triste, non c’è molto da festeggiare.

Termina così, martedì 15 luglio, la più imbarazzante riunione della storia di Forza Italia. Con il Fondatore costretto alla mozione degli affetti, alla richiesta di fiducia («mi conoscete da vent’anni, datemi retta anche questa volta, non vi ho mai deluso»), irriconoscibile quando snocciola i sondaggi sempre più catastrofici che danno il partito sotto il 12 per cento, per giustificare la necessità di restare attaccati al carro di Matteo Renzi, «altrimenti non conteremo più nulla», fino alle urla, le parolacce, la voglia di menare qualche ceffone, non solo metaforico. Minacce di espulsioni, di deferimento ai probiviri per chi osteggia l’unica stella polare rimasta all’ex Cavaliere, il patto del Nazareno, il sogno di essere riabilitato come riformatore della Costituzione, padre della patria, lui che rischia di passare i suoi giorni dai servizi sociali di Cesano Boscone al processo d’appello sul caso Ruby, da Bari a Napoli, da Lavitola a Tarantini, autobiografia di un ventennio. «Era il nostro federatore. L’uomo che aveva riunito tutte le anime della destra. Ora è il nostro commissario liquidatore», riassume un deputato che gli fu fedelissimo, angosciato.

Gli interessi particolari dell’ex Cavaliere e quelli del suo partito non coincidono più da tempo, oggi sono entrati in rotta di collisione. Mors tua, di Forza Italia, vita mea, di Silvio. Caporali, colonnelli e fanteria si dilaniano tra due paure solo in apparenza contrapposte. Il Capo sta per mollare. No, il Capo non mollerà mai. Stati d’animo speculari, speranze, progetti futuribili, doppi e tripli giochi, sospetti. I deputati di Forza Italia, negli ultimi giorni, hanno letto con attenzione l’intervista di Renzi al "Corriere", in cui si rivela che sulla scrivania del premier, in bella evidenza, accanto al bilancio dello Stato è depositata una cartellina con le proiezioni elettorali elaborate non da un istituto scientifico ma da Denis Verdini. E si sono passati di mano in mano la lettera aperta che il senatore del Pd Massimo Mucchetti (dissidente) ha inviato a Berlusconi dalle colonne dell’"Unità": «Caro Silvio B., il suo amico Verdini deve rispondere della bancarotta del Credito cooperativo fiorentino e di altre imputazioni. I processi non sono ancora entrati nel vivo. E qui diventa interessante vedere se Verdini avrà maggiori possibilità di ottenere vantaggi dalla benevolenza del Principe rispetto a lei». Raccontano che anche il capogruppo alla Camera Renato Brunetta abbia letto con interesse l’articolo di Mucchetti, chissà se con condivisione.

I RENZUSCONIANI. Denis, l’amico fiorentino del premier, è tornato a dirigere il partito dopo un momento di difficoltà. È stato lui ad aprire l’assemblea del 15 luglio, nonostante il rinvio a giudizio per bancarotta arrivato qualche ora prima, lui ad affiancare Berlusconi come un’ombra ingombrante, mediatore con Renzi e asfaltatore dei dissidenti, il vero capo del partito, altro che il disneyano Giovanni Toti, portavoce berlusconiano per una mezza stagione. «Dopo l’estate faremo i congressi locali», ha annunciato Verdini. «Nel 2011 il tesseramento ci portò 98 milioni di euro». E chissà che fine hanno fatto, sospirano in Forza Italia guardando a certe inspiegabili ascese. Il convento è povero ma i frati sono ricchi, disse una volta il socialista Rino Formica, si potrebbe ripetere ora che Berlusconi piange miseria e che la tesoreria azzurra non riesce più a mantenere sedi, dipendenti, campagne elettorali. I soldi sono finiti, per gli azzurri è un trauma paragonabile al cambio del nome per il Pci: erano la cassetta di sicurezza, la cassaforte identitaria. Svuotata.

CERCHIO MAGICO. La cassa è affidata a Maria Rosaria Rossi, la senatrice che con Francesca Pascale blinda appuntamenti, agenda, amicizie e inimicizie dell’uomo di Arcore: il cerchio magico che circonda, dirige e gestisce il Mito in caduta. Accanto all’ onnipresente Verdini, capo della corrente filo-governativa, i Renzusconiani, più renziani che berlusconiani, ormai, di cui fa parte il capogruppo al Senato Paolo Romani, chiamato a sorvegliare la fronda azzurra nell’aula di Palazzo Madama, e la pitonessa Daniela Santanchè, fresca di offerta per rilevare "l’Unità", in un clima di intese extralarge. Verdini e Santanchè erano falchi un anno fa, sulle barricate per buttare giù il governo Letta, oggi sono super-colombe, preparano studi elettorali per Renzi, si candidano a salvare il quotidiano di Antonio Gramsci, vorrebbero buttare fuori i dissidenti che non appoggiano con il dovuto entusiasmo il. Sacro Patto del Nazareno. Soccorso azzurro.

SQUALI E SQUALETTI. Sul lato opposto, i ribelli, contrari ad appiattirsi sul patto del Nazareno, anche a costo di disubbidire agli ordini del Capo, uno scherzo della storia che a guidare gli ammutinati di Arcore sia l’ex direttorissimo Augusto Minzolini, mediatico e influente, impressiona, terrorizza le anime fragili dei peones con la sua specialità, i retroscena: «Renzi ci fa votare l’eliminazione del Senato e ci porta alle urne tra sei mesi, ve lo dico io». In molti gli credono, confusione in aumento.

INDIPENDENTISTI. In mezzo, ci sono gli indipendentisti, la corrente di Raffaele Fitto, supervotato alle europee del 25 maggio. È stato Fitto il primo ad alzarsi in piedi con un dito puntato contro Berlusconi durante un ufficio di presidenza, «ha dato il via, dopo di lui tutti si sentono in diritto di farlo», lui a bollare Berlusconi con il nomignolo più sarcastico, il Cavaliere «ipnotizzato» (da Renzi, ovviamente). Vorrebbe trasformare Forza Italia in un partito vero, con un coordinamento che rappresenti i reali rapporti di potere interni, terremotati dagli ultimi risultati elettorali. Non esiste più il partito delle partite Iva e dei piccoli imprenditori che dedicarono a Berlusconi una standing ovation all’assemblea della Confindustria di Vicenza nel 2006, con le sue roccaforti in Lombardia e in Veneto. Oggi Forza Italia è in gran parte meridionalizzato, conta il residuo serbatoio di voti al Sud, rappresentato dall’ex governatore. I senatori campani come D’Anna e quelli pugliesi controllati da Fitto sono il cuore dei gruppi parlamentari, si muovono tra il dissenso e la trattativa, più che rompere con Renzi vorrebbero conquistarsi un posto al sole, scalzare Verdini dal ruolo di capo occulto del partito. Alleati, per un gioco delle parti, con il capogruppo alla Camera Brunetta, auto-candidato a guidare i nuovi falchi, l’ala che non vuole morire renziana. Non si liquida Renato con un semplice vaffa, mica è Capezzone, al povero Berlusconi tocca rabbonirlo ogni giorno con promesse sempre più surreali: «guiderai la nostra opposizione sul terreno economico», sì, certo, come no…

VENT’ANNI DOPO. È tutta una questione di tempo, perché ormai al gioco del dopo-Berlusconi partecipano tutti, proprio tutti. E c’è chi punta su elezioni anticipate tra un anno, chi le vede allontanarsi nel tempo, chi prepara una nuova scissione, uguale e opposta a quella di Angelino Alfano di un anno fa. Gruppi territoriali che potrebbero staccarsi da Forza Italia al momento del voto sulla riforma del Senato e minare il Patto Renzi-Berlusconi, per poi inserirsi con un maggior peso contrattuale nella successiva trattativa sull’Italicum e su quel che più interessa all’ex premier. Nelle conversazioni private e negli interventi pubblici la questione dei processi, della grazia e del salvacondotto è svanita, Berlusconi non ne parla più, ma ci pensa sempre. Ed è il vero obiettivo dell’ultima battaglia per cui è disposto a sacrificare tutto, compresa la sua creatura politica. Nel ‘94, venti anni fa, fondò Forza Italia, per salvare se stesso, dissero gli avversari, ora per raggiungere lo stesso obiettivo è disponibile a farla svanire, evaporare. Fino a dissolversi, lui che litigò con Schultz, Fini e Sarkozy, in una rissa con un certo D’Anna, pallida copia delle belle stagioni che furono.
 

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