In aula a Ferragosto l’ultima sfida alle vacanze lunghe degli onorevoli

la Repubblica
Filippo Cecarelli

Langue, sospira e geme il trolley del senatore, e già le mogli scalpitano, i figli mettono il muso perché le vacanze parlamentari quest’estate rischiano di accorciarsi e magari nemmeno ci saranno – altro che riforma del Senato! Con un margine esiguo di voti, cinque, l’altro giorno la maggioranza ha approvato un calendario di guerra. Da lunedì prossimo si procede a marce forzate, dalle ore 9 a mezzanotte, compresi il sabato e la domenica. Le sedute ad oltranza sono previste fino al giorno 9 agosto, limite massimo raggiunto da una classe politica che non rifulge per spirito di sacrificio. Ma il presidente Renzi, cui non difettano enfasi e baldanza, l’ha già messa a suo modo: «Voglio andare fino al 15 agosto? Ok, tanto io non vado in ferie». Questo sul piano tattico-simbolico. Ma nella pratica l’idea dei senatori inchiodati a Ferragosto nell’aula «bomboniera» di Palazzo Madama suscita la più viva incredulità, non solo per mancanza di precedenti. Ora, tutto può sempre accadere. Ma tra le varie costanti o regolarità della Prima, della Seconda e/o della Terza Repubblica c’è che le ferie dei parlamentari sono sacre e perciò intoccabili.

Tanto lo erano che negli anni 70, 80 e poi oltre Pannella e i deputati radicali, per protesta contro la chiusura delle assemblee, avevano preso l’abitudine di restarvi per tenerle aperte. Oppure le abbandonavano, ma solo per il tempo di organizzare cortei in fila indiana per le vie deserte di Roma issando cartelli contro lo sterminio tipo «Anche a Ferragosto si muore di fame» (1982), ovvero allestivano finti patiboli a Fontana di Travi contro la pena di morte (1994), come pure sotto il solleone distribuivano i soldi del finanziamento pubblico (1997). La maggioranza e i governi glielo lasciavano fare concedendo ai radicali il picco dell’estate come una specie di zona franca. Poi Pannella restò fuori dal Parlamento. Ma le vacanze della Camera e del Senato, quelle restarono ferme. Anzi. Nel 2006 raggiunsero la cifra record di 47 giorni; nel 2007 e nel 2008 durarono 38 giorni; nel 2009 risalirono a 40; nel 2010 subirono un lieve calo, 33 giorni. Come sempre si riprendeva a settembre inoltrato.

Sul piano della narrazione politica, oltretutto, agosto è il più leggero, ma può anche trasformarsi nel più pesante dei mesi. La barca di D’Alema, certo, la canotta di Bossi, la stalla e il trattore di Di Pietro, i fasti vulcanici di villa La Certosa. Però anche il ministro degli Esteri Frattini che non tornava dalle vacanze durante l’invasione russa della Georgia, il risentimento di Maroni verso La Russa che polemizzava sugli sbarchi a Lampedusa dalle «spiagge esotiche». Per non dire del fantastico episodio, autentico gioiello da cinecocomero, toccato in sorte a Nitto Palma, precipitosamente promosso alla Giustizia, ma per questo costretto a rinunciare a un lungo viaggio in Polinesia con il biglietto Millemiglia: «Non sto né all’Economia, né all’Interno – si interrogava lamentoso – è proprio indispensabile che rimanga qui?». Rimase.

Era il drammatico agosto finanziario del 2011. Per via dell’attacco dello spread, delle continue polemiche di Berlusconi con Tramonti e del discredito dei Grandi verso l’Italia, il presidente Napolitano fece slittare la sua partenza. Ma i parlamentari si beccarono comunque 31 giorni. E tuttavia l’anno seguente il dibattito sul calendario estivo venne dapprima funestato dalla lunga coda di un onorevole pellegrinaggio in Medio oriente, con monsignor Fisichella, «Alle radici della pretesa cristiana»; e poi dalla incalzante necessità di procedere alla revisione della spesa pubblica. Per cui l’allora presidente dei deputati Pdl, Cicchitto, affrontò a brutto muso il ministro montiano, Giarda: «Se ci volete far star qui fino al 12-13 di agosto, sono problemi vostri. A quel punto ve la trovate voi una maggioranza: in bocca al lupo!». Con il che il proposito parzialmente rientrò. Non sia mai che si violassero i venerandi limiti estivi, e così a Montecitorio e Palazzo Madama portarono comunque a casa 27 giorni.

Lo scorso agosto non si ricordano particolari problemi, anche perché nel frattempo era invalsa l’astuta formula secondo cui assemblea e commissioni si potevano pur sempre riconvocare, ove necessario. Quest’anno dovrebbe valere un’alternativa vagamente risorgimentale («O Roma o morte») e istituzionale («O la Repubblica il caos») che suona: o la riforma o le ferie. Ma molto, se non tutto, lascia pensare che per i villeggianti politici un aggiustamento si troverà.

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