Una strada per salvare i referendum elettorali

Corriere della Sera
Arturo Parisi * e Mario Segni **

In un recente editoriale sul Corriere, Michele Ainis si interrogava preoccupato sulla sorte destinata all’istituto referendario nella riforma costituzionale in discussione. Mentre si accrescono giustamente i poteri del governo ci chiediamo anche noi se è saggio indebolire fino ad eliminarlo uno dei fondamentali contropoteri riconosciuti ai cittadini. Perché questo sarebbe appunto l’esito della complessa riforma costituzionale in atto qualora il testo dovesse uscire immutato dall’aula del Senato. E non pensiamo all’innalzamento a ottocentomila del numero di firme necessarie per la richiesta di un referendum. L’accresciuto gravame è infatti controbilanciato dall’abbassamento del quorum dei votanti necessari per la validità del referendum alla meta più uno dei partecipanti alle ultime elezioni politiche. Se un referendum interpreta una domanda politica matura anche ottocentomila firme sono raggiungibili, come noi stessi abbiamo sperimentato raccogliendo in un solo mese molto più di un milione di firme per quel referendum contro il Porcellum poi sciaguratamente respinto.

Vogliamo invece richiamare l’attenzione sugli esiti della limitazione del referendum a intere leggi o a commi di essa con l’intento di evitare i cosiddetti referendum manipolativi. Vi è infatti un campo nel quale una norma siffatta produrrebbe la totale sottrazione del diritto dei cittadini di ricorrere al referendum: quello dei referendum elettorali. Poiché la giurisprudenza della Consulta non ammette un referendum sulla intera legge elettorale per il vuoto legislativo che ne deriverebbe, escludere i referendum che riguardino singole parti equivale a impedire d’ora innanzi qualunque referendum elettorale. È questo l’obiettivo? Perché allora non inserire apertamente i referendum elettorali tra quelli preclusi dall’art.75 della Costituzione spiegandone i motivi? Il governo si vanta che è solo grazie alla sua iniziativa che la macchina delle riforme si è rimessa in moto. E in gran parte si vanta a ragione.

Non dimentichi tuttavia che è solo grazie ai referendum del ‘91 e ‘93 che quella macchina si mise per la prima volta in moto. Senza quei referendum non avremmo oggi la elezione diretta del sindaco e del presidente della Regione e non sarebbero state pensabili le stesse primarie per la guida politica del governo del Paese, il precario istituto che è all’origine della nuova stagione politica. O è invece al futuro immediato, che pensa il governo, alla necessità di blindare la nuova legge elettorale sottraendola al rischio di un nuovo referendum? Perché è appunto questo quello che succederebbe se la riforma dovesse passare nel testo attuale.

È saggio introdurre nella Costituzione per un calcolo contingente una norma destinata a valere per sempre? Si potrebbe rispondere che non sarebbe la prima volta. Ma è prudente e realistico? Non si rischia così di spingere quanti si oppongono anche solo ad alcuni aspetti della nuova legge elettorale a confondersi con gli avversari del- l’intero pacchetto partorito dal patto del Nazareno? È per questo motivo che mentre il Senato vota gli emendamenti al testo, nel quadro di un ripensamento della complessiva normativa sui referendum, vogliamo richiamare l’attenzione sull’emendamento proposto dai senatori Tonini e Gotor (A.S.1429 – A). Per rendere compatibile l’esclusione di referendum manipolativi e allo stesso tempo consentire l’abrogazione totale o parziale di leggi elettorali, al fine di evitare il vuoto normativo, l’emendamento prevede che «l’efficacia della abrogazione sia rinviata all’entrata in vigore della nuova disciplina approvata dal Parlamento».

Ci auguriamo che il governo e la maggioranza voglia considerarlo con l’attenzione e il favore che merita. Non vorremmo che la confluenza tra avversari parziali e radicali della iniziativa riformatrice in corso li spinga ad operare prima e dopo la sua approvazione in parlamento perché essa possa alla fine essa possa essere ancora una volta sconfitta attraverso il referendum previsto dall’art.138. Si vanificherebbe in questo modo in un sol colpo tutta l’impresa delle riforme istituzionali che già così tante energie ha sottratto alle urgenze che chiamano il governo e la politica in altri campi della azione associata. Ancora una volta l’Italia si ritroverebbe alla prima casella di quell’infernale gioco dell’oca al quale il patto del Nazareno pensava di averla definitivamente sottratta.
*fondatore dell’Ulivo
** promotore dei referendum del 1991 e 1993

© 2014 Corriere della Sera. Tutti i diritti riservati

POST COLLEGATI

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA