Ottime ragioni contro le preferenze

Europa
Benedetto Della Vedova

La fortuna del voto di preferenza come rimedio alla supposta antidemocraticità dell’Italicum e possibile compromesso con le minoranze avverse alla riforma costituzionale, a mio avviso, confonde le idee e allontana una soluzione complessiva. E non risponde all’esigenza di migliorare l’impianto di una legge elettorale, che non avrebbe invece di che giovarsi dal recupero di un istituto, a cui la Prima repubblica – più che a ogni altro – deve il suo naufragio nel malcostume della corruzione politica e nel voto di scambio come regola del "patto democratico".

Chi abbia un po’ di memoria ricorda che nel 1991 la stagione referendaria, culminata nella richiesta del voto uninominale e maggioritario come riforma strutturale del sistema politico italiano, ebbe inizio proprio con un referendum contro la preferenza multipla. Due anni dopo, sull’onda di quel primo successo, un altro referendum, che capovolgeva la logica particolaristica del voto proporzionale preferenziale, chiese di adeguare il nostro sistema elettorale al principio del first past the post. Il Mattarellum poi italianizzò l’esito troppo "eversivo" del referendum Segni-Pannella e in poco più di un decennio si tornò anche sul piano nazionale a un sistema di voto proporzionale, corretto dal premio di maggioranza, ma sostanzialmente coerente con l’idea che il bipolarismo non avrebbe dovuto, né potuto, forzare il pluralismo politico italiano in una direzione rigidamente bipartitica. Perché ora, in questo quadro, andrebbe recuperato anche il voto di preferenza?

La prima risposta, apparentemente scontata, è che gli italiani lo vogliono. C’è da discutere se lo vogliano davvero, ma è certo che non sembrano particolarmente desiderosi di usarlo. Alle ultime elezioni europee, su 27 milioni e rotti di voti validi, le preferenze espresse sono state poco più di 12 milioni. Visto che era possibile esprimerne fino a tre, di generi diversi, se si ipotizza che la media di preferenze espresse sia stata di due, meno di un quarto degli elettori ha espresso preferenze. Se si ipotizza la media di tre, circa un settimo. In ogni caso, è certo che a dare la preferenza sono stati una minoranza, non particolarmente cospicua, soprattutto al nord, degli elettori che hanno scelto di votare. Se poi vogliamo ragionare sulla presunta rappresentatività del voto di preferenza, esso evidentemente "fotografa" assai meno del voto uninominale e per ragioni diverse – della cosiddetta lista bloccata l’orientamento reale dell’elettorato di una forza politica. Facciamo un po’ di esempi. Sempre alle scorse europee – dove la competizione sul voto di preferenza è stata particolarmente serrata nella circoscrizione Nord Ovest la candidata più votata del partito più votato, il Pd, ha raccolto meno del 6% dei voti di lista. Tantissimi, in termini assoluti (circa centottantamila), pochi in termini relativi su tre milioni e duecentomila voti per il Partito democratico. Nella stessa circoscrizione, il candidato più votato del M5S il partito che, paradossalmente, più sostiene il voto di preferenza come garanzia dell’autentica democraticità del voto e meno se ne giova – ha invece raccolto meno del 2% dei voti di lista. Pochissimi anche in termini assoluti (circa ventiduemila), oltre che sui voti totali (circa un milione e mezzo).

La situazione non cambia se, al posto del voto europeo, si considera un’elezione in cui la lotta per le preferenze mobilita un numero molto superiore di candidati e di forze politiche. A maggio, insieme alle europee, si sono tenute le elezioni del presidente e del consiglio regionale del Piemonte. Considerando i voti di preferenza raccolti da tutti i candidati eletti dal partito più votato nella circoscrizione più popolosa – il Pd nella provincia di Torino – essi complessivamente rappresentano appena il 15% di tutti gli elettori democratici: meno di cinquantasettemila su quasi trecentosettantaduemila. Gli eletti del M5S nella medesima circoscrizione rappresentano a propria volta meno dell’8% degli elettori grillini, quasi diciottomila su oltre duecentotrentatremila. Infatti, sia nelle regioni che nei comuni l’unico vero rappresentante politico dell’istituzione, non solo in termini formali, è il presidente o il sindaco che è scelto con un’elezione diretta, rappresentativa della maggioranza relativa o assoluta dei votanti. Se il voto di preferenza è da considerarsi poco rappresentativo degli orientamenti reali dell’elettorato di una forza politica (delle sue dinamiche "generali", intendo) esso è anche il meno efficiente per assicurarne l’unità d’iniziativa e la tenuta rispetto agli impegni di governo (o di opposizione). È difficile portare in un’assemblea elettiva una linea comune quando i singoli eletti sono e si sentono invece rappresentativi del proprio personale elettorato e usano le liste di partito come porta d’accesso a una competizione del tutto individuale. Già nella Prima repubblica all’interno dei partiti storici le correnti, di cui le preferenze raccolte stabilivano le gerarchie e i rapporti di forza, erano alla fine diventate federazioni dei capitani di ventura disposti a cambiare bandiera, per non rinunciare al bottino. Non c’è da sperare che, nei tempi presenti, le preferenze possano funzionare diversamente da come, sempre, hanno funzionato in passato.

E non è neppure il caso di ricordare che proprio nelle elezioni regionali e locali – dove nessuno ha mai toccato le preferenze – la cronaca politico-criminale annovera casi emblematici di "campioni" dediti al più spregiudicato malaffare proprio per tenere in piedi un sistema particolarmente oneroso di manutenzione del consenso. Perché anche questo è certo: le preferenze accrescono i costi della politica, quelli pubblici e quelli privati, quelli diretti e quelli indiretti, quelli legali e quelli illegali. C’è un altro argomento a spingere contro le preferenze, analogo a quello che si usa per giustificare il (sacrosanto) superamento del bicameralismo perfetto e la natura elettiva della camera alta. Quanti e quali paesi eleggono i parlamentari con un voto basato esclusivamente sulle preferenze? Pochissimi. Nessuna grande democrazia in Europa, sia in termini storici, che geografici. Nessun paese che l’Italia possa adottare come esempio di buona politica. Le preferenze, come il senato elettivo, non sono un "classico" democratico, ma una peculiarità di sistemi anomali o comunque molto particolari. Le preferenze sono un’eccezione, in uso in pochi e piccolimedi stati europei, tutti rispettabili, nessuno in grado credibilmente di assurgere a modello per la soluzione dei problemi italiani. Stati, peraltro, dove il voto di preferenza non ha già trasformato, come invece è avvenuto in Italia, la competizione elettorale in un mercato "al dettaglio" del consenso e in un sistema di compravendita del voto, in cui il do dell’elettore sia direttamente contraccambiato dal des dell’eletto, con l’uso dei mezzi della spesa e della regolazione pubblica.

Come ricorda spesso il professor D’Alimonte, l’uso del voto di preferenza divide profondamente il Nord e il Sud del paese, più che gli elettorati di centrodestra e centrosinistra. Nelle ultime elezioni regionali in Lombardia solo il 12% degli elettori che ha espresso un voto valido ha dato anche un voto di preferenza. Nelle ultime regionali in Calabria questo dato è stato invece dell’84%. Perché non partire da questi elementi razionali e non emotivi, per cercare eventuali correttivi ai presunti automatismi dell’Italicum? Se si vuole uscire dalla logica della lista bloccata – che è comunque molto più "classica" e trasparente del voto di preferenza e dei suoi esiti – c’è l’alternativa dei collegi e del voto uninominale, sia nella sua variante maggioritaria che in quella proporzionale (nonché perfino in quella mista). Parliamone apertamente. Ma su questo tema, per dirla con Manzoni, non è prudente che il buon senso se ne stia nascosto, per paura del (supposto) senso comune.

 

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