Ascesa e declino di Giannino un matto liberale tradito dalla laurea inventata

Libero Quotidiano
Luciano Capone

I liberali italiani non riescono a trovare un condottiero che li guidi nella lotta allo statalismo e lo aspettano come un messia da oltre 60 anni, da quel «Date un matto ai liberali» scritto nel 1951 da Mario Ferrara sulle colonne del Mondo. I liberali hanno economisti, oratori, una cultura profonda e radicata e un elettorato a cui parlare. Mancava (e manca) secondo Ferrara a guidarli «uno di quei bei matti che non sono mai stati al manicomio e non ci andranno», perché senza questo matto «i liberali non si convinceranno più che la libertà è una pazzia e che loro conviene fare, di conseguenza, cose da pazzi».

I liberali si sono affidati a due grandi matti. Uno è Marco Pannella che alla sua maniera, tra uno sciopero della fame e uno scolapasta in testa, ha lottato contro la partitocrazia della Prima Repubblica. L’altro è Silvio Berlusconi, amante di Erasmo e del suo Elogio della follia, che ha costruito in pochi mesi un’armata di intellettuali e persone scelte con i casting per fare la "Rivoluzione liberale". Berlusconi e Pannella lottano ancora come leoni, ma hanno perso gran parte del loro popolo a causa di errori, fallimenti e rivoluzioni tradite.

Ad un certo punto si è pensato che il "Salvatore dei liberali" potesse essere non un matto col codino o la bandana ma un dandy con la testa pelata e la barba, Oscar Giannino, un giornalista eclettico che da anni parla di libero mercato, abolizione di monopoli, sussidi e privilegi, degli abusi della burocrazia, delle pretese eccessive del Fisco e delle violazioni dello Stato di diritto. Un matto che con vestiti sgargianti e bastone in mano va in televisione per gridare, come il bambino della fiaba di Hans Christian Andersen, quello che tutti vedono e nessuno dice, in questo caso non che «il re è nudo» ma che «lo Stato è ladro!». Questo folle di Giannino, insieme ad un gruppo di economisti, vuol «Fermare il declino» dell’Italia con un partito e riesce a raccogliere molte adesioni da parte delle persone schiacciate dalla crisi e dallo «Stato ladro».

Il progetto non fallisce per gli errori politici, come le pesanti dichiarazioni contro Berlusconi e il centrodestra, l’area da dove dovrebbero arrivare i voti degli elettori a cui piacciono la concorrenza, le privatizzazioni e le liberalizzazioni, ma per la follia del suo frontman. A pochi giorni dalle elezioni si scopre che Giannino – che parla di diritto, storia del pensiero, filosofia ed economia con la stessa competenza degli esperti della materia – anziché vantarsi di aver imparato tutto da autodidatta, ha raccontato un sacco di balle su lauree e master a Chicago. E a rendere pubblica la vicenda non è lo scoop di un giornale o di un avversario politico, ma una lettera pubblica di quell’altro matto di Luigi Zingales, amico di Giannino e co-fondatore del partito, che ha la fissa della trasparenza assoluta. Così i liberisti di "Fare per Fermare il Declino" fanno tutto da soli, in pochi mesi si fondano e autoaffondano prima delle elezioni. Ferrara diceva che serve un matto ai liberali, il problema di "Fare" è stato che ce n’erano troppi.

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