La resa educativa degli slogan sulla cannabis

Corriere della Sera
Giovanni Belardelli

L’annuncio di un accordo per la produzione di farmaci a base di cannabinolo da parte dello Stabilimento farmaceutico militare forse ha provocato qualche entusiasmo di troppo. In sé e per sé la novità è limitata: visto che l’impiego dei cannabinoidi a scopo terapeutico era già autorizzato da anni, tutto si ridurrebbe alla produzione in Italia dei relativi farmaci. Ma appunto, un po’ per il tenore di certi commenti, un po’ per un sentire diffuso nell’opinione pubblica, si fa spesso confusione tra la marijuana terapeutica e la marijuana libera, cioè liberamente consumabile da chiunque lo voglia. Così, c’è chi ha subito approfittato della notizia per chiedere anche la liberalizzazione della marijuana a scopo ricreativo; oppure chi si è dichiarato in favore della liberalizzazione come strumento per combattere la criminalità ma contemporaneamente ha addotto motivazioni di tutt’altra natura, sostenendo che la pericolosità della cannabis è soltanto una leggenda creata da «politici bacchettoni».

In effetti, il principale punto di debolezza della battaglia antiproibizionista dei radicali e non solo, di chi cioè considera la liberalizzazione come strumento per combattere la criminalità organizzata e lo spaccio (dunque anche per ridurre il sovraffollamento delle carceri), sta nel lasciare spazio alle posizioni di chi continua a considerare la marijuana come una droga che fondamentalmente non fa male. E questo non è vero. Gli effetti nocivi del consumo di marijuana sembrano ormai accertati, come ha illustrato Giuseppe Remuzzi su questo giornale lo scorso 3 settembre e come ha autorevolmente ribadito due giorni fa Silvio Garattini sulla Stampa, ricordando in particolare i danni generati dall’uso della cannabis nei più giovani. Si tratta di dati di fatto che dovrebbero spazzar via il mito dell’«erba» che non ha mai fatto male a nessuno, ancora largamente circolante come se fossimo rimasti agli Anni 6o e a Woodstock. Ma questo non avviene e i danni prodotti dalla cannabis sono ricordati di rado, anche per la paura di apparire altrimenti retrogradi e bacchettoni.

Proprio se spostiamo il discorso a livello culturale, occorre riconoscere che nei Paesi occidentali è in atto da qualche tempo una svolta in favore della liberalizzazione, come notava Umberto Veronesi un mese fa in un appello antiproibizionista (che non a caso – a testimoniare la confusione e l’ambiguità di cui si parlava – l’Espresso titolava «Diciamo anche noi marijuana libera»). Ma è una svolta culturale di cui non credo ci sia da andar fieri, poiché dietro di essa si intravvede, nelle classi dirigenti e più in generale nelle classi d’età adulte dell’Occidente, una abdicazione dalle proprie responsabilità educative.

Spesso, dietro il consumo di droghe, leggere o pesanti che siano, ci sono le difficoltà esistenziali, la crisi dei valori, le prospettive grigie di vita in cui tanti giovani oggi si dibattono. Ma su tutto questo la generazione dei baby boomers, cioè di chi è stato giovane negli Anni 60, sembra non sapere interrogarsi davvero, nonostante abbia molta responsabilità per la situazione in cui si trovano i propri figli e nipoti. Spesso quella generazione appare capace soltanto di un progressismo incanutito e vacuo, che non va molto oltre lo slogan – e l’illusione della «marijuana libera».

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