Ha ragione Storace, va abolito. Ma per tutti

cronache del garantista
Rita Bernardini

In questi giorni si torna a parlare del reato di vilipendio che da tempo avrebbe dovuto essere cancellato dal nostro codice penale. La vittima di turno è Francesco Storace che con determinazione e coraggio dichiara al TG5 di essere pronto al carcere se non lo scagionano. Una presa di posizione che ha il sapore "radicale" se non fosse per un piccolo particolare che sta in quel che segue il "se". Personalmente avrei detto «scelgo il carcere per indicare al parlamento la necessità di cancellare quella vera e propria ferita per la libertà di tutti rappresentata dal reato di vilipendio».

Anch’io nel 1997 fui denunciata per vilipendio delle Assemblee elettive e del Capo dello Stato. L’allora Ministro della Giustizia Flick, su richiesta del Procuratore della Repubblica Salvatore Vecchione, chiese a Camera e Senato l’autorizzazione a procedere nei miei confronti. Non mi parve vero: scrissi immediatamente al Presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio Ignazio La Russa, chiedendo di essere ascoltata "postulando la concessione dell’autorizzazione" (questa è l’espressione che si legge nei resoconti parlamentari dell’epoca). Peccato che non se ne fece nulla perché la Giunta accettò la proposta del Presidente La Russa il quale si appellò alla prassi parlamentare che non aveva mai previsto, nel caso del vilipendio, audizioni di altri che non fossero deputati o senatori.

Peccato davvero perché che noi radicali si finisse sul banco degli imputati per aver "vilipeso" un parlamento di ladri e un Capo dello Stato complice di scippo (con il 4 per mille) del voto referendario dei cittadini sul finanziamento pubblico dei partiti, sarebbe stato per noi un esemplare riconoscimento. Processo e galera non ci furono allora e non ci sono oggi che coltiviamo – io, Marco Pannella e Laura Arconti 18 piante di marijuana terapeutica sul mio terrazzo affinché il farmaco sia effettivamente disponibile per i malati. Del resto, lo stesso Marco Pannella potrebbe fare un lungo elenco di autorizzazioni a procedere non concesse e di procedimenti penali non aperti nei suoi confronti. Il motivo? Sempre e solo uno: tacitarlo per depotenziarne la lotta nonviolenta di una vita in difesa dei diritti umani e della democrazia.

 

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