“Vogliamo solo una buona legge”

L’Unione sarda
Roberto Cossu

Serdiana. È un incontro "convocato" da Walter Piludu, come dice Ettore Cannavera. Ci sono la moglie e la figlia di Walter, gli amici di ieri e di oggi, i compagni e gli avversari di un tempo. Ci sono politici, studiosi, teologi, giuristi, giornalisti. Riuniti per un impegno di affetto e per una ragione generale, a discutere di una questione immensa che non trova pace. Sette proposte di legge depositate alla Camera e quattro al Senato, per rimanere alla cronaca italiana, non bastano a risolverla. E non basteranno. Come non basterà questo incontro, che non ha certo la pretesa di sciogliere il nodo. Walter, semplicemente, vorrebbe ottenere "un operoso silenzio". Qualcosa di simile a "una buona legge".

Testamento giuridico, accanimento terapeutico, fine dignitosa, eutanasia: si parla di questo alla Comunità La Collina di Serdiana. Una cosa tanto semplice quanto complessa: "Il problema di come e quando morire", sintetizza Cannavera, padrone di casa. Non merita tifoserie contrapposte, ma finora è tutto ciò che ha ottenuto, a dispetto di casi privati diventati giocoforza pubblici, di necessità intime diventate prede da stadio. Idealmente c’è anche Walter in sala, evocato dall’amato "Canone" di Pachelbel. C’è una sua lettera, inviata alle istituzioni: finora ha risposto "verbalmente" solo Grillo. Si attende la risposta del Papa.

"Ho 64 anni, vivo a Cagliari e nell’agosto del 2011 mi è stata diagnosticata la SLA", dice Walter, che ha potuto scrivere "solo grazie a un computer a comandi oculari". Dalla metà del 2013 "sono completamente immobilizzato, vivo con un tubo che collega, 24 ore al giorno, il mio naso a un respiratore meccanico". Mangiare e bere è possibile, ma "con il terrore che qualcosa vada di traverso", è già successo, "generando una terribile situazione di soffocamento". La vita è "un’irripetibile esperienza" ma non può essere "una insopportabile prigione". Esiste un diritto "inalienabile di dignità e libertà", che può coincidere con la scelta di morire. E allora perché dover andare in Svizzera per esercitarlo? Perché "non posso farlo vicino ai miei affetti, nella mia terra, nella mia patria?".

La lettera dice tutto, sottolinea il giornalista Giancarlo Ghirra: in pratica è il convegno prima ancora che inizi. Ci sono la realtà e la speranza, come una lucida e dolorosa analisi politica. È per questo che Walter non è qui, troppo alto il rischio emotivo, spiega la moglie Marinella. Perché l’uomo è "relazione", ricorda Cannavera. Se quella relazione si spegne, come bisogna comportarsi? Cosa fare se "si perde l’essenza della specie umana?", aggiunge la neuroscienzata Maria Del Zompo. Non dà una risposta il gesuita Maurizio Teani: "Una legge non può risolvere il problema alla radice. In primo luogo vanno considerati la volontà del malato e un supplemento di saggezza". E la questione resta aperta.

Eppure le leggi ci sono, ricorda il costituzionalista Pietro Ciarlo: "È consolidato il fatto che conta in primo luogo il "consenso informato" del malato". È nella Costituzione e in leggi successive. Disquisire diversamente "è un’intollerabile aggressione a meri fini politici". Il grande problema è il codice penale, spiega Mauro Mura, capo della Procura di Cagliari: vale l’autodeterminazione, ma tutto cambia quando entrano in gioco altre persone, dal tutore al medico. L’eutanasia è regolata dappertutto, da noi è complicato: se "la giurisprudenza ha fatto passi importanti" è impellente un intervento legislativo.

Previene le domande più ovvie Pier Paolo Vargiu, presidente della Commissione sanità alla Camera: "Ora noi non abbiamo in discussione nessuna legge sull’eutanasia". E non c’è perché "si trasformerebbe in un immenso convegno", con fronti contrapposti, quando invece servirebbe "un clima di condivisione". Si può e si deve discutere, ma l’unico atteggiamento inaccettabile è il silenzio. Quello non operoso. Lo ricorda Marco Lappato, per l’Associazione Luca Coscioni, citando Napolitano . "Serve una buona legge", che vincoli al rispetto della volontà del malato. Il caso del sardo Giovanni Nuvoli è esemplare: il medico che si presentò per la redazione trovò gli agenti sulla porta. Un conto è la legge, un conto è ciò che accade. E invece "al diritto di interrompere una terapia deve corrispondere un dovere dello Stato", sottolinea C appato. Questione di "sofferenze indicibili" ma non solo: i sondaggi dicono che 1’80 per cento degli italiani è favorevole al testamento biologico e, si presume, all’eutanasia, e "se le istituzioni non riescono a discuterne, c’è un rischio per la democrazia". "Beato il Paese che non ha bisogno di eroi", cita alla fine Giorgio Macciotta, politico di lungo corso. Come Welby, Eluana, Nuvoli. O Piludu. L’incontro può risolversi in "un documento di principio" da mettere nelle mani dei politici sardi. Dello stesso presidente della Commissione sanità. Come in fondo chiede Walter nella lettera: richiesta "ingenua la mia? Sì, ma nella disperazione anche l’ingenuità può offrire un po’ di energia vitale e un po’ di speranza".

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