Mafia Capitale. “Nei bar romani si parla napoletano”, già nel 2007 Rita Bernardini denunciò le infiltrazioni

Riproponiamo un articolo tratto dal Corriere del Mezzogiorno, a firma di Gianluca Abate, che ricorda quando, nel 2007, l’allora deputata Rita Bernardini denunciò le infiltrazioni camorristiche nei locali commerciali del centro di Roma:

“Nei bar romani si parla napoletano”. L’allarme (inascoltato) della Bernardini

La segretaria dei Radicali nel 2007 denunciò le infiltrazioni nei locali pubblici

NAPOLI – Quando sette anni fa la segretaria dei Radicali Rita Bernardini insinuò il dubbio di infiltrazioni camorristiche nella Capitale, fu una corsa a massacrarla. L’indignazione dei napoletani illustri armò penne che — più dell’inchiostro — trasudavano indignazione. E così politici, attori, sociologi, scrittori, sportivi e intellettuali si unirono nel denunciare com’una voce sola “l’ennesima offesa a Napoli” e “i soliti luoghi comuni”. Il verdetto, ovviamente, fu unanime: “Quella parlamentare è razzista”.

Quella deputata (oggi ex, per la precisione) in realtà di razzista non aveva detto nulla. Il 17 agosto 2007, un venerdì, giorno di San Giacinto, in una conferenza stampa a Montecitorio s’era semplicemente limitata a una “valutazione personale” che suonava però come un allarme. “Rilevo — disse l’allora parlamentare — che nei bar e ristoranti attorno a questi palazzi la lingua che si parla sempre di più è il napoletano. Sono ingressi recenti, e centinaia di migliaia di euro sono spesi in ristrutturazioni di locali che non sono certo mal messi. Fatevi un giro nelle vie intorno alla Camera, in via Torre Argentina o a Largo Sant’Eustachio, e vedrete che ci sono molti locali che sono stati rilevati. La cosa da cittadina mi insospettisce, perché non insospettisce anche i magistrati? Perché non si fanno indagini serie? Gli ingenti guadagni del mercato degli stupefacenti da qualche parte devono essere investiti: ho l’impressione che ci sia un riciclaggio di questi guadagni, attorno a questi palazzi”.

Sette anni dopo, quei sospetti hanno trovato nel frattempo più d’una conferma. E il blitz di ieri a Napoli – condotto nell’ambito di una più vasta inchiesta sugli affari nella Capitale del clan capeggiato da Edoardo Contini – è solo l’ennesima prova. Proprio a Roma, del resto, la sera del 14 dicembre 2007 fu arrestato il capoclan, soprannominato non a caso Eduardo ‘o romano. E sempre nella Capitale, il 22 gennaio, un maxi-blitz portò al sequestro di 23 ristoranti e pizzerie tra il Pantheon, piazza Navona, via del Corso, piazza di Spagna, nel rione Monti, a Prati, in piazza Sant’Apollinare, via della Maddalena, piazza Nicosia, via Rasella. Quelle di Rita Bernardini, insomma, non erano “accuse generiche e razziste”, come le definì l’allora sindaco di Napoli Rosa Russo Jervolino. E, forse, bene fece la radicale a non farsi convincere da Gennaro Migliore, che la invitò ad “ascoltare meno gli accenti”.

Quegli accenti, infatti, sono napoletani. Parlano degli affari dei clan nel settore del food. E raccontano come in quei ristoranti, oltre a tovaglie e bicchieri, si lavino anche i soldi sporchi dei boss di casa nostra. Una Camorra Capitale che ha conquistato Roma ben prima di Carminati.

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