Emma Bonino come modello

da La Repubblica
Piero Ignazi

Emma Bonino era una potenziale candidata alla presidenza della Repubblica. L’annuncio della sua malattia, diretto, quasi brutale, l’ha automaticamente esclusa dalla lista dei presidenziali. Per quanto ridotte fossero le sue chance, vista la distanza siderale tra il suo mondo politico-culturale e quello oggi dominante nel Pd, con questo passo indietro rischia di disperdersi, o addirittura di svanire, la storia stessa del partito radicale.

Emma Bonino, tenacemente, continuava a rivendicare la sua identità di radicale, nata politicamente nelle battaglie femministe per la legalizzazione dell’aborto e continuata poi su tanti fronti diversi. Quella storia, che ha avuto il suo apice negli anni Settanta e che ha portato l’Italia a scoprirsi, con il referendum sul divorzio, molto più laica di come veniva descritta dai tremebondi comunisti dell’epoca, negli ultimi tempi aveva in lei, più che in Marco Pannella, il suo segno di continuità. Certo, è Pannella l’alfa e l’omega del Partito radicale. La sua leadership carismatica ha dominato tutti passaggi della politica radicale per più di quarant’anni. Alle iniziative del partito Pannella ha dato “corpo” introducendo per primo, e in modo ben diverso da quello odierno, la dimensione fisico-corporale con i digiuni, le marce, gli imbavagliamenti. I radicali hanno senza dubbio il merito storico di aver scalzato l’Italia dal conformismo clerico-piccolo borghese, urlando il diritto al divorzio, alla contraccezione, all’aborto, all’obiezione di coscienza, alla sessualità libera, all’ambiente senza scorie nucleari e, soprattutto, alla vita nel senso pieno del termine. Con modalità inedite, dirette, spesso provocatorie, e praticando la non-violenza nel pieno degli anni di piombo, il Pr inneggiava alla disubbidienza civile, in un paese che amava i signorsì, le riverenze e il baciamo le mani. Non per nulla la copertina dell’ Espresso che annunciava la vittoria divorzista nel referendum del 1974 esibiva, in puro stile pannelliano — e oggi diremmo alla Charlie — una linguaccia su cui campeggiava il 59 per cento dei no all’abrogazione.

L’affaticamento del leader radicale negli ultimi anni è stato compensato dalla presenza sempre più articolata e “personale” di Emma Bonino. Con intuizioni preveggenti, come il trasferimento al Cairo per imparare l’arabo e conoscere quelle realtà, con la convinzione nelle proprie idee e la costanza nelle proprie scelte, coltivando una dimensione internazionale e sostenendo, controcorrente, che per affermarsi, anche in politica, non servono le quote rose ma la grinta e la convinzione, Emma Bonino ha conquistato un riconoscimento trasversale. La stima e la considerazione presso l’opinione pubblica la pone, da almeno un quindicennio, ai primi posti tra tutte le personalità politiche. E la nomina a ministro degli Esteri nel governo Letta sanciva e gratificava un lungo percorso e una carriera personale a livello internazionale; ma allo stesso tempo certificava l’importanza di una vicenda politica collettiva, andata appannandosi nel tempo.

Ora, la rinuncia forzata a una possibile candidatura quirinalizia e l’inevitabile lontananza dall’impegno diretto, per un certo tempo almeno, si ribalta su tutta l’esperienza radicale, rischiando di relegarla in un cono d’ombra. L’esaurimento finale della loro spinta propulsiva al nostro sistema partitico sarebbe comunque una perdita perché, lo si è visto tragicamente la scorsa settimana, l’irriverenza dei cosiddetti buffoni (epiteto ricorrente rivolto ai radicali) serve ancora alla politica italiana, i cui nuovi protagonisti si prendono terribilmente sul serio senza aver mai fatto quella politica da marciapiede che avvicina agli ultimi e ai senza voce. Al di là di ogni preferenza politica, il Pr, con Pannella e la Bonino alla sua guida ha dimostrato come, ben prima del grillismo, si potesse fare politica, e con grandi risultati, senza soldi, senza cariche, senza potere, e con assoluta, pervicace non-violenza: solo con la forza delle idee. Emma Bonino avrebbe portato tutto questo nel colle più alto. Purtroppo non potrà farlo.

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