Tortora, il riscatto di un’infamia

Lo Spiffero
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Pier Franco Quaglieni

Al giornalista e presentatore televisivo, nonché parlamentare e politico, scomparso nel 1988, la Città di Torino ha intitolata una galleria pedonale. Il suo “caso” continua a interrogare le ragioni del diritto, della giustizia e della civiltà

Il nuovo caso “Enzo Tortora” è quello del giovane siciliano Mirko Felice Eros Turco condannato a undici anni  per un duplice omicidio e assolto dopo un vero calvario giudiziario che ne ha ucciso la giovinezza. Quel caso fa pensare a Tortora con un’aggravante perché nessuno si è occupato di lui e il giovane innocente non ha trovato conforto se non nel suo avvocato. E fa riemergere la piaga dei pentiti: ben sette lo accusarono e lo fecero entrare, da un giorno all’altro, nell’incubo del processo, della condanna, del carcere. La storia continua a ripetersi, anche se va riconosciuto che la Magistratura alla fine ha scoperto la verità e lo ha assolto, come accadde per Tortora.

È importante che Enzo Tortora venga ricordato a Torino, sia pure con una piccola galleria, in pieno centro. C’è da augurarsi che quel ricordo sia di monito per tutti, innanzi tutto per capire cosa significhino gli errori giudiziari e che pene portino con sé. Enzo Tortora è una figura complessa che merita di essere rivisitata come un esempio di cittadino esemplare che con la sua tragedia personale paradigmatica continua ad insegnarci qualcosa di molto importante: il valore della giustizia. Lo ricordai nel 2013 con Francesca Scopelliti e Luciano Violante alla festa dell’Inquietudine di Finalborgo, promossa da Elio Ferraris. E in effetti si può dire che Enzo sia stato un uomo inquieto per le vicende che dovette affrontare e per il suo naturale temperamento che lo portò a prediligere la sua indipendenza ed a esercitare sempre e ovunque il suo spirito critico. Fu per ben due volte licenziato dalla Rai per motivi di censura, subì con grande dignità un processo che voleva infangare la sua figura di persona perbene, dando credito a volgari delinquenti. Eletto con 500 mila voti al Parlamento Europeo come indipendente con il Pr, non esitò a dimettersi, quando venne condannato ingiustamente a Napoli a dieci anni di carcere. Fu merito di Marco Pannella aver saputo vedere in Tortora il simbolo vivente della vittima ed aver saputo agitare il suo caso con una tenacia simile a quella che Zola usò in Francia per Dreyfus.

Il suo caso suscitò una violenta rivolta morale e politica nell’opinione pubblica nazionale ed europea contro i giudici che lo condannarono dando ascolto ai falsi pentiti, ma offrì anche il destro per una campagna delegittimatrice e denigratoria nei confronti della Magistratura nel suo insieme, facendo dimenticare ai più, ad esempio, che furono proprio altri giudici, in seconda istanza, a riconoscerne l’innocenza. Allora venne promosso un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e il massiccio voto favorevole dei cittadini non trovò mai attuazione, anche se il referendum non era certo lo strumento più idoneo per affrontare una materia tanto delicata. Solo di recente il problema è stato parzialmente affrontato dal Governo Renzi da mille resistenze.

Se escludiamo il suo primo difensore, l’avv. Alfredo Biondi, che dovette lasciare la difesa di Enzo in quanto divenne ministro, il Partito Liberale di cui Enzo era consigliere nazionale, con pochi altri intellettuali liberali da Piero Chiara a Bruno Lauzi, nei confronti di Tortora si comportò con una neghittosità che certo non fece onore al partito, il quale abbandonò Tortora lasciandolo totalmente solo. Fu un episodio che rivelò la pochezza di alcuni politici che poi portarono al disastro quel partito. Ciò che non fece il Pli lo fece egregiamente il Partito Radicale di Pannella.

Tortora non si sottrasse al processo, ma lo affrontò con coraggio, forte della sua innocenza. Questo resta uno dei suoi insegnamenti civili più alti che lo distingue da altri casi che riguardarono persone che si servirono del seggio parlamentare al fine di sottrarsi alla giustizia.

Mi è ancora difficile scrivere di Enzo con il distacco necessario che dovrebbe usare lo storico perché la sua vicenda umana è stata così traumatica che alcuni sentimenti finiscono di prevalere sulla pur necessaria freddezza storiografica. Solo storicizzando la sua vicenda, lasciando da una parte le asprezze polemiche, è possibile ricordare Tortora come uomo e personalità televisiva e giornalistica di spicco. Ad esempio, di fronte a tanta Tv spazzatura che, sull’onda del berlusconismo, ci ritroviamo ogni sera davanti non si possono non rimpiangere le sue trasmissioni semplici, espressione di un’altra Italia che purtroppo non c’è più.

La sua compagna, Francesca Scopelliti, mi consegnò per gli Annali del Centro “Pannunzio” del 2014 una sua lettera dal carcere del 1° gennaio 1984 che rivela la dolcezza di Enzo anche in un momento tanto difficile: “Mia dolce Francesca, sono le prime parole dell’anno e mi sembra così logico scriverti. Immagino la tua pena e ti abbraccio con tutto il mio amore. Ma è ancora una volta necessario ti dica che sarà lunga, lunghissima. […] Non voglio dirti come ho passato le ultime ore di quest’anno infame. Ti ripeto, sono calmissimo, ho la coscienza di aver fatto ciò che dovevo, e potevo, fino in fondo. Ma il fondo è lontano, è una lotta all’ultimo sangue tra quattro farabutti che non ‘possono’ perdere e un innocente che ‘deve’ vincere”.

Dopo aver visto riconosciuta, sia pure molto tardivamente, la sua innocenza e aver guidato l’elettorato italiano nel corso del referendum per una giustizia giusta, volle tornare al suo pubblico di Portobello. Ma la malattia lo portò alla morte non ancora sessantenne, stroncato dal calvario giudiziario a cui era stato sottoposto.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio inviato nel 2014 ad un convegno del Centro Pannunzio di Torino ha scritto: “La vicenda giudiziaria che ingiustamente coinvolse il famoso conduttore televisivo, incise drammaticamente sulla sua vita privata e professionale. La figura di Enzo Tortora, fortemente legata alla storia della televisione italiana, testimonia come anche in condizioni di grandi difficoltà si possa combattere per il rispetto dei diritti inviolabili delle persona: egli seppe infatti fronteggiare con forza e dignità il dramma che ne sconvolse la vita”. Nessuno come il Capo dello Stato ha saputo sintetizzare il senso di una vita stroncata immaturamente da una tragedia che lo travolse, ma lo fece passare subito alla storia.

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