Eutanasia, a dieci anni dalla morte di Welby il 77% degli italiani chiede ancora una legge

Articolo de lastampa.it

Il 20 dicembre 2006 moriva Piergiorgio Welby, poeta, scrittore e pittore, diventato simbolo della battaglia per il diritto del malato a rifiutare l’accanimento terapeutico.

Chi era Welby

Malato di distrofia muscolare fin da adolescente, Welby perse presto la possibilità di camminare e in seguito anche di parlare e compiere qualsiasi tipo di movimento. La sua mente, estremamente lucida era “imprigionata” in un corpo che non aveva più la libertà di far nulla. Nel 2006 in una lettera indirizzata al presidente della Repubblica Napolitano chiese, senza successo, il diritto all’eutanasia. Pochi mesi dopo ottenne l’aiuto di un medico, Mario Riccio, per staccare il respiratore.

L’anniversario della sua morte

Oggi, a dieci anni dalla sua morte, l’Associazione Luca Coscioni per le libertà civili (ALC) ricorda con un evento alla Camera dei Deputati la storia di colui che grazie all’aiuto dell’Associazione ha aperto una fase cruciale nella battaglia per le libertà civili: quella per il diritto al rifiuto delle cure, che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione che specifica che “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” (Art. 32 Cost.). Un diritto per il quale il 77% degli Italiani ritiene opportuno un intervento del Parlamento con una legge che regolamenti la scelta di fine vita.

L’iniziativa dell’ Associazione Luca Coscioni

Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e promotore della campagna Eutanasia legale, ha ricordato: «Sono decine di migliaia i malati che vedono quotidianamente calpestato il proprio diritto all’autodeterminazione: è fondamentale una legge che garantisca a tutti i cittadini il rispetto della libertà individuale. La lotta di Welby, insieme a quella di Beppino Englaro per Eluana e, ora, quella di Walter Piludu, ha fatto compiere all’Italia quei passi avanti sui quali il Parlamento ancora vacilla. Sono gli stessi cittadini a chiedere una legge che regolamenti le scelte di fine vita: è ora che le Istituzioni diano una risposta».

Dopo oltre 3 anni dal deposito della proposta di legge di iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni, il Parlamento si è finalmente mosso: il 7 dicembre il testo sulla legalizzazione del testamento biologico viene approvato dalla Commissione Affari sociali ed è pronto per la discussione in Parlamento. Un passo importante verso l’obiettivo per cui si batte l’Associazione Coscioni – il riconoscimento ufficiale del diritto di scegliere come e quando terminare la propria vita e interrompere la propria sofferenza. Un diritto che non deve essere riconosciuto esclusivamente a chi è cosciente o a chi è attaccato a una macchina, escludendo molti altri malati terminali, ma che deve essere universalmente riconosciuto grazie alla legalizzazione del testamento biologico.

L’appello di Marco Cappato

«Oggi ricordare Welby significa rendere un tributo all’operato di un uomo che ha aperto la strada a nuove libertà civili, ma significa soprattutto reiterare l’importanza di lottare per questi diritti. Il Paese è pronto: uniamo le forze e battiamoci per ciò in cui crediamo, per vivere liberi fino alla fine», è l’appello di Cappato. A fianco dell’Associazione Luca Coscioni, oltre alla Presidente della Camera Laura Boldrini e a Donata Lenzi, relatrice sulle DAT (Disposizione Anticipate di Trattamento) saranno presenti tra gli altri gli Onorevoli Stella Bianchi, Fabrizio Cicchitto, Giuseppe Civati, Pia Locatelli, Sergio Lo Giudice, Luigi Manconi, Gianni Melilla e Luigi Zanda.

A dieci anni dalla morte ancora nessuna legge

Dieci anni dopo la morte di Welby il Parlamento non è ancora riuscito a trovare un accordo sul fine vita. Due le proposte di legge alla Camera: una di iniziativa popolare, presentata dall’Associazione Luca Coscioni, chiede di rendere legale l’eutanasia. L’altra di iniziativa parlamentare riguarda il biotestamento e ha già un testo unificato che prevede il riconoscimento del diritto del malato a decidere di non ricevere trattamenti e l’equiparazione di nutrizione e alimentazione alle terapie.

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