Capitolo 1: Violazione della Costituzione e dei principi fondamentali del nostro ordinamento

1. La libertà di pensiero, di espressione e di voto dei parlamentari sanzionata dal regolamento del Gruppo 5Stelle

Cosa è successo:

I regolamenti parlamentari di Camera e Senato del Gruppo 5 Stelle impongono agli eletti una rigida disciplina di partito e gravi sanzioni in caso di violazione.

Sintesi:

I regolamenti parlamentari della Camera e del Senato del Gruppo 5 Stelle sono scritti in aperto contrasto con l’articolo 67 della Costituzione che prevede che gli eletti rappresentino l’intera Nazione e non i partiti di provenienza (il cosiddetto “vincolo di mandato”).

Gli eletti 5Stelle non possono votare secondo coscienza, ma devono votare secondo le istruzioni impartite dal partito; la pena, in caso di disobbedienza, può giungere sino alla espulsione dal gruppo parlamentare e a una multa di 100.000 €.

L’assenza di un vincolo di mandato è una delle libertà più importanti di deputati e senatori prevista dalla Costituzione: i parlamentari devono infatti poter svolgere il loro incarico senza obblighi nei confronti di partiti o programmi elettorali. Il principio fu introdotto dalla Costituzione francese del 1791 (dopo la Rivoluzione del 1789) ed è diventato uno dei pilastri della moderna democrazia rappresentativa. L’eletto non ha nessun vincolo giuridico nei confronti degli elettori, ma solo una responsabilità politica per poter godere della libertà di azione necessaria per svolgere le proprie funzioni senza pressioni e/o ricatti esterni.

La questione della incostituzionalità dei regolamenti parlamentari è stata sollevata da Riccardo Magi, deputato di +Europa, e da numerosi costituzionalisti.

I Presidenti delle Camere – pur richiesti di rifiutare la pubblicazione dei regolamenti incostituzionali – hanno abdicato ai loro poteri di controllo affermando l’insindacabilità dei regolamenti e la esclusiva responsabilità dei Gruppi e dei partiti.

A dicembre 2018 il collegio dei probiviri del M5S ha espulso due senatori (Gregorio De Falco e Saverio De Bonis) e due parlamentari europei (Giulia Moi e Marco Valli). De Falco per avere votato contro il c.d. Dl Sicurezza, essersi astenuto al voto di fiducia sulla Manovra e aver criticato la scelta del Governo di non firmare il “global compact” sui migranti; De Bonis per essersi astenuto al voto sul Decreto Sicurezza; Moi perché coinvolta nella vicenda “Rimborsopoli”; Valli per una falsa laurea inserita nel suo curriculum. («Il Collegio dei Probiviri ha sanzionato Gregorio De Falco con l’espulsione per reiterate violazioni art. 11 Statuto; art. 3 Cod. Etico. Saverio De Bonis, con l’espulsione (violazione art. 11 Statuto; art. 6 c. 4, Cod. Etico. Giulia Moi con l’espulsione (violazione art. 11, lettera m, Statuto; art. 3 Cod. Etico). Marco Valli con l’espulsione (violazione art. 11, lettera m, Statuto)»).

 

2. Il “mandato del popolo” contro la rappresentanza, contro il Presidente della Repubblica, contro la magistratura

Cosa è successo:

In innumerevoli occasioni esponenti del Governo hanno rilasciato dichiarazioni di noncuranza e disprezzo per il principio costituzionale e caposaldo delle liberal democrazie della separazione dei poteri, “principio supremo dell’ordinamento” (Corte Cost., sent. n. 1/1977) prevaricando con protervia ed espressioni violente gli altri poteri e altre istituzioni dello Stato.

Sintesi:

Nelle fasi di formazione del Governo i responsabili politici del Movimento 5Stelle hanno ipotizzato una procedura diimpeachmentnei confronti del Presidente della Repubblica per il fatto che aveva esercitato la sua funzione costituzionale di nomina dei singoli ministri (art. 92 c. 2 Cost.), sollevando (come aveva il potere di fare) dubbi sulla proposta della nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. Si tratta di un attacco manifestamente diretto a minimizzare e ridurre i poteri presidenziali, del resto, qualche mese dopo Beppe Grillo sferra un attacco intimidatorio, accompagnato dall’invito al “popolo” a chiamarsi a raccolta contro il Capo dello Stato:

«Dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato, dovremmo riformarlo. Il vilipendio… un capo dello Stato che presiede il Csm, capo delle forze armate. Non è più in sintonia col nostro modo di pensare».

L’avventura del Governo è iniziata con l’inopportuna dichiarazione iniziale del Presidente del Consiglio autodefinitosi «Avvocato del popolo».

Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio il 2 giugno dichiarava «Adesso lo Stato siamo noi» mostrando di non conoscere la pur rudimentale distinzione tra Governo e Stato.

Per arrivare alle parole urlate dal palco di Piazza del Popolo a Roma l’8 dicembre dal vicepresidente Matteo Salvini, che chiedeva alla piazza di dargli

«il mandato di andare a trattare con l’Ue, non come ministro, ma a nome di 60 milioni di italiani che vogliono lasciare ai loro figli e nipoti un’Italia migliore»

un mandato richiesto per acclamazione a una piazza, nel più plateale straripamento di poteri rispetto al suo mandato di ministro dell’Interno e di prevaricazione del ruolo del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il ministro degli Interni, inquisito per aver ristretto la libertà dei naufraghi soccorsi dalla nave Diciotti, afferma «Io sono stato eletto dal popolo, i Giudici no!», mostrando di non tollerare il sindacato della giurisdizione sul proprio operato e di considerarsi al di sopra di ogni legge.

Insomma, questo Governo è convinto di incarnare lo Stato, non tollera la coabitazione con gli altri poteri e ordinamenti dello Stato, dalla Presidenza della Repubblica alla Magistratura, non rispetta le sfere di responsabilità e di azione dei suoi membri e si appella al consenso popolare quale fonte legittimante l’esercizio, o la paralisi di poteri diversi da quelli spettanti all’esecutivo.

 

3. Modifica retroattiva dei vitalizi

Cosa è successo:

Sia la Camera dei Deputati sia il Senato hanno approvato due provvedimenti uguali che ricalcolano, con il metodo contributivo, l’importo dei vitalizi per gli ex appartenenti ai due rami del Parlamento.

Sintesi:

Nel dichiarato intento di sanare un privilegio – le cui ragioni storiche appaiono ormai lontane e superate – la maggioranza di Governo ha modificato con effetti retroattivi il trattamento pensionistico già riconosciuto ai parlamentari.

L’operazione ha comportato la violazione di diversi principi costituzionali.

In primo luogo, dal punto di vista formale, la misura è stata assunta con regolamenti parlamentari e non con Legge dello Stato, in violazione degli artt. 64 e 69 Cost.

Secondo la Corte Costituzionale la modificazione peggiorativa di trattamenti pensionistici dovrebbe essere permessa solo in caso di straordinarie esigenze di finanza pubblica di riequilibrio economico-finanziario e non per una sola categoria di soggetti, condizioni entrambe insussistenti.

L’impressione è che le Camere – con un pericoloso metodo che sta prendendo piede – abbiano voluto emanare un provvedimento-manifesto, consapevoli della sua incostituzionalità, in modo da provocarne l’annullamento da parte del Giudice competente e poi far ricadere sulla giurisdizione la responsabilità politica “davanti al popolo” del suo annullamento.

 

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