giustizia

Commissione Giustizia

Dal Decreto Sicurezza alla politica dell’insicurezza. Carcere, nonviolenza, Stato di Diritto, democrazia (il)liberale…

 

Modera e relazionerà in Congresso: Giulia Crivellini

Le risposte del Governo all’urgenza di riformare la giustizia si stanno dimostrando con spregiudicatezza per quelle che sono: non solo inadeguate, ma dannose e violente.
Invece di porre al centro delle decisioni la persona e di analizzare fenomeni complessi attraverso la lente delle evidenze empiriche, le soluzioni che si propongono guardano esclusivamente alle percezioni diffuse di paura, alimentandole. Esse offrono “illusioni” di sicurezza, tacendone le ripercussioni in termini di costi economici, giuridici e umani.
La proposta di legge di riforma sulla legittima difesa e il decreto “sicurezza e immigrazione” ci offrono un chiaro esempio di ciò. Si tratta di provvedimenti, in via di discussione, che fanno emergere la violenta e contraddittoria visione del governo, in base alla quale lo Stato, se da un lato può difenderci con efficacia solo se armato, dall’altro, alimenta l’autodifesa armata e lo scontro sociale.
La risposta alla percezione di insicurezza delle persone non diviene, allora, l’evidenza dei dati, la promozione di misure alternative come uniche misure di riabilitazione del detenuto e di sicurezza per il cittadino, la cultura e la rivalutazione delle città e dei luoghi di aggregazione urbana. Nulla di tutto questo. La risposta diviene l’arma: il taser del poliziotto e la beretta dentro i comodini delle nostre stanze. Armi che vanno puntate contro i “nuovi nemici pubblici”: gli stranieri che rubano, i ragazzini che fumano cannabis, i clochard che stanziano nelle nostre stazioni. Sono nemici che si vedono, che hanno un volto, ma sono anche i nemici potenziali: i “futuri ladri” e i “futuri spacciatori”, a cui negare sin da subito la possibilità di richiedere permessi umanitari e di percorsi seri di integrazione. Questi sono i nemici contro i quali ci hanno detto di puntare le pistole, di buttare via le chiavi in carcere, di chiudere i porti.
Di fronte a tutto questo, occorre quindi rimboccarsi le maniche e trovare le risposte politiche non solo per opporsi, ma per “proporsi” con una visione di giustizia giusta che tragga linfa vitale dalle armi della legalità e della nonviolenza. E occorre farlo a partire da uno strumento fondamentale: il dialogo e il confronto.


Qui gli interventi.

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