Contributo di Veronica Birindelli

“Rimuoverai o no le bugie?” (non) ha

una risposta binaria

Le nuove tecnologie hanno permesso l’adozione di nuove tecniche di propaganda, che devono
essere studiate al fine di garantire i processi democratici. Tuttavia, essendo internet un
ecosistema complesso che travalica le semplici legislazioni nazionali, bisogna essere
estremamente cauti nel formulare proposte di regolamentazione, al fine da evitare storture che
invece potrebbero portare ad un impoverimento del dibattito democratico, o al rischio di soprusi.
Regolamentare le piattaforme è un terreno scivoloso e ricco di insidie, che richiede di
considerare tutte le sfaccettature e le molteplici ripercussioni che certe politiche potrebbero
avere. Bisogna partire da un assunto fondamentale: le grandi aziende digitali, soprattutto quelle
che di fatto possono esercitare una notevole influenza sulla circolazione di informazioni online,
stanno diventando entità sempre più simili a delle nazioni a sé stanti, con un rapporto e un
dialogo diretto con i governi e le istituzioni intergovernative in tutto il mondo. Non che ciò le
renda automaticamente negative o malvagie, ma bisogna essere molto attenti quando, in nome
di un presunto contrasto contro i populismi, le fake news, e tutti i “grandi mali” di quest’era
digitale, si finisce per dargli ulteriore potere e capacità di controllo, senza invece andare a
scardinare la totale opacità e mancanza di trasparenza che è loro propria.
Dato che proposte di regolamentazione vera e propria dovrebbero essere oggetto di un dibattito
assai più ragionato e approfondito, mi limiterò a presentare alcuni spunti di riflessione su dei
temi scelti.
Regolamentare le Fake News
Partiamo subito da un argomento sempre di grande attualità, recentemente tornato nuovamente
alla ribalta grazie all’interrogazione di Alexandra Ocasio Cortez con Mark Zuckerberg.
“So you won’t take down lies or you will take down lies? It’s a simple yes or no” incalza la
deputata dem al fondatore di Facebook: la sua piattaforma rimuoverebbe o meno possibili Fake
News che verrebbero diffuse durante la prossima campagna elettorale per le presidenziali?
Lo scambio è interessante, e emerge chiaramente una risposta: per quanto tutti quanti lo
vorremmo, rimuovere o meno presunte notizie false non è minimamente un qualcosa a cui si
può rispondere con un semplice Sì o No. Perché vi è un nodo cruciale: chi ha il diritto, e
secondo quali criteri, di bollare una notizia come falsa o meno? E soprattutto, qual è il confine
con la censura?
E’ una classica situazione in cui si è dannati sia a far qualcosa, che a non far nulla: di certo vi è
il problema che Facebook guadagna dalle inserzioni politiche, anche se queste diffondono
informazioni false, e se non un ovvio problema di democrazia, è certamente un problema etico.
D’altra parte però, si richiede a Facebook – una piattaforma privata – di avere il potere di
decidere cosa è un contenuto pubblicabile e cosa no: è una legittimazione alquanto pericolosa,

perché Facebook è un’azienda privata con un enorme potere, e richiedere che sia
sostanzialmente lei a farsi garante della veridicità delle informazioni circolanti (incarico alquanto
difficile persino con il loro asset tecnologico), soprattutto che si erga sostanzialmente da arbitro
nel dibattito politico di una nazione, è certamente una strada non priva di ovvi rischi. Vi è la
soluzione, già adottata da Facebook, di assumere un ente indipendente che faccia fact
checking: come dimostrato dalla Ocasio però, può anche capitare che questo ente indipendente
decida di annoverare tra le sue fila entità affiliate ai suprematisti bianchi. E l’istituzione stessa di
un ente che stabilisca la veridicità o meno di certe notizie ha delle sfumature orwelliane.
Certo, vi sono casi in cui è doveroso che Facebook intervenga celermente a rimuovere i
contenuti, come nel caso dell’hate speech, o della diffusione di informazioni palesemente volte
a minare le fondamenta democratiche, come il pubblicizzare una giornata sbagliata del voto.
Tuttavia, a mio avviso, se il problema è così grave e persistente, la responsabilità non si deve
ricercare nel mancato controllo da parte di Facebook, quanto piuttosto nella sua trasparenza, e
soprattutto nel dibattito politico che non si è ancora riuscito ad adeguare e autoregolamentare: il
pericolo maggiore delle “dark ads” non è solo che io posso pagare per diffondere notizie false
senza che la piattaforma me lo impedisca, ma soprattutto che l’opposizione non saprà mai che
questa notizia è circolata: si crea così una drammatica assenza di contraddittorio.
Basti pensare che fino a poco tempo fa Facebook per sua scelta di policy d’azienda, trattava i
messaggi politici alla stregua di qualsiasi altro messaggio commerciale, e quindi riteneva di non
dover divulgare chi comprasse spazi pubblicitari e che messaggio veicolasse, nemmeno nei
casi dei messaggi politici. In seguito a giuste pressioni, questa policy è cambiata, adottando
criteri di maggior trasparenza: adesso è possibile sapere chi sponsorizza un certo contenuto, e
quanti soldi alla settimana hanno investito certe pagine. E’ così che siamo venuti a sapere che a
maggio scorso per i post sponsorizzati della pagina di Salvini sono stati spesi circa 96.500 euro.
Spezzando una lancia a favore di chi invoca un maggiore controllo sulle fake news, vi è da dire
che non poter pubblicare su Facebook non equivale esattamente ad essere censurato
completamente, in quanto teoricamente si può comunque utilizzare altri spazi su internet per
diffondere i propri contenuti, nel peggiore dei casi sostenendone le spese. Facebook è, nel
bene e nel male, un’azienda privata, e vi è chi crede che dovrebbe avere una sorta di linea
editoriale della quale deve essere tenuta accountable. D’altro canto però, non poter usufruire
degli spazi di una piattaforma come Facebook può essere davvero problematico per realtà
piccole e minoritarie.
La spunta blu per gli utenti Facebook verificati
Farò una breve riflessione su una proposta che mi è giunta, che argomentava la necessità di
verificare l’identità gli utenti di Facebook, introducendo una regola che solleciterebbe gli utenti
ad inviare una prova della loro identità, e fare in modo che gli utenti verificati abbiano un
trattamento privilegiato nell’algoritmo, che favorirebbe e metterebbe in evidenza quegli utenti
che abbiano scelto di verificarsi.
Inizio col dire che gli unici paesi che adottano una misura analoga di approfondito controllo
dell’identità dei loro utenti, sono la Cina e la Russia, a scopo di censura.
La necessità di un’azione simile era emersa come contrasto al fenomeno dei bot, ovvero degli
account fasulli che si spacciano per reali cercando di costruire un falso consenso intorno a certe

idee o figure . Con una verifica dell’utente previa documentazione di identità, ogni profilo
facebook dovrebbe corrispondere ad una persona in carne ed ossa, e sarebbe più difficile
creare profili falsi. Elaborando:
1. Non risolverebbe la problematica della personalizzazione e del microtargeting, anzi,
semmai la renderebbe ancora più precisa ed invasiva, poiché l’esatta identità dell’utente
sarebbe nota;
2. Non risolverebbe la problematica delle dark ads: singole entità potrebbero comunque
effettuare pubblicità targettizzate e nascoste agli altri utenti;
3. Non risolverebbe il problema delle bolle del filtro, ma la peggiorerebbe, perché l’identità
dell’utente sarebbe nota, e sarebbero favoriti solo quegli utenti che abbiano scelto di
verificarsi – diminuendo la pluralità del discorso;
4. Internet è sovranazionale, quindi se anche questo tipo di legge passasse in Italia o in
Europa, non è detto verrebbe adottato da tutte le legislazioni degli altri paesi. Questo
porterebbe ad un enorme paradosso: se fosse solo l’Italia a varare una legge del genere
– cosa probabile – si arriverebbe al punto che gli italiani vedrebbero solo post e commenti
di altri italiani (in quanto gli unici con verifica “fortemente consigliata). Si
implementerebbe, insomma, un vero e proprio sovranismo digitale.
5. Non si risolverebbe il problema dei troll, primo perché non è detto che il messaggio di un
utente non verificato venga necessariamente percepito come meno valido, secondo
perché ciò non impedirebbe ad organizzazioni come l’Internet Research Agency
(l’azienda russa che “fabbrica troll”) di coordinare sottobanco un’azione transnazionale
che coinvolga diversi utenti internet “verificati” verso un determinato scopo.
6. Per il motivo sopracitato, e per quelli a seguire, non risolverebbe il problema
dell’interferenza straniera.
7. Non risolverebbe il problema delle fake news. Non è assolutamente detto che il singolo
utente sia meno portato a diffondere fake news, in quanto spesso lo fa
inconsapevolmente, e non si può certo pensare di punire con pene severe chiunque
condivida una fake news. Se l’intenzione è di punire chi l’ha originata, oltre alla solita
criticità del determinare a priori cosa sia vero e cosa no, tendenzialmente è un requisito
ridondante in quanto è già possibile rintracciare l’indirizzo IP se un giudice ne dà
autorizzazione. Secondo, di nuovo la pubblicazione di un certo contenuto può essere
fatta anche da soggetti sovranazionali, e in quel caso è molto più difficile far applicare le
proprie leggi. A meno che, non si ritenga la politica cinese un modello virtuoso da
seguire, e si preferisca impedire ai propri cittadini di accedere a qualsiasi contenuto che
non sia prodotto da enti nazionali, o precedentemente verificati.
8. Non risolverebbe, per motivazioni analoghe a quelle espresse sopra, il problema della
polarizzazione e dell’estremizzazione, in quanto non è scontato che persone con
un’identità verificata siano dissuase dall’usare toni estremi e violenti – dato che ad oggi
moltissime persone danno il peggio di loro sui social con nome e cognome ben visibili,
ed è quindi facilissimo poter risalire alla loro identità, come ha egregiamente mostrato
Laura Boldrini querelando quelli che le rivolgevano gli attacchi più scorretti e violenti.

In conclusione, caldeggiare un’identificazione volontaria degli utenti delle piattaforme avrebbe
un solo, limitato vantaggio -limitare la presenza dei bot- ma sarebbe un’azione estremamente
invasiva, con alto rischio di abuso, sopruso e interferenza del governo; il tutto senza risolvere
veramente tutte le altre problematiche, ma in certi casi addirittura esasperandole.
Una misura del genere potrebbe essere giustificata solo nel caso in cui i bot siano davvero la
chiave dell’arco di volta, che una volta neutralizzati farebbero crollare tutto l’impianto populista e
antidemocratico. Chiaramente non è questo il caso.
L’unica istanza in cui un’identità verificata potrebbe essere più positiva che negativa, è per le
pagine stesse, soprattutto quelle che diffondono contenuti politici, in quanto potrebbe essere un
primo passo verso una maggiore trasparenza: non bisogna però illudersi che ciò porterebbe
inevitabilmente ad una maggiore burocratizzazione, a discapito delle piccole realtà oneste, che
invece verrebbe agilmente aggirato da potenti realtà che possano ad esempio permettersi un
prestanome, come già evidenziato in un articolo del Guardian.
Profili istituzionali
Vi è un profondo vuoto ancora da colmare, ed è quello di una regolamentazione sui profili
istituzionali sui social media. Si può riassumere con una brevissima domanda: non trovate che il
fatto che un ministro, o il suo staff per lui, possa pubblicare un post o un tweet dal suo profilo
pubblico e/o istituzionale e poi cancellarlo o modificarlo senza lasciare sostanzialmente traccia,
sia una grossa mancanza di trasparenza e responsabilizzazione?
In un’epoca in cui è anche possibile falsificare uno screenshot di un presunto tweet, maggiori
regole e rigore che assicurino un corretto e leale uso dei social da parte di figure istituzionali
sono doverose.

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