25 anni dai referendum liberisti anni ’90: proposta per una nuova stagione referendaria e di iniziative popolari

di Mario Staderini

Tra il 1993 e il 2000 ho partecipato a centinaia di tavoli per la raccolta firme su decine di referendum “liberisti” promossi dal Movimento dei Club Marco Pannella.

Si trattava di un vero programma di governo “per la libertà di impresa e del lavoro”: fine del ruolo dello Stato nelle partecipazioni pubbliche, nelle banche, nella Rai; riforma del servizio sanitario nazionale aprendo alle assicurazioni private; abolizione degli ordini professionali; liberalizzazione delle farmacie; liberalizzazione del commercio; fine del monopolio Inail e riforma dei contratti di lavoro; liberalizzazione dei rapporti sindacali, con l’abrogazione della trattenuta automatica. E il più rivoluzionario di tutti, sempre presentato e mai ammesso dalla Corte costituzionale: il referendum per abolire il sostituto d’imposta, cioè la ritenuta alla fonte dei lavoratori dipendenti che per decenni ha garantito la crescita irresponsabile del debito pubblico e la fornitura di servizi inefficienti.

Un programma visionario ma pragmatico che, attraverso i referendum, ambiva rivoluzionare quell’Italia in senso liberale, individuando nel liberismo lo strumento di lotta sociale allora più efficace contro il regime partitocratico e corporativo. Un programma intorno al quale (dopo il rapido tradimento di Berlusconi rispetto ai proclami della sua “discesa in campo”) avevamo cercato di aggregare il “Terzo Stato” delle partite iva, dei lavoratori autonomi e dei giovani, nel tentativo di creare una alternativa – politica ed elettorale- sia al Polo di Berlusconi che all’Ulivo di Prodi. Per questo ci candidammo sempre in contrapposizione ad entrambi i Poli, cosa che ci costò l’esclusione dal Parlamento italiano dal 1996 al 2006.

Quel progetto di alterità radicale, portò noi militanti ad affrontare con entusiasmo e argomenti un clima da caccia alle streghe, dove sui muri di Roma le scritte antagoniste erano “meglio Fini che Pannella” (ricordo un concerto negli anni ’90 in favore di Nessuno tocchi Caino contro la pena di morte, dove la presenza del mio tavolo referendario liberista all’entrata del teatro Palladium portò alcuni musicisti a ritirarsi in diretta Rai per non essere assimilati).

Riproporre oggi quella impostazione e quelle soluzioni, però, sarebbe un errore.
Da allora sono passati 25 anni: di cose ne sono successe, e di quale portata!

Da un punto di vista scientifico, basta citare alcuni dei premi Nobel per l’economia degli ultimi dieci anni.
Il Nobel 2009, Elinor Ostrom, premiata per la sua analisi della governance in economia, in modo particolare del bene collettivo; Richard Tahler nel 2017, che ha vinto per il suo contributo all’economia comportamentale; nel 2018, Paul Romer e William Nordhaus, premiati per aver integrato nell’analisi macroeconomica di lungo periodo, rispettivamente, l’innovazione tecnologica e il cambiamento climatico.

Sappiamo, dunque, che non esistono gli Econi (l’homo oeconomicus con le sue presunte scelte razionali) ma gli esseri Umani, con i loro quotidiani errori di percezione e bias cognitivi. Di qui la proposta di utilizzare tecniche di nugde, la famosa spinta gentile dello Stato, infelicemente tradotta da noi come paternalismo liberale.
Sappiamo anche che esistono situazioni in cui, anziché la dicotomia pubblico/privato, la soluzione migliore sono i commons, la proprietà comune, specie se gestita dal no-profit.
Sappiamo che accanto al debito finanziario esiste un debito ecologico, che la crescita del PIL spesso si fonda sul consumo non contabilizzato di risorse naturali.

Nelle teorie economiche standard non si tiene conto di nulla di tutto ciò, che non è nemmeno alla base delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e degli altri organismi internazionali.

Un discorso ulteriore merita la Tecnica: il filosofo Severino sostiene che prenderà la guida delle nostre società dopo che già l’Economia ha prevalso sulla Politica.
Forse è troppo, di certo però la più utile innovazione della mobilità cittadina moderna (il car/bike sharing) non è venuta dalla riforma dei servizi pubblici locali, bensì dall’invenzione di un’applicazione informatica.
Lo sfruttamento dei Big data attraverso potenti tecniche di profilazione cognitiva e di persuasione digitale, rischia di azzerare il surplus del consumatore, riporta la questione del potere al centro del concetto di antitrust e non rende amichevole il detto per cui “la pubblicità è l’anima del commercio”.
Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (A.I.) è tale, poi, da far ipotizzare già oggi che una economia pianificata dallo Stato potrà essere più efficiente di quella fondata sulla libertà economiche. E c’è poco da ridere, se pensiamo che la potenza al momento più avanti con la A.I. è la Cina, ovvero uno Stato dove da tempo hanno rinunciato anche alle libertà civili e politiche.

In questo contesto, proposte politiche che non mettano in discussione i paradigmi acquisiti e non abbiano le concentrazioni di potere come target, avranno poche possibilità di aggregare blocchi sociali e zero chance di essere alternative e risolutive.

Per questo, anziché cristallizzarci su posizioni più o meno elettorali, PROPONGO di lanciare, a partire dal Congresso di Radicali italiani, un percorso pubblico di ricerca e di confronto a tutto campo che, per febbraio 2019, ci porti ad individuare proposte di riforma su cui aggregare un blocco sociale alternativo attraverso una nuova stagione di iniziative popolari.
In Italia tramite referendum, se il Senato confermerà la rivoluzione sulla raccolta delle firme.
In Europa attraverso l’Iniziativa dei cittadini europei.

PS: Quanto scritto sopra spiega anche perchè non mi ritrovo nel programma elettorale di + Europa, così come apprezzo – ma non mi soddisfa- il documento “rapporto precongressuale” che apre i lavori di questa Commissione.
Personalmente, ad esempio, non ritengo sia possibile parlare, oggi, di debito pubblico italiano senza immaginare una strategia che riguardi i debiti pubblici mondiali e che liberi le nostre democrazie dalla finanziarizzazione che le corrompe dal di dentro, come denunciato mirabilmente da Guido Rossi.
Così come non sia possibile mitizzare la legge Fornero, che ha l’indubbio merito di aver fermato il furto generazionale in corso ma che rispetto al futuro non ha nulla da dire.

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