Contributo di Giovanni Baiocchetti

E se la soluzione fosse al di fuori di noi?
Cari compagni,
Sebbene non mi intenda di temi economici e scienze sociali, sento di voler condividere con voi
alcune riflessioni che ho già avuto modo di esporvi durante un recente comitato nazionale. Per
praticità, riporto per intero un contributo (mio) che ho inviato a Strade un mesetto fa (abbia
pazienza chi lo ha già letto, in seguito aggiungo una riflessione su delle soluzioni da poter proporre,
nella speranza di innescare un dibattito all’interno del nostro movimento).
Sono convinto che negli ultimi tempi, probabilmente a causa delle crisi economica e del debito,
unite alla contingenza storica della “rivoluzione digitale”, siano sorti problemi e preoccupazioni
nuovi, inediti, a cui ancora nessun movimento o partito riesce pienamente a dare risposta.
Nell’incapacità di fare un’analisi sociologica complessiva, ho provato a raccontare, mediante
esempi, la sostanza di alcune conversazioni e riflessioni che ho potuto fare la scorsa estate, in un
territorio ben diverso da quello in cui vivo e mi relaziono. Le riporto qui:
Qualche mese fa sono tornato tra i monti abruzzesi dove sono cresciuto. A un
matrimonio ho incontrato l'edicolante del paesino accanto al mio, a cui ho promesso,
congedandomi, che sarei tornato presto da lui a comprare il giornale. "L'edicola non c'è
più", mi ha risposto. "E cosa fai ora?", gli ho chiesto. "Per ora nulla, vediamo cosa
trovo".
Sorride sempre Francesco, poco più di quarant'anni. Non pochi da maneggiare il web
come un ragazzo, non abbastanza da non voler più lavorare. Ma cosa può fare con quel
chiosco in un paese di 800 abitanti? Lo trasforma in un bar, quando uno già c'è e la
popolazione è sempre più anziana?
Aspetta, Francesco, come aspetta la classe media in crisi d'identità, non ancora povera
da spingere anche chi non conosce la lingua ad emigrare, scoraggiata da burocrazia,
tasse e stagnazione a sperimentare nuove idee.
Aspetta anche Giuseppe, tutte le mattine, il treno per Sulmona. Un'ora di viaggio per 60
chilometri, ma c'è a chi va peggio: da Pescara a Roma ci vogliono più di tre ore. Aspetta
che si faccia un investimento ferroviario anche su quelle rotaie costruite negli anni
sessanta dell'Ottocento, quando l'Italia era appena nata, e mai elettrificate. Da decenni
non cambia nulla su queste tratte, perché di soldi per investire oggi se ne erogano
laddove il ritorno economico è sicuro: abbiamo speso troppo in passato. Fatto sta che
ormai ci si impiega meno ad andare da Milano a Roma in treno che da Roma a Pescara.
Eppure le tasse per Rete Ferroviaria Italiana le paga pure Giuseppe. Qui si genera
l’incomprensione: Giuseppe aspetta da anni un servizio al passo coi tempi, come pure
chiedono le tante aziende italiane che vogliono esportare i loro prodotti con la Tav o i
semplici cittadini europei. Chiedono tutti, alla fine, la stessa cosa: investimenti. Vagoni
moderni e calo dei tempi di percorrenza per le aree interne, mercato unico, turismo,
ambiente e sicurezza (spostando le merci da gomma a rotaia) per le aziende e i
consumatori italiani. Ma qualcuno li mette l’uno contro l’altro, come se i due
investimenti non fossero entrambi necessari, e magari andrà a finire che non si investirà
né in Italia né per collegare l’Italia all'Europa.
Abbiamo speso troppo in passato, dicevamo, e la sicurezza del posto fisso alle Poste
dopo il diploma in ragioneria non c'è più. A Milano, per la sua posizione geografica, la
sua cultura del lavoro, la lungimiranza degli amministratori locali, la presenza di
infrastrutture non solo stradali o ferroviarie, ma anche delle ultime tecnologie di
internet, il Pil cresce e chi si laurea trova lavoro. Il mismatch tra formazione

universitaria e domanda di lavoro è colmato dalla cultura aziendale dell'unione che fa la
forza: le imprese si mettono insieme per insegnare le nuove professioni digitali a gruppi
di neo laureati, poi ognuna seleziona quelli che reputa più adatti. In tante città di
provincia, invece, il merito non è premiato. Le possibilità di carriera sono spesso legate
allo status famigliare, al partito che ti manda, al sesso. Il paracadute statale è finito,
schiacciato dalla crisi del debito. Le spese private frenate, perché quando la benzina
passò da 1 a 2 euro al litro, chi non poteva prescindere dall'automobile per andare al
lavoro, ha dovuto tagliare da qualche altra parte. Gli investimenti privati sono pressoché
bloccati, in attesa di una rinnovata fiducia.
Marta a Milano ci voleva andare, per fare una scuola prestigiosa, di quelle che paghi ma
poi lavori. Manco a dirlo in famiglia, troppi soldi avrebbero dovuto pagare tra affitto e
retta; ora lavora in un bar tra le montagne abruzzesi, mette i soldi da parte, sogna, prima
o poi, di andare via. Invidia chi ha più opportunità di lei, bonariamente.
Qualche mese fa sono anche andato a spasso per L'Aquila. In centro stanno rialzando le
saracinesche i primi negozianti, dieci anni dopo, pionieri di una nuova frontiera.
Lavorano soprattutto di sabato e domenica, quando si passeggia. Nei giorni feriali, la
vita è tutt'intorno alla città, nei quartieri provvisori del post sisma, alcuni dei quali già
abbandonati in seguito a crolli di balconi e soffitti. Già, le case costruite per ospitare gli
sfollati (realizzate al costo di oltre 2mila euro al metro quadro) "con legno scadente",
secondo la Procura di Piacenza. E i negozianti intanto se ne stanno lì sulle porte,
accennano un sorriso quando passi e salutano, aspettano il weekend, circondati da gru,
ruspe, tavole, betoniere, polvere.
A Campotosto, poi, a 30 chilometri di curve dal capoluogo, sono proprio arrabbiati. Il
18 gennaio del 2017 quattro terremoti di magnitudo superiore al quinto grado hanno
buttato giù 8 case su 10, ma i due metri di neve che impedivano alle telecamere di
raggiungere il borgo e la concomitanza con la triste tragedia di Rigopiano, ne hanno
determinato la scomparsa dai media. L'abbandono si percepisce dalle scritte sui muri:
"grazie del nulla", "il cantiere abbandonato". Ma qualcuno ne parla? Un mio amico di
scuola, 25 anni, era appena andato a vivere lì con la sua compagna con cui aveva
rilevato un’attività di ristorazione sul lago, in cui aveva investito quel che aveva. Persa
in pochi secondi. La prima visita istituzionale dell'allora premier Gentiloni c’è stata solo
6 mesi dopo. Non è importante che un'istituzione dedichi due minuti ad ascoltare la sua
storia, per mostrargli vicinanza, nel momento di maggiore sconforto?
In questa Italia preoccupata, spaesata e impaurita, il populismo trova terreno fertile. Tra
chiusura delle frontiere, nazionalizzazioni, reddito di cittadinanza e riforma delle
pensioni, i leader dei due partiti che hanno trionfato un anno fa hanno offerto un freno
alla globalizzazione a chi si sente tagliato fuori, un reddito minimo a chi teme di perdere
tutto in quelle terre in cui non si investe più, a chi non ha i mezzi economici e culturali
per adattarsi alla rivoluzione digitale, a chi si è sentito abbandonato dalle istituzioni nel
momento del bisogno. Le istituzioni risultano delegittimate agli occhi di molti cittadini
perché lontane dai problemi dei loro territori, e ciò si riflette nel vocabolario semplice e
talvolta sboccato adoperato dagli ultimi inquilini di Palazzo Chigi, che hanno imparato a
usare il linguaggio del popolo per mostrarsi vicini e hanno offerto due capri espiatori
esotici alla crisi identitaria: migranti e istituzioni UE, due realtà poco note a chi non vi
abbia mai avuto a che fare direttamente, dunque facilmente mistificabili. Chi per primo
ha colto la paura, la frustrazione, l’insicurezza, la rabbia, ha saputo incanalarle verso
due deboli, appunto: i migranti perché disperati in cerca di quell'agio di cui la classe
media ora teme la perdita e le istituzioni UE perché incomplete e oltre le Alpi.

Nel mio paese l'erba sui marciapiedi supera il metro d'altezza, la fermata dell'autobus è
un paletto che non riporta nemmeno gli orari delle corse e i bidoni dell'immondizia
spesso strabordano. Eppure le tasse le pagano anche lì. Lo sdegno è legittimo, ma
prendersela con chi nei decenni ha sfruttato le municipalizzate come bacini clientelari
non è automatico, è più facile dare la colpa ai clandestini.
Riportando benessere economico e sociale, favorendo il merito e le scelte individuali, lo
sviluppo di tutti i territori, allora forse si sconfigge anche questa rabbia montante.
L'odio, d'altronde, cela sempre un qualche malcontento.
Occorre girare l'Italia, tutta, conoscere le persone e i territori per ripristinare un dialogo,
prima che il muro dell'incomprensione si faccia troppo alto.
Questo contributo lo avevo scritto pensando al nostro movimento, pensando che la soluzione alla
nostra crisi identitaria possa essere trovata al di fuori di noi. Lo avevo esposto nel comitato
nazionale di Verona per tentare di riportare il dibattito sull’analisi della realtà esterna, dibattito che
mi sembrava esclusivamente incentrato sui rapporti interni tra noi e altre realtà satellite che spesso,
al di fuori della nostra bolla, sono percepite come “la stessa cosa”; spesso si parla, nei nostri
dibattiti, del rapporto con il PRNTT, con +Europa, con la Coscioni, con Certi Diritti ecc. Giusto,
non che non lo si debba fare, ma talvolta queste relazioni hanno monopolizzato il nostro dibattito,
tralasciando l’analisi della realtà che ci circonda, quella che sta al di fuori di noi (anche altri
avranno potuto notare che i soggetti che ho appena citato vengono percepiti come un’unica cosa da
chi non vi fa parte).
Tra i riscontri maggiori che ho nel parlare “dei radicali” al di fuori di noi, oltre alla confusione tra i
vari soggetti radicali, noto la percezione che ci occupiamo solo di diritti civili e umani e non del
resto. Ora, con le persone che ho citato nell’articolo, io ci parlo pure di cannabis, di unioni civili, di
aborto; per fare un esperimento, ho pure parlato coi ragazzi del mio paese, quelli con cui giocavo a
pallone da bambino e che sono rimasti sempre là, della realtà intersessuale, uno dei temi più
vergognosamente ignorati dalla società e quindi “impopolari”. Ebbene, dopo due ore di domande
conoscitive, li ho convinti del bisogno di una legge che tuteli queste persone. Più in generale, mi
sono stupito nel constatare come alcuni di questi miei amici, che votano 5Stelle, Salvini o Meloni,
siano a favore delle adozioni omosessuali e della legalizzazione della cannabis, per esempio, o
come siano i primi a prestare aiuto, anche economico, agli stranieri che arrivano in paese. Quando
parliamo di migranti, il senso della risposta più frequente è: “non che loro non abbiano bisogno di
aiuto, ma anch’io ho bisogno di aiuto e nessuno pensa a me”. Quante volte abbiamo intavolato un
discorso con chi ha idee opposte alle nostre, per capirne il motivo?
Dicevo che in tanti stimano noi radicali e le nostre battaglie, ma non ci votano, perché hanno altre
priorità. Hanno, per esempio, paura di perdere o di non trovare lavoro, come raccontavo prima, e
avvertono il bisogno di sicurezza economica come prioritario rispetto alla pur legittima battaglia per
la cannabis legale (tanto quella, come diciamo sempre, se la possono fumare ugualmente). Ecco che
un Movimento 5 stelle che dice che “nessuno sarà lasciato indietro” (era lo slogan che campeggiava
sul palco nel giorno della presentazione del reddito di cittadinanza) fa breccia più di altri perché la
paura in questa fase di rivoluzione del mondo del lavoro è quella. Il bisogno di protezione è stato
colto appieno dalla Lega che ha tuttavia suggerito una risposta inutile a quei timori ma sicuramente
efficace mediaticamente: il problema della tua insicurezza sono i migranti, così posso chiudere
immediatamente i porti e dirti che rispetto gli impegni presi. La Lega e il M5S ci sono andati in quel
Campotosto che citavo prima, e sono spesso all’Aquila, per strada, ad ascoltare le preoccupazioni di

queste persone, dove gli altri non vengono o se lo fanno, si chiudono in un auditorium. Questa
elaborazione è mancata alla sinistra ed è mancata a noi negli ultimi tempi.
Beninteso, possiamo pure scegliere di occuparci solo di quei temi, e andrebbe bene così, perché
comunque in Italia sarà sempre prezioso avere un movimento che si occupi di diritti civili. Ma già
che siamo in fase di ripensamento della nostra identità, io credo che uno studio della realtà, del
target a cui ci rivolgiamo, insieme a uno studio di soluzioni da proporre, sia in realtà propedeutico
anche a una crescita del paese sul piano dei diritti civili. Mi spiego meglio: l’odio nei confronti delle
minoranze mi sembra alimentato dal malessere e dall’insicurezza economica (certo, stante anche
una buona dose di ignoranza della realtà). Se un movimento come il nostro riuscisse a proporre
soluzioni a questo malessere, allora potrebbe attrarre su di sé consensi (anche elettorali) che ci
darebbero una rinnovata forza per portare avanti, parallelamente, anche le nostre sacrosante
battaglie storiche sui diritti civili.
Concludo con questo spunto: quali sono queste soluzioni? Da non esperto in materia, al solo scopo
di stimolare un dibattito, cito qualche esempio di strumenti politici da poter proporre per provare a
dare una risposta ai nuovi timori cui accennavo all’inizio: il diritto alla formazione continua, che
permetterebbe a chi ha perso il lavoro di impararne uno di nuovo e ritrovare impiego in qualcosa di
utile, invece di dare soldi a caso col reddito di cittadinanza o coi sussidi a lavoratori improduttivi; le
liberalizzazioni, per fornire servizi ai cittadini degni di un paese moderno, perché siamo tutti
lavoratori ma siamo anche tutti consumatori e contribuenti; sviluppo di infrastrutture digitali,
sburocratizzazione e cittadinanza digitale per attrarre investimenti dall’estero sul modello
dell’Estonia (è applicabile all’Italia? è utile? Non lo so, per questo mi piacerebbe parlarne con voi);
e poi ancora riforma dell’istruzione e della sanità, ma qui sono già arrivati contributi più interessanti
del mio, su cui sarà davvero piacevole dibattere, come pure la stessa proposta sulla legalizzazione
della cannabis, che ha anche un risvolto economico.
Di questo vorrei parlare al congresso; vorrei un congresso desideroso di guardare al futuro.
All’ultimo comitato di Roma si è (inevitabilmente e giustamente, vista la situazione dei nostri conti)
parlato di quale forma vogliamo darci (2×1000, 5×1000, ci candidiamo, non ci candidiamo), ma a
parer mio non era chiaro, in molti interventi, a cosa questa forma fosse propedeutica. Arrivare a una
soluzione sulla forma da darci sembra già un’impresa notevole nel nostro movimento, sembra già
un traguardo, eppure al di fuori di noi è solo un inizio, perché poi quel 2 o 5×1000 o l’eventuale
candidabilità, ce li dobbiamo guadagnare spiegando all’esterno cosa vogliamo fare. Allora auspico
che il dibattito sulla nostra identità cerchi all’esterno del nostro movimento la risposta alla
domanda: a cosa possono servire i radicali?
Ci vediamo a Torino!

https://www.stradeonline.it/terza-pagina/4028-l-italia-lontana-in-cui-germina-la-rabbia

28 ottobre 2019

Una replica a “Contributo di Giovanni Baiocchetti”

  1. Grazie Giovanni del tuo intervento.
    Ho letto – superficialmente in verità – i lavori della commissione e non mi appassionano, mi sembrano lontano dalla vita reale, dal quotidiano, dai chi lavora. Nelle battaglie sullo stato di diritto, nella tutela dei diritti dei detenuti, dei migranti, dei tossicodipendenti .. siamo cosi vicini, sulle questioni economiche siamo cosi lontani da quello che accade nelle strade, nelle case e nelle aziende. Eppure chi meglio dei radicali dovrebbe capire o tentare di capire le minoranze non organizzate di persone in difficoltà, che incontriamo nella vita o di cui facciamo parte. Che portano delle colpe che non sono solo le loro.

    Debito pubblico, formazione, smart working … OK e poi? C’è un disegno, meglio se “terra terra”?
    Pannella quando parlava dell’eliminazione del sostituto d’imposta diceva che la signora Maria fino al 16 lavorava per lo stato e poi per se stessa. C’era un analisi, un disegno complessivo, che poi diventava iniziativa, palpabile.

    Il governo giallorosso vuole il carcere per i grandi evasori. Questo compagni è una china molto pericolosa, il seguito è la caccia al “barcone slogan”. Un approccio punitivo, con un fisco criptico, con i tempi della giustizia italiana .. No grazie.

    Spero anch’io Giovanni che il congresso affronterà temi nuovi in campo economico. Non basta la lotteria degli scontrini! Ma nemmeno congelare il debito pubblico.
    È sbagliata la flat tax, la tassa deve essere SMART piuttosto che flat, si smart-tax che tiene conto di tutto, oggi si puó. Tu accenni all’Estonia, vero, per quel che so stanno andando nella giusta direzione.
    Sto preparando un contributo, spero di riuscire a dargli forma, parte da una lettura interessante, la RELAZIONE SULL’ECONOMIA NON OSSERVATA E SULL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA ANNO 2019. Basata su dati 2017.

    Ci vediamo presto, sono tra Bologna e Milano.
    Enzo Gravina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA