Intervento di Alessia Minieri

La comunità confinata come modello di welfare

di Alessia Minieri

 

In carcere si va perché puniti, non per essere puniti, l’intervento del Garante Mauro Palma all’Agorà Penitenziaria 2019 si apre con una preghiera attuale da quaranta lunghissimi anni. La limitazione della libertà personale come prassi per il contenimento del disagio sociale ha prodotto comunità confinate di gruppi vulnerabili che presentano finalità atipiche. Ne sono esempi le articolazioni salute mentale all’interno degli istituti penitenziari, le persone internate in carcere in attesa di accedere alle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), i circuiti di giovani adulti fuori dagli istituti penali minorili, i centri di permanenza per rimpatri (CPR), le case circondariali surrogato di dimora per chi ne è privo, le sezioni a carcerazione attenuata per tossicodipendenti (spesso in comorbidità con disturbi psichiatrici). Compartimenti stagni del nostro ordinamento in cui le attività trattamentali soggiacciono alla posizione giuridica, alla durata della pena ed alla patologica scarsità di risorse, finendo per diventare strutture protette – che mai lo sono state – da cui proteggersi.

Ed è così che la detenzione amministrativa operata all’interno dei CPR diventa una limitazione della libertà personale parificabile negli effetti alla carcerazione vera e propria dei circa 1.600 soggetti condannati a una pena detentiva inferiore all’anno. In entrambi i casi si finisce inesorabilmente a galleggiare nel Lete del nostro welfare, dimenticati ed esclusi dagli investimenti del sistema socio-sanitario e dalle attività trattamentali; condannati alla sospensione dei diritti per ragioni di transitorietà.

Nella comunità confinata si diventa trasparenti, vittime di uno stato sociale distorto che sostituisce la funzione rieducativa della pena con elementi patogeni e criminogeni propri dell’istituto a porte scorrevoli: entri, rimani detenuto o internato ed esci. Il più delle volte finisci per rientrarci, replicando la circostanza del primo ingresso molteplici volte. In questi luoghi di limitazione della libertà personale si accalcano, in definitiva, tutti quei soggetti che la società preferisce tenere a margine, come gli ospiti destinati alle comunità terapeutiche, psichiatriche o alle REMS, i tossicodipendenti delle Rogoredo d’Italia, le persone senza fissa dimora, i cittadini non comunitari arrivati sul territorio nazionale in cerca di una possibilità di riscatto.

In un sistema cronicamente sull’orlo del collasso, dove il sostegno alla vulnerabilità cede il passo alla contenzione di questa, ci si rassegna a subire circostanze contrarie alla dignità umana come se fossero ineluttabili: il sovraffollamento oltre i limiti della tollerabilità, la carenza di fondi strutturali, l’isolamento disciplinare come strumento di controllo della tensione sociale, la “cella liscia” su prescrizione medica, le grate fitte sulle finestre poste a protezione dei passeggi, l’insalubrità ammorbante degli edifici penitenziari, la rottura dei legami famigliari dovuta all’inattività delle rappresentanze diplomatiche o alla saturazione del della magistratura di sorveglianza. Situazioni irrimediabili vi diranno, come se il fatalismo fosse una risposta sufficiente al silenzio del legislatore.

Questo carcere – parcheggio di poveri, illetterati, pazienti psichiatrici, dipendenti da sostanze e stranieri – è perfino capace di trasformarsi in opportunità individuale di fruizione di diritti mai goduti, come quello salute. Nella prima visita i nuovi giunti vengono sottoposti ad esami di routine che consentono di formulare diagnosi e di ricevere finalmente trattamento e cura. Qui i soggetti più vulnerabili vengono in contatto con lo specialista di cui hanno bisogno – prevalentemente infettivologo, cardiologo, dentista, psichiatra e psicologo – e per la prima volta c’è qualcuno pronto a prenderli in carico, ad occuparsi del loro benessere. Ma è anche un’opportunità di fruizione collettiva che riguarda tanto la popolazione detenuta o internata quanto quella in libertà perché il carcere è salute pubblica. E se è vero che “è compito della Repubblica, rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”, è altrettanto vero che compito primario dei partiti politici è il raggiungimento dello stesso.

I modelli di salute pubblica e giustizia ci dicono che governare alcuni fattori upstream – come le diversità, le famiglie disfunzionali e le relazioni abusive, la criminalità tra i minori, la disoccupazione e le dipendenze patologiche – ci permette di ridurre le offese; governare fattori downstream – come la riduzione del danno ed il supporto ai programmi di riabilitazione, la salute mentale, l’orientamento professionale e vocazionale, l’housing sociale ed il sostegno all’occupazione – ci consente di ridurre la rediciva. L’indicatore più lampante del cortocircuito sociale nel nostro paese è proprio quest’ultima: il 68% delle persone condannate alla pena detentiva torna nuovamente a delinquere, rimanendo portatore del fattore di rischio che ne ha favorito il primo ingresso. Considerando che ogni anno sono 105.000 le persone che giungono negli istituti penitenziari italiani e 1.5 milioni in quelli europei, l’entità del problema risulta in tutta la sua macroscopica urgenza. Garantire un servizio in termini di salute pubblica significa intervenire sul beneficiario diretto – il detenuto – e sui beneficiari indiretti – la comunità d’appartenenza. I benefici che si riverberano sulla seconda sono ciò che definiamo community dividend e sono particolarmente evidenti nell’immunità di gregge derivante da vaccinazione oppure nei programmi di test and treat. Basti pensare che statisticamente ogni due diagnosi precoci di infezione da HCV, sempre presente nelle carceri, ci permettono di prevenire un nuovo contagio per via sessuale, ma anche di avvicinarci all’obiettivo di micro-eradicazione del virus.

Nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sviluppato il Minimum Public Health Dataset for Prison Health, i cui risultati sono consultabili all’interno dell’Health in Prisons European Database (HIPED). In breve, i dati raccolti ed elaborati da 38 dipartimenti nazionali dell’amministrazione penitenziaria ci forniscono uno scenario complessivo delle condizioni di detenzione in Europa, nonché un prospetto degli standards minimi della sanità penitenziaria su base nazionale. Gli indicatori ci permettono di rintracciare otto aspetti fondamentali della sanità nelle prigioni: 1. la demografia; 2. il tipo di sistema socio-sanitario; 3. l’ambiente; 4. i fattori di rischio delle malattie; 5. lo screening; 6. la prevenzione di malattie trasmissibili; 7. il trattamento; 8. e la mortalità. La scheda italiana è particolarmente significativa nelle sue reticenze. L’impossibilità di rilevare dati è dovuta a due ragioni principali: la sanità è di competenza regionale e le pratiche sono quindi diversificate di regione in regione; non esistono standards minimi comuni neppure all’interno della stessa regione, lasciando così ai direttori sanitari dei singoli istituti l’incombenza di definire le proprie esigenze sulla base delle risorse del momento.

Se better prison health is better public health, non ci resta che occuparcene promuovendo politiche che abbiano come obiettivo specifico la piena realizzazione dell’art.27 della Costituzione – le pene non possono consistere in trattamenti contrari alla dignità umana – e come obiettivo generale il raggiungimento dell’art. 3 della stessa – la rimozione degli ostacoli economici e sociali – elevando la comunità confinata a vero modello di welfare. Una riforma radicale della sanità penitenziaria è il primo passo verso l’abolizione del carcere.

12 ottobre 2019

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