Intervento di Gionny D’Anna

Tutelare il lavoratore anziché il posto di lavoro”, la recente uscita di Carlo Calenda sul liberismo ha messo in discussione questo principio che per anni ha animato lo spirito delle principali sulle riforma liberali del mercato del lavoro.

In Italia dal 1997 ad oggi abbiamo avuto sostanzialmente 4 interventi organici e di ampio respiro che nel tempo hanno profondamente modificato i rapporti giuridici di lavoro, tuttavia solo gli ultimi, quelli targati Fornero e Renzi del 2012 e del 2015, sono stati un po’più coerenti con il principio “Tutelare il lavoratore anziché il posto di lavoro” senza però giungere mai alla costruzione di un’effettiva rete di servizi al lavoro basati su orientamento, formazione e ricollocazione, le così dette politiche attive. Rispetto alla precedenti riforme quelle di Fornero e Renzi hanno almeno colmato il vuoto delle “protezioni sociali passive” riformando gli ammortizzatori sociali e prevedendo così una copertura quasi totale dal rischio di disoccupazione a tutti i lavoratori subordinati. Dunque nonostante le 4 grandi riforme, più alcune marginali, l’Italia è ancora molto lontana da un modello di Stato sociale di flexicurity che caratterizza ormai da due decenni le dinamiche economie nord europee che per prime hanno adeguato il proprio stato sociale alla nuova economia della conoscenza, basata su una maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro accompagnata da tutele universali e sull’innalzamento della professionalità dei lavoratori.

Altro grave errore, questo più articolato e non riferibile a singoli provvedimenti legislativo, del periodo riformatore di fine anni’90 è quello di aver completamente trascurato la definizione di una politica di sviluppo per portare l’economia italiana dentro la società della conoscenza. Sono mancati provvedimenti legati al credito, all’università, alla ricerca, alla formazione, al fisco e alla giustizia che supportassero la nascita in Italia di un terziario avanzato all’altezza degli altri competitor europei.

Il mantra “Tutelare il lavoratore anziché il posto di lavoro” ha dunque visto un sua parziale e tardiva concretizzazione nelle politiche del lavoro in Italia, però le parole di Calenda sono importanti perché rivelano quanto sia complesso pensare a politiche del lavoro sconnesso intanto da una strategia più complessiva di sviluppo economico, ed in secondo luogo sconnesse dalla specificità di una singola grande impresa in crisi. Ogni impresa è una caso a sé che dipende dal tipo di mercato in cui opera e dal territorio in cui è situata. Un paese come l’Italia che ha una spiccata capacità imprenditoriale solo nel nord est (Lombardia, Emilia e Triveneto) con un nord ovest in crisi da anni, un centro Italia che vede solo la provincia di Firenze crescere mentre tutto il resto si impoverisce e un Sud totalmente al sbando al netto di alcune aree, non può avere vedere politiche del lavoro di carattere universale e generalista. Se non vi sono imprese in ampie zone del paese “tutelare il posto di lavoro” resta l’unica strada per non far collassare intere zone e territori.

Ogni grande impresa rappresenta un caso a sé come detto, ogni processo di riorganizzazione necessita di un monitoraggio specifico da parte del Ministero dello Sviluppo Economico e delle Regioni. Pensare che in caso di crisi una grande impresa vada lasciata far fallire con il conseguente dispersione di professionalità e potenziale produttivo sarebbe una scelta miope, poiché impoverirebbe tutto il territorio circostante, l’Ue per altro pone rigidi paletti agli aiuti di Stato che impone criteri di mercato, certo poi sta ai Governi decidere se supportare ad esempio la transizione all’auto elettrica o salvare la compagnia aerea di bandiera.

Le politiche del lavoro, in un’economia sempre più basata sulle competenze e l’innovazione tecnologica, non sono più scindibili dal sistema formativo e dalla ricerca, tracciare un confine fra sistema dell’istruzione e mondo del lavoro è sempre più complesso e sbagliato, come lo sarebbe tracciare un linea di demarcazione netta fra sistema di imprese e centri di ricerca. Le imprese maggiormente innovative non solo sono quelle che fanno della professionalità dei dipendenti il principale asset da valorizzarlo fino al punto da coinvolgerli direttamente almeno nell’organizzazione del lavoro, ma sono anche quelle che mettono da parte la competizione per collaborare in progetti internazionalizzazione, di sviluppo tecnico e organizzativo. Un sistema dove è il singolo imprenditore ad affrontare del mondo globalizzato è finito, sempre più oggi sono gli ecosistemi territoriali a fare la differenza. Per questo “Tutelare il lavoratore anziché il posto di lavoro” è una semplificazione su cui è poco utile dibattere poiché non è più su questo paradigma che si gioca il salto di qualità del nostro sistema produttivo, e non è più sulle semplificazioni che si possono articolare politiche pubbliche di qualità.

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