Intervento di Marco De Andreis

Anno dopo anno i governi che si susseguono rinviano il risanamento della finanza pubblica, col pretesto di qualche emergenza – le emergenze non mancano mai – e in nome della filosofia in base alla quale la crescita economica avviene solo aumentando la spesa. Il risultato è che la crescita non c’è, anzi l’Italia ristagna da vent’anni – siamo l’unico paese dell’OCSE il cui prodotto è inferiore a quello che era nel 2000. E il debito pubblico aumenta. Questo governo non farà eccezione.

Tre anni fa, nel 2016, la nota d’aggiornamento del DEF (NADEF) prevedeva a un debito pari al 126,6% del PIL nel 2019. La NADEF di quest’anno prevede un debito pari al 135,7% del PIL nel 2019 – previsione realistica, visto che manca poco alla chiusura. Ci sono più di nove punti percentuali di differenza. In peggio.

Ripetete queste semplice confronto su qualsiasi altro triennio nell’ultimo ventennio e il risultato sarà sempre lo stesso. Previsioni di rientro graduale del debito regolarmente disattese. Al contrario, il debito aumenta. Il valore previsto per quest’anno sarà il nuovo record della storia repubblicana.

D’altronde tutte le cervellotiche discussioni che vengono fatte ogni anno attorno alla manovre di finanza pubblica partono da un presupposto scontato: che più deficit facciamo (cioè più le spese superano le entrate) meglio è per l’economia. A leggere i giornali, praticamente tutti i giornali, quando riusciamo a “strappare” più deficit possibile a Bruxelles – come si dice convinto di fare anche quest’anno il governo – abbiamo vinto.

Nessuno ricorda agli italiani che il debito pubblico altro non è che la somma dei passati deficit. Più deficit facciamo e più aumenta in cifre assolute. Certo, se ci fosse una crescita economica sostenuta, anche un debito che aumenta in cifre assolute diminuirebbe, se misurato sul PIL. Ma così non è, lo ricordo per la terza volta in poche righe. E a nessuno viene mai nemmeno l’ombra d’un sospetto che sia proprio il dissesto, in continuo peggioramento, della finanza pubblica, a frenare la crescita – insieme alla non volontà di fare quelle riforme strutturali che tutti – dall’OCSE al FMI alla Commissione europea – ci suggeriscono da decenni.

Se le NADEF degli anni scorsi – salvo forse quella del 2018, l’anno della “rivoluzione gialloverde” – facevano previsioni rosee sulla riduzione del debito nel triennio successivo, con contrazioni di cinque o sei punti percentuali, quella di quest’anno nemmeno ci prova, nemmeno fa finta di crederci. Risultato praticamente scontato: il debito aumenterà ancora. Non resterà che sperare che, grazie alle politiche monetarie delle banche centrali, i tassi d’interesse si mantengano bassi indefinitamente e la fiducia di chi compra i titoli del tesoro italiani non venga meno.

Ma fino a quando? Si può affidare il futuro di un paese alla speranza, agli scongiuri? Il vento può cambiare rapidamente, lezione che abbiamo avuto non tanto tempo fa, nel 2011, ma che abbiamo subito rimosso. E grazie a questa rimozione, eccoci daccapo a buttare al vento un’altra occasione, un altro “tesoretto” – bassi tassi e ritrovata fiducia degli investitori – col solito sistema: più deficit, più debito. E niente crescita.

Sulla ridda di misure che alimentano il chiacchiericcio sulla manovra finanziaria – un bonus in più a questo, una detrazione in meno a quell’altro – non voglio nemmeno entrare. Voglio solo dire che sono la spia perfetta della frantumazione dell’interesse generale del paese – ahimè sparito dalla scena – in mille interessi particolari, cui questo governo è strutturalmente incapace di dare una sintesi, perché non ha una visione, un’idea di lungo periodo dell’economia e della finanza pubblica dell’Italia.

Non ha nemmeno, cosa assai più limitata di una visione, un ordine di priorità in base al quale informare la sua politica fiscale. Supponiamo che in Italia la priorità sia il lavoro. In effetti il paese non cresce anche – se non soprattutto – perché sono troppo pochi gli italiani in età da lavoro che lavorano: meno di sei su dieci, contro sette su dieci e oltre nelle economie più dinamiche.

Be’, se la priorità fosse incentivare il lavoro, allora la politica fiscale dovrebbe riflettere questa priorità. Come? Spostando il peso fiscale dai redditi ai consumi e/o al patrimonio. Questo sarebbe possibile, se non fare, almeno dibattere in un paese normale. Ma non in Italia.

Buttare finalmente alle ortiche le famose clausole di salvaguardia e lasciare aumentare IVA e accise è un tabù, non si può nemmeno discutere. Come insegna la svolta che ha portato alla formazione di questo governo, cioè l’intervista agostana di Matteo Renzi al Corriere della Sera. Ma perché? Disinnescare quelle clausole costa decine di miliardi che potrebbero andare utilmente ad alleggerire l’IRPEF, cioè ad incentivare il lavoro. Aumentare l’IVA è anche un incentivo alle esportazioni, una delle poche cose di eccellenza dell’economia italiana.

Allo stesso modo non si può nemmeno pensare di discutere di spostare il peso fiscale dal lavoro al patrimonio. Subito vengono evocate le famigerate “patrimoniali”, ovvero quegli schemi fantasiosi periodicamente avanzati da questo o da quello secondo i quali dovremmo recuperare l’equivalente di decine di punti di PIL tassando ogni genere di proprietà. Anche in questo Matteo Renzi ha le sue responsabilità, avendo lui abolito le imposte sulla prima casa come aveva già fatto Silvio Berlusconi. Pura demagogia perché gli enti locali cui andavano compensano con le addizionali IRPEF, cioè aggravando il peso fiscale sul lavoro.

Il dibattito sulla politica fiscale è fatto di slogan, di tesi apodittiche: la spesa pubblica aiuta sempre e comunque la crescita, tassare i consumi frena sempre e comunque la crescita, tassare il patrimonio è un furto. Non è così semplice: con un debito pubblico come il nostro, la spesa pubblica aiuta la crescita se è buona, se scaccia quella cattiva. Tassare di più i consumi o il patrimonio per tassare meno il lavoro può ben aiutare la crescita.
Infine, con una politica fiscale in cui l’aumento del deficit è il solo collante e la sola ragion d’essere il governo prepara la rimonta di Matteo Salvini. In tutti i paesi ricchi i partiti politici si contendono il consenso dei ceti medi. Qui non c’è nemmeno contesa: il ceto medio viene abbandonato nelle mani della destra.

Il paese per il PD e i 5* è fatto solo di poveri e incapienti. Per tornare all’IRPEF, si discute solo di ampliamento della no tax area e di altri bonus, stavolta per i redditi sotto i 26 mila euro. Esistono solo poveri e poverissimi in Italia – e poco importa che le domande per il reddito di cittadinanza abbiano dimostrato che sono, per fortuna, molti meno di quanti si pensasse.

Quasi la metà, il 45% dei contribuenti , non paga niente o quasi di IRPEF. Sono contribuenti con un reddito dichiarato non superiore ai 15.000 euro l’anno,che versano il 2,6% di tutta l’IRPEF. Poiché quasi venti milioni di famiglie (il 77,4% del totale) possiede la casa in cui abita è molto probabile che ci sia una forte sovrapposizione tra queste due categorie. In altre parole, molti italiani non pagano né imposte sui redditi, né sul patrimonio (a parte forse il bollo auto). È davvero scandaloso un aumento dell’Iva che almeno faccia loro pagare (più) imposte sul consumo?

Nessuno tra i PD e i 5* – e poche mosche bianche tra i radicali – si preoccupa che, per conseguenza, il carico fiscale su chi guadagna tra, diciamo, 30 e 50 mila euro l’anno (il ceto medio) è eccessivo e scoraggia il lavoro. Così preparando la vittoria elettorale di Salvini alla prima occasione utile.

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