Intervento di Mario Pietrunti

Una politica economica radicale per il futuro

 

L’aggiornamento dell’analisi politica radicale passa necessariamente anche per una riflessione su alcuni grandi temi economici che hanno caratterizzato il dibattito politico mondiale dopo la crisi finanziaria del 2008 e che ricorrono a ogni Comitato o Congresso, ma mai in maniera organica. Anche il Gruppo Economia, costituitosi sotto la segreteria Magi e riunitosi occasionalmente quest’anno, ha perlopiù lavorato a singole proposte, mediando tra istanze e sensibilità diverse. Inoltre, occorre riconoscere che il risultato di quel lavoro, apprezzato in diverse occasioni da persone esterne al movimento, è però stato accolto freddamente nel movimento stesso, probabilmente essendo stato percepito come un lavoro calato dall’alto.

Ecco quindi che diventa imprescindibile oggi avviare una riflessione su quale sia la lettura che il movimento da’ ad alcune importanti trasformazioni economiche della nostra società, che sono tra le principali cause dell’affermazione dei populismi in molte parti del globo.

Lungi dal voler fornire una dettagliata analisi dei problemi economici attuali e delle loro possibili soluzioni, in quanto segue si vuole semplicemente indicare qualche spunto di riflessione che potrà essere approfondito successivamente.

 

Per cominciare, e sintetizzando brutalmente, bisogna riconoscere che il mondo radicale non ha mai fatto i conti fino in fondo con una serie di concetti, molto ampi e per questo vaghi, come globalizzazione, neoliberismo, disuguaglianza, austerità, che contraddistinguono il fulcro del dibattito pubblico da ormai un paio di decenni.

 

Si tratta di concetti molto scivolosi, ambigui, per i quali è difficile offrire un’analisi che non si presti a interpretazioni distorte. Cosa si intende infatti esattamente per globalizzazione? In prima battuta l’associazione mentale va alla concorrenza a basso costo dei paesi asiatici. Eppure, la Cina fa parte dell’organizzazione mondiale del commercio da meno di vent’anni, mentre l’esplosione del commercio internazionale è iniziata almeno due secoli fa (alcuni studiosi fanno risalire l’inizio della globalizzazione addirittura al XV secolo) quando cioè i mercati locali cominciano a essere influenzati da dinamiche appunto globali[1]. Il discorso diventa ancora meno lineare quando si parla di politiche neoliberiste.

 

Inoltre, occorre notare come tutte queste parole-chiave nascono nell’ambito di un sistema concettuale tipicamente di sinistra, definendolo in negativo: dopo l’esperienza liberale degli anni ’90 coi vari Blair e Clinton – che non smantellarono le riforme pro-mercato dei conservatori che li avevano preceduti – il mercato è divenuto un’istituzione da combattere. Ma la stessa cosa viene oggi rivendicata dai movimenti populisti di destra, favorevoli a una rinazionalizzazione delle industrie e a una politica economica dirigista, al fine di “riprendere il controllo”.

 

Per chi fa politica in Italia poi la questione si fa ancor più ingarbugliata. In primo luogo perché, sebbene se ne parli molto, poche delle parole-chiave menzionate qui sopra si applicano al caso del nostro Paese. L’austerità, intesa come una riduzione costante della spesa corrente, non c’è mai veramente stata, fatta eccezione forse sotto il Governo Monti. Così come non vi è mai stata una politica “neoliberista” – intesa come una riduzione strutturale del ruolo dello Stato in economia. La disuguaglianza di redditi e di patrimonio, infine, in un paese in cui la ricchezza viene prodotta da una miriade di piccole e medie imprese, non è aumentata così marcatamente come altrove (es. Stati Uniti). Vi sono però altre disuguaglianze, molto più laceranti, che riguardano le opportunità: l’ascensore sociale bloccato, l’accesso all’istruzione e alla sanità e in definitiva lo scontro generazionale tra generazioni giovani e anziane. Sono fratture sociali che hanno dato luogo all’ascesa dei nazionalismi e dei populismi. A mio modo di vedere, se in Italia queste tensioni non sono esplose violentemente, è per via di due valvole di sfogo: il voto di protesta del referendum costituzionale del 2016, prima, e nel voto M5S-Lega, poi, ma soprattutto per la possibilità di emigrare. Quest’ultima è stata la valvola di sfogo che ha evitato l’esplosione di una pentola in continua ebollizione.

 

Se si accetta questa lettura, seppur estremamente sommaria, del recente passato, occorre però contestualmente individuare dei temi che andranno a definire il dibattito pubblico nei prossimi anni, così come è avvenuto finora per le parole chiave a cui facevo prima riferimento.

 

Diciamo allora che la sfida principale in campo economico per gli anni a venire sarà rappresentata dalla gestione del fenomeno della “globotica”, ovvero la sostituzione di una larga parte degli occupati nel settore dei servizi nelle economie avanzate con robot e con forza lavoro “remota” e a basso costo in economie in via di sviluppo. Si tratta di una trasformazione della struttura produttiva mondiale senza precedenti per rapidità e intensità, con pesanti ricadute in termini occupazionali e di tenuta delle democrazie occidentali[2].

 

La seconda sfida, dopo la globotica, consiste nel salvare il modello capitalista dai monopoli privati. Il capitalismo rende la collettività prospera se mantiene una struttura aperta, competitiva, che premia il merito e l’innovazione, penalizzando le rendite.

Oggi invece il potere di mercato viene a concentrarsi sempre più in un numero ristretto società di capitali (in specie quelle legate all’offerta di servizi digitali) con un fatturato superiore al prodotto interno lordo di Stati di media dimensione e che, in posizione di monopolio, o quasi monopolio, in un ambito molto vasto di mercati, distorcono la concorrenza e sono in grado di influenzare il dibattito pubblico e le scelte fiscali dei governi nazionali a proprio vantaggio. Occorre quindi combattere, alla stregua dei monopoli pubblici, anche i monopoli privati. La difficoltà rispetto al passato è di farlo a livello internazionale, lavorando a un quadro di regole comune.

 

La terza sfida, prettamente italiana, consiste nel dare un futuro meno incerto al Paese. Ridurre il debito pubblico e realizzare un imponente piano di investimenti, soprattutto in capitale umano, sarà la sfida improba a cui i partiti di Governo sono chiamati nel breve termine, pena la trasformazione in uno Stato fallito e con istituzioni democratiche a rischio perenne, tipo Argentina o Venezuela.

Diciamo che il futuro meno incerto lo si da ricreando un sistema di istituzioni e di regole del gioco[3]. Dobbiamo, in altre parole, immaginare un modo per scardinare l’assetto totalmente chiuso e bloccato del paese, che azzoppa ogni possibilità di progresso economico e sociale.

 

Lo Stato deve tornare a essere il soggetto che non solo favorisce l’equità economica, ma che – mediante la sua funzione di regolatore – promuove anche l’efficienza dei processi produttivi e la competitività del sistema. Per farlo, deve focalizzarsi sul creare condizioni di sviluppo sostenibile e duraturo, mediante investimenti in infrastrutture, ma soprattutto fornendo ai cittadini un livello di istruzione adeguato. A tal proposito, il diritto all’istruzione deve tornare ad essere un diritto fondamentale. Poter acquisire un livello minimo di capitale umano diventa un diritto civile per cui una forza politica come la nostra dovrebbe senz’altro battersi.

 

Infine, l’ultima sfida, quella più importante per la sopravvivenza delle democrazie liberali consiste nel trovare un nuovo modo di aggregare persone e idee, che riesca a replicare il ruolo svolto dai corpi intermedi nel passato. Una soluzione potrebbe stare nell’attribuire un ruolo decisionale maggiore alle aggregazioni granulari di individui: dopo decenni di contrapposizione tra Stato e Mercato, occorre valorizzare il ruolo delle comunità locali[4]. Si tratta di una sfida non solo economica e mira a riconciliare i singoli individui con una realtà così complessa come quella in cui viviamo. In un mondo in cui ognuno di noi si ritrova in identità molteplici (siamo abitanti di un quartiere, cittadini di una città, di una nazione, di una comunità internazionale, consumatori e lavoratori di multinazionali, membri di reti di contatti mondiali ecc.), occorre riconciliare tali identità, valorizzarle e indirizzarle al bene comune. Si tratta di questioni complesse e di non facile soluzione, ma proprio per questo, non più eludibili.

[1] Kevin H. O’Rourke, Jeffrey G. Williamson, When did globalisation begin?, European Review of Economic History, Volume 6, Issue 1, April 2002.

[2] Richard Baldwin, The Globotics Upheaval, 2019, Oxford University Press.

[3] Andrea Capussela, Declino. Una Storia Italiana, Luiss University Press, 2019.

[4] Raghuram Rajan, Il Terzo Pilastro, Università Bocconi Editore, 2019.

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