Contributo di Davide Amadori

Partendo dalle premesse con cui Igor ha aperto questa commissione, la lucidità della proposta politica radicale in tema ambientale nasce dalla consapevolezza che ecologia ed economia devono essere affrontate unitamente poiché quando parliamo di ambientalismo non stiamo parlando di “salvare la natura” così com’è, ma stiamo bensì conservando le condizioni ambientali nelle quali si è sviluppata la nostra economia.

Quasi tutte le conseguenze dei cambiamenti climatici possono essere ridotte a fattori economici: gli ecosistemi forniscono diversi servizi all’uomo, dal cibo alla purificazione dell’acqua, che si rigenerano periodicamente: l’ecosistema rimane tale fintantoché l’estrazione di risorse avviene più lentamente della sua velocità di recupero. La velocità con cui estraiamo risorse dall’ambiente è principalmente dovuta alla scala e all’efficienza dei nostri fabbisogni individuali moltiplicati per la popolazione globale, e quest’ultimo punto, che rappresenta il vero convitato di pietra nel dibattito ambientalista, è già oggetto dell’iniziativa radicale grazie all’analisi di Non c’è Pace senza giustizia sulla necessità di promuovere l’emancipazione femminile, così come ci ha illustrato Emma nell’ultimo comitato, e alla campagna per la contraccezione in Africa guidata da Michele Usuelli.

Per quanto riguarda il primo punto di questa equazione, la nostra capacità di estrarre risorse in maniera più efficiente e meno impattante passa dalla nostra capacità di generare (ed applicare) conoscenza. Ebbene è proprio questo fattore che vedo costantemente messo a repentaglio proprio in Italia, molto spesso in nome dell’ ambientalismo, concretizzato in posizioni luddiste e antiscientifiche che sono andate dal NO TAV (come ci spiegano i compagni Torinesi), NO VAX, NO TRIV, NO OGM, NO SOX (gli esperimenti sui neutrini portati avanti dall’INFN del Gran Sasso), e che occasionalmente sono stati portati nei tribunali coi casi di ilaria Capua, Xilella, Commissione grandi rischi per il terremoto in Abruzzo del 2011 che sembrano rinnovare anno per anno l’antica tradizione inquisitoria italiana.

Solo pochi mesi fa abbiamo assistito alla nomina a consulente ministeriale di Vandana Shiva, attivista indiana no global e no OGM nota anche per essersi opposta anche alla diffusione del Golden Rice, riso arricchito di carotenoidi, nelle aree dell’Asia dove la deficienza di queste vitamine provoca ogni anno centinaia di migliaia di casi di cecità all’anno. Oltre a rappresentare, come nel caso del Golden rice, una delle nostre armi più efficaci nella guerra contro la fame nel mondo, le biotecnologie stanno fornendo strumenti utili alla nostra agricoltura per restare al passo con gli effetti dei cambiamenti climatici: è il caso della cisgenesi, in cui l’ingegnerizzazione genetica avviene all’interno della stessa specie per ottenere in pochi mesi gli stessi risultati ottenibili con le tecniche di ibridazione convenzionali nell’arco di molti anni; eppure l’adozione di queste tecniche è stata affossata l’anno scorso da una sentenza della corte di giustizia UE che le equipara agli Ogm assoggettandoli quindi alla rigida disciplina, e al complicato iter di analisi e controlli, prevista prima dell’immissione in commercio di organismi geneticamente modificati.

Vi è un interessante parallelismo tutto italiano tra OGM ed energia nucleare: seppur rifiutiamo l’adozione di queste tecnologie sul nostro territorio, accettiamo di buon grado l’importazione dei risultati di queste: è il caso dei mangimi OGM senza cui non saremmo capaci di soddisfare la nostra domanda interna ma anche dell’acquisto di energia proveniente dal nucleare Francese che alimenta il 10% dei nostri consumi. Penso che sia tempo per il movimento radicale di effettuare un “tagliando” sulle proprie posizioni riguardanti l’energia nucleare in Italia, che nel 1987 ci vide in prima fila in un referendum che ne chiedeva l’uscita dalle politiche energetiche del paese, impegno poi rinnovato nel 2011; auspico che questo dibattito possa riprendere grazie al contributo di chi è molto più competente di me in materia, alla luce sia dello stato di avanzamento della tecnologia in termini di sicurezza e produzione di scorie, e soprattutto alla luce dei recenti sviluppi riguardanti lo smaltimento di scorie radioattive prodotte dalle 4 centrali ormai dismesse e dalle quotidiane attività dell’industria, della ricerca e della sanità. Risale infatti al 2015 la redazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, ma ancora oggi non ha ricevuto il nulla osta per la pubblicazione da parte dei ministeri dello sviluppo economico e dell’ambiente, nonostante l’aumento dei costi e dei rischi della gestione dei siti dove sono attualmente depositati.

Dubito che il movimento ambientalista nato nell’ultimo anno troverà una guida tra i partiti e le forze politiche che attualmente si presentano e si affacciano sulla politica italiana, così come dubito che un movimento così variegato sarà capace di darsi la struttura necessaria a competere in politica. Però molto spesso il mondo radicale si è dimostrato capace di fornire ai cittadini strumenti decisionali che raramente i partiti convenzionali sanno offrire, credo che questa caratteristica, unita alla capacità di analisi della complessità che ci ha spesso contraddistinto, ci permettano di costruire una visione sulle politiche ambientali alternativa, per non dire più lucida, a quella che abbiamo visto negli ultimi anni in Italia ed in Europa.

13 ottobre 2019

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