Contributo di Federica Valcauda

Le battaglie ambientali che dovremmo affrontare nell’immediato futuro, hanno bisogno di una visione globale e multi-level, che includa uniformemente tutti gli enti del nostro territorio, le istituzioni europee e i necessari accordi globali.

Per fare ciò serve che il nostro paese applichi le sue conoscenze, migliorando le iniziative che hanno ben funzionato fino ad ora aumentando gli investimenti, per affrontare le sfide ambientali in base alle priorità, acquisendo consapevolezza di ciò che può essere più funzionale ed innovativo per il nostro territorio.

Il nostro paese, pur essendo uno dei paesi che riesce ad avere una buona percentuale di raccolta differenziata, potrebbe trovarsi in una situazione di disagio tra qualche anno per ciò che concerne la gestione e lo smaltimento dei rifiuti, a causa di un deficit impiantistico in alcune regioni e di un utilizzo ancora importante delle discariche.

La nostra linea guida dovrà essere l’ultima Direttiva dell’Unione Europea 851/2018, che individua nella prevenzione il primo step per realizzare una società del non rifiuto, incentivando alla radice i prodotti durevoli e di ecodesign.
Vista la frammentazione del nostro territorio ritengo che il ruolo del Governo centrale sarà essenziale per dare gli strumenti utili alle Regioni e quindi ai Comuni, che devono fronteggiare problemi complessi: un primo passo potrebbe essere legiferare sulle linee guida dell’End Of Waste.

Quando parlo di priorità mi riferisco appunto alle questioni vicine ai cittadini, che condizionano in maniera importante una comunità, come la gestione dei rifiuti, i quali vengono conferiti ancora troppo spesso nelle discariche, che risultano primo approdo soprattutto in alcune regioni. I dati ISPRA ci dicono che per l’anno 2017 la raccolta differenziata totale è stata del 55,54%, ma la suddivisione territoriale mostra un divario importante: al nord si differenzia per il 66,19%, al centro per il 51,87% e al sud per il 41,90%. Il Veneto è la Regione più sviluppata in questo senso con il 73,65% di RD, mentre il dato assolutamente negativo lo riscontriamo in Sicilia dove la RD si ferma al 21,72%. Altre Regioni come il Lazio, la cui differenziazione dei rifiuti si ferma al 45,71%, si sta attivando solo adesso per capire quali possono essere le possibili soluzioni per rendere più efficiente dal principio la selezione, in modo tale da poter avere un riciclo/smaltimento efficiente. Una soluzione di emergenza risulta quindi strutturale in Lazio, Liguria, Sicilia e Campania, con alcune zone della Calabria, come Crotone, la cui differenziata si ferma al 22,90%.
Le incongruenze si hanno con l’aumento costante della tariffazione per lo smaltimento dei rifiuti, nonostante un buon livello generale di raccolta differenziata nazionale che non riesce però ad avere elevata qualità, la cui causa è anche da ricercare nella carenza di impianti lungo tutta la penisola. La spinta ad avviare un miglioramento dovrebbe arrivare dai dati Eurostat che rilevano al 25% l’uso della discarica all’interno dell’Unione Europea, mentre l’Italia ha ancora una percentuale del 27,6%, di quasi tre punti superiore alla media UE.
Il deficit impiantistico del nostro Paese risulta nocivo per una serie di motivi: il continuo utilizzo delle discariche, che minano il diritto alla salute più di un impianto di incenerimento, l’intromissione della criminalità organizzata all’interno del settore che distorce la concorrenza e il trasporto dei rifiuti lungo la penisola che comporta un’emissione di CO2 superiore rispetto alle emissioni di un impianto tecnologico di smaltimento o riciclo. Il totale degli impianti in Italia è di 664 (fonte ISPRA), tra cui 123 discariche che rileviamo essere più attive nel Sud Italia. L’impiantistica che comprende: compostaggio, digestione anaerobica, TMB, inceneritori e termovalorizzatori è per lo più dislocata nel Nord Italia, soprattutto in Lombardia, che risente adesso della pressione del conferimento dei rifiuti che arrivano da altre parti del territorio e che non riescono ad essere smaltite nel luogo di consumo. L’ambiente in cui viviamo è minato non solo dall’elevata produzione di rifiuti, ma anche dalla circolazione degli stessi tra regioni e in modo transfrontaliero. Mandare i rifiuti all’estero è infatti diventata una delle prime scelte, anche se attualmente molte frontiere, come la Cina, sono state chiuse.
L’esempio da seguire deve essere quello di Svezia, Belgio, Danimarca, Paesi Bassi e Germania dove le discariche sono scomparse privilegiando il riciclo e la produzione di energia tramite impianti. Adeguarci entro il 2025 alla dismissione del 10% delle nostre discariche è una sfida importante, che dobbiamo portare a compimento per adeguarci alle nuove direttive europee che puntano spedite alla sostenibilità del nostro ambiente. Il riciclo e lo smaltimento da cui nasce energia sono poi una grande fonte di risparmio per le risorse del nostro pianeta, che l’Europa per lo più importa, e una reintroduzione di valore economico all’interno del mercato con un aumento delle occupazioni nel settore. L’obbiettivo deve essere quello di cambiare il paradigma intorno ai rifiuti, vedendoli concretamente come una risorsa, come ci suggerisce l’ultima direttiva dell’Unione Europea.
Oltre a ciò che riguarda la nostra politica nazionale, dobbiamo sviluppare una visione globale del problema: la mia proposta è quella di attivare dei canali di cooperazione internazionale sui temi ambientali, vista la mancanza di sensibilità di alcuni luoghi del mondo. Penso all’Asia e al Sud America, che grazie al nostro aiuto potrebbero organizzare il loro sviluppo economico già sulla base di una sostenibilità essenziale per salvaguardare il nostro pianeta e le risorse dello stesso.

31 ottobre 2019

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