La revisione dello Statuto di Radicali Italiani: iscriversi o non iscriversi al registro dei partiti?

di Irene Abigail Piccinini

 

Nella storia radicale, lo statuto del soggetto politico ha sempre rivestito un ruolo “programmatico” che andava al di là della mera definizione organizzativa del soggetto politico in questione.

 

Nel corso dei suoi 18 anni di vita, anche lo statuto di Radicali Italiani – nato per avere di nuovo un soggetto politico italiano dopo la svolta transnazionale e transpartitica del Partito Radicale e l’esperienza del Movimento dei Club Pannella – ha subito una serie di cambiamenti rilevanti, che ne hanno segnato l’evoluzione come soggetto politico all’interno delle complesse dinamiche interne della “galassia radicale”, spesso formalizzando attraverso modifiche statutarie una serie di tabù o di provvedimenti “ad personam”.

In particolare, solo nel 2012 è stato inserito il divieto – prima non c’era – di presentarsi alle elezioni con il proprio nome e simbolo e solo nel 2017, in concomitanza con l’approvazione dell’articolo 11 dello statuto che regolamenta la partecipazione “non diretta” alle competizioni elettorali, è stato approvato anche l’articolo 12 che sancisce il divieto di assumere cariche statutarie per chi venga eletto in qualsivoglia istituzione a qualsiasi livello.

 

Il lavoro che è stato intrapreso negli ultimi mesi dalla commissione statuto per eliminare una serie di obsolescenze venutesi a creare nel corso degli anni, per essere portato avanti in modo proficuo da qui al congresso, in modo da arrivare a presentare una bozza organica che sia la proposta effettiva di un gruppo dirigente e non dei componenti della commissione statuto o addirittura di una parte di essi, non può prescindere da un interrogativo di fondo che si riallaccia alla relazione introduttiva di Silvja Manzi e all’intervento di Marco De Andreis: che tipo di organizzazione ci serve e vogliamo essere, posto che riteniamo ancora utile l’esistenza di un’organizzazione politica denominata Radicali Italiani?

 

Se riteniamo utile avere la struttura e gli strumenti del partito politico, è anche utile adeguare lo statuto per richiedere l’iscrizione al registro dei partiti e aspirare a fruire dei benefici fiscali correlati ai partiti che si presentano alle elezioni: l’argomento è stato sollevato numerose volte all’interno delle nostre riunioni, anche in relazione alla nascita di +Europa e all’elaborazione di quello statuto.

Naturalmente, adeguare lo statuto alla normativa vigente per l’accesso ai benefici fiscali non significa rinunciare alla nostra specificità e tantomeno farci dire da una legge che cosa è o non è un partito: significa accettare in modo funzionale di adeguarci a determinate richieste normative per poter accedere – soddisfacendo determinati requisiti – a una serie di benefici fiscali che ci garantirebbero alcuni canali di finanziamento per le nostre attività.

Evidentemente, ha senso fare quel lavoro di adeguamento sullo statuto in vista dell’iscrizione al registro se esiste al nostro interno una visione condivisa – e voglio sottolineare condivisa – sul fatto che questo è il tipo di soggetto che vogliamo e che ci serve. Dobbiamo avere quindi la determinazione collettiva a fare insieme il lavoro necessario per diventare a tutti gli effetti un partito politico che ha un’idea di società e di come migliorarla e, per farlo, si dota di un’organizzazione interna adeguata e si presenta alle elezioni con il proprio nome e simbolo (eventualmente anche in forma aggregata), e che quindi cerca di reperire risorse anche da investire sulla propria riconoscibilità elettorale, ritenendo che la presenza di propri eletti all’interno delle istituzioni sia utile per portare avanti il proprio progetto politico. Questo non significa che la presentazione alle elezioni debba diventare automatica o che debba avvenire indiscriminatamente per qualunque tipo di elezione, ma significa porsi nella prospettiva di affrontare, laicamente, di volta in volta, l’opzione elettorale, anche rispetto all’esigenza di mantenere i requisiti per accedere ai benefici fiscali, dopo averli eventualmente ottenuti: in base alla normativa vigente i requisiti per accedere ai benefici fiscali, infatti, devono essere dimostrati di anno in anno, per l’anno fiscale in corso.

 

Viceversa, se Radicali Italiani vuole essere un movimento/gruppo di pressione che porta avanti singole battaglie senza porsi obiettivi d’insieme e senza aspirare a incidere sulla politica italiana in modo complessivo anche attraverso lo strumento elettorale, serve ragionare su quali strumenti darsi, non solo a livello statutario ma anche a livello di autofinanziamento, per sopperire alla cronica carenza di fondi e di personale che ha reso pressoché impossibile portare avanti l’attività politica di Radicali Italiani negli ultimissimi anni.

 

Il lavoro sullo statuto deve, necessariamente, essere visto come funzionale al tipo di organizzazione politica che intendiamo essere, per non perdere tempo a intraprendere un lavoro fine a se stesso.

Per questo, credo sia indispensabile affrontare anche questo nodo, senza tabù e senza nasconderci le implicazioni anche pratiche delle nostre posizioni.

 

 

 

 

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