Il Referendum Propositivo: rischi e opportunità

Contributo di Giovanni Maria Flick

Grazie. Ho chiesto di anticipare il mio intervento per due ragioni: una, purtroppo di impegno che mi costringe poi ad andare alla Corte costituzionale per una questione che era già stata programmata prima dell’ invito l’ onorevole Maggi. L’ altra perché mi sembra, io non sono un costituzionalista, sono un costituzionalista di complemento nel senso che ho fatto per nove anni il giudice costituzionale. Questo è il mio unico titolo. È poco rispetto alla capacità tecniche teorica dei veri costituzionalisti. Posso solo anticipare qualche interrogativo, qualche perplessità e sono abbastanza.

Sperando di non passare ancora una volta per parruccone retrogrado reazionario devo dire che sono totalmente d’accordo col documento introduttivo presentato da Magi. Alcune brevissime considerazioni di metodo prima di arrivare al merito. Forme di democrazia partecipativa, qui do ragione a Luciani,la nostra non è una democrazia diretta, con buona pace dell’aver istituito un Ministro della democrazia diretta che nel nostro paese non c’è. È una democrazia partecipativa. Esempi interni ed esterni di democrazia partecipativa non sono particolarmente rassicuranti e consolanti.

Ne cito tre:

  1. Brexit. Il giorno dopo oddio abbiamo sbagliato! Pensate alla caterva di problemi che son venuti fuori. E questa è la prima testimonianza di disagio che colgo.
  2. Secondo esempio:la proposta di referendum del 2015 nella quale in realtà si formulava un referendum di carattere politico rivestendolo di panni giuridici perché le soluzioni proposte, c’era anche del buono naturalmente, erano, a mio avviso, soprattutto finalizzate a chiedere una risposta politica: volete voi continuare e dare una legittimazione a questo governo che non l’ha avuta elettoralmente? E questo discorso mi sembra abbastanza importante e abbastanza preoccupante perché, consentitemi di fare un parallelismo tra ciò che è capitato col referendum del 2016 e ciò che sta capitando con alcune iniziative legislative in favore della democrazia partecipativa. Se dovessi usare un linguaggio penalistico che ho usato nella mia gioventù, direi che la vicenda del referendum del 2016 era un’ ipotesi di delitto colposo; cioè non c’era l’intenzione immediata e diretta di aggredire la Costituzione o di aggredire il Parlamento. C’era l’intenzione di formulare una richiesta di giudizio politico, rivestita di panni tecnici che, ad avviso di alcuni di noi, compreremo il sottoscritto, erano sbagliati. Cioè per negligenza imprudenza o imperizia si è aperto un fronte di delegittimazione del Parlamento, sia pure con delle premesse giuste quali la modifica del bicameralismo. Adesso la tecnica è diversa ed è la tecnica del delitto doloso cioè, lasciate perdere la parola delitto, non c’entra. Cioè è la tecnica di un’aggressione o di un contrasto diretto con la Costituzione, col Parlamento nell’ ambito della Costituzione. Per questo mi si è un po’ allargato il cuore, ma non troppo, quando ho visto che da parte di una componente della maggioranza di governo, che aveva presentato questo disegno di legge, l’ altro ieri, sia aperta una battaglia a favore della difesa del Parlamento per le competenze del Parlamento nel regionalismo differenziato. Il Parlamento, si è detto, non è soltanto colui che deve mettere un bollo su un qualche cosa compiuto da altri. Deve intervenire, deve potere avere una parte attiva. Sottoscrivo pienamente questa seconda posizione. Però ecco continuo negli esempi che mi lasciano perplesso. Dicevo Brexit, dicevo referendum del 2015-201
  3. Una forma recentissima, sul cui il merito non entro, di espressione della democrazia partecipativa che sostituisce il popolo o una parte di popolo al Parlamento, perché la sovranità appartiene al popolo, nel formulare un giudizio di comportamento “dare o non dare un’ autorizzazione ai sensi dell’ articolo 96 della Costituzione”. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a polemiche e avevamo già vissuto: un quesito che veniva interpretato da molti “Dite Sì per dire No e viceversa”.

Ecco perché ho qualche perplessità di fronte al cercare di affrontare il tema della democrazia partecipativa in un modo che è profondamente colorato dalla tensione politica e dalle posizioni contrapposte. Ed ecco perché non ho condiviso la gioia di alcuni del partito democratico, io non sono iscritto a nessun partito; ho fatto un’esperienza, ante Christum natum, di ministero tecnico, anche se politico, insieme a Ciampi come ministro della Giustizia del primo governo Prodi; poi mi son tirato in disparte, ho voluto provare un’esperienza elettorale per vedere come funzionava, per vedere l’effetto che fa; l’effetto non è stato molto brillante, sapevo che avrei perso, ma mi sono tirato indietro ancora più in fretta. Mi riferisco alle elezioni del 2012-2013, elezioni politiche. Dicevo mi lascia molto perplesso quindi, una situazione nella quale tutti gli argomenti istituzionali e costituzionali sono venati, colorati, stavo per dire inquinati ma non è giusto, da una dimensione politica e da un leit motiv di fondo che la sovranità appartiene al popolo, dimenticando che l’articolo 1 della Costituzione dice 2 cose: che la sovranità appartiene al popolo ma che il popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Se si dimentica questo la Costituzione la possiamo smontare, mettere in un cassetto lasciarla ai nostri nipoti in ricordo di un bel periodo, bello con alcuni difetti, della nostra vita democratica. Ecco perché, dicevo, non mi ha entusiasmato il coro di lodi che ha accompagnato le modifiche proposte dai proponenti il Disegno di Legge nel corso del dibattito parlamentare. Perché, in fondo, la relazione di Magi, nonostante la sua eleganza, tende a dirci che in fondo tante modifiche non ci son poi state o comunque le modifiche che sono state introdotte e che hanno indotto qualcuno a dire: finalmente adesso possiamo votare con i Cinque Stelle, esprimendo un desiderio nascosto che finalmente poteva essere confessato senza ritegno, in realtà sono modifiche che lasciano il tempo che trovano e che mantengono i problemi.

Magi ha prospettato tre profili:

  1. Eliminazione del ballottaggio. Però è arrivato anche lui alla conclusione che in fondo è più un’eliminazione fittizia che non un’eliminazione sostanziale perché siamo sempre allo scontro tra la iniziativa parlamentare e l’ iniziativa popolare diretta. Tutto questo non leva niente all’inerzia vergognosa con cui per settant’ anni il Parlamento non ha dato nessun seguito alle proposte di iniziativa di legge popolare. Questo non leva nulla al modo con cui il Parlamento è stato violentato dal Governo con i decreti legge chilometrici, col voto di fiducia, con l’unico articolo in sede di conversione. Però occorre vedere le cose con una certa calma e con un certo distacco. Allora a me sembra che il tema del ballottaggio non sia stato in realtà risolto, o meglio il tema sottostante al ballottaggio, lo scontro tra la proposta di democrazia partecipativa, continuo non chiamarla democrazia diretta perché non è tale, e la democrazia parlamentare assembleare, rimane esattamente come prima. Rimane come prima e sottoposto a una votazione in cui il popolo, sempre che mi auguro abbia capito, deciderà di votare e di approvare la proposta di iniziativa di partecipazione diretta. E questo apre un altro discorso, Maggi non l’ ha sottolineato, ma a me mi colpisce perché studiando un po’ in giro per l’ Europa e guardando ad esempio il referendum in Svizzera, un Paese che succhia referendum con il latte materno, addirittura voi sapete che in Svizzera col referendum si può modificare la Costituzione. Un referendum abbastanza recente ha stabilito, con legge costituzionale, e nella Costituzione, il divieto di costruire minareti in Svizzera. E va be’ sovranità popolare. Allora anche in Svizzera e c’è una certa qual preoccupazione rispetto a chi propone i referendum. Chi è? Ci son quelli che propongono anche referendum dei cinquantamila. Sì ma qui la proposta del referendum e accompagnata da una serie di poteri molto più ampi a cominciare quello di rinunziare al referendum se c’è una modifica sostanziale nella proposta parlamentare che accompagna quella di inizi di partecipazione popolare. Cioè siamo allo scontro o all’ incontro non so ancora quale sia, tra una democrazia assembleare e una democrazia piattaformale e io, francamente, tra la democrazia assembleare con tutti i suoi difetti, con tutti i suoi vizi, con tutte le sue lacune e una democrazia piatta formale, i cui contenuti non so come funzionino perché non ci si dice come funzionano, mi sento meno preoccupato, non dico non preoccupato, ma meno preoccupato con la prima che non con la seconda.
  2. Secondo grosso problema: il giudizio sì va bene, hai ragione: garantire l’ informazione effettivamente equilibrata è un problema in un Paese nel quale siamo abituati a usare il referendum con il motto dite Sì per fare No o dite No per fare sì. Che il vostro parlare sia Ni ni, So so. Mi preoccupa che in questo Paese poi si pensi come obiettivo raggiungibile a una chiarezza del quesito referendario. L’unico quesito referendario che in questo Paese è stato chiarissimo è stato quello del 1946 “volete la Repubblica o volete la monarchia?”. Quello l’han capito tutti, per ragioni diverse, ma l’han capito tutti. Poi c’è stato un via via, anche nei referendum radicali, c’è stato un certo eccesso di divertissement nel formulare i quesiti. Il problema dell’ammissibilità: condivido la tesi di Magi e avrei visto più volentieri un trasferimento in blocco dei limiti dell’art.75 per il referendum abrogativo, rafforzato ai limiti dell’art. 71per il referendum propositivo. Anche per quell’effetto di trascinamento che rispecchiava tutta l’evoluzione, qualche volta un po’ eccessiva, con cui la Corte costituzionale ha creato una giurisprudenza di inammissibilità dei referendum. Benissimo i limiti dell’art. 71, meno bene, a mio avviso, sono stato nove anni alla Corte costituzionale, la consegna alla Corte del compito di valutare la conformità alla Costituzione della proposta di partecipazione diretta che comprende il tutto e il niente. È una formulazione talmente generica che vi si può far rientrare di tutto e di niente a seconda del cappello interpretativo, della premessa del presupposto, del basamento che si dà al giudizio della Corte. Vedo una cosa che mi preoccupa sul piano del metodo che mi fa ricordare lunghe discussioni che ho avuto con Debray presidente del Conseil constitutionnel francese. Come sapete il Conseil constitutionnel svolge un controllo preventivo sulla legge non ancora entrata in vigore e c’è stato un momento in cui i francesi guardavano con una certa attenzione al nostro sistema di Corte costituzionale che prevede solo quel controllo successivo per evitare il rischio di, io userei la parola, non di inquinamento, ma di commistione politica nel giudizio della Corte. Per carità so benissimo, perché tecnicamente possiamo sostenere che la Corte formula un giudizio di carattere generale ma cos’è politico o di conformità costituzionale? È un vaglio tipo quello che fa il Presidente della Repubblica quando promulga una legge oppure no? A proposito come può fare il Presidente della Repubblica? A chi rinvia, eventualmente, una legge di partecipazione diretta parlamentare se ritiene di non prolungarla? Cosa fa? Manda una serie di cartoline postali a tutti coloro che hanno votato? Sono stato sfottuto per questo mio dubbio, un piccolo dubbio che mi sono posto, piccolo, concreto. Il Presidente della Repubblica quando ritiene di non promulgare una legge parlamentare la rimanda al Parlamento, il quale potrà poi restituirgliela con l’impegno alla promulgazione. E nel caso di una legge che nasca dal referendum dalla partecipazione diretta a chi la rimanda? E questo apre il problema dell’ importanza che vengono ad assumere i proponenti il referendum. Si dice ma già adesso i proponenti referendum hanno una personalizzazione. Sì sì ma è ben diversa la personalizzazione e il potere di un proponente del referendum nel contesto attuale da quello che sarà un domani il proponente il referendum con un sistema di questo genere che ha anche il potere di rinunziare al referendum. Cioè diventa un soggetto politico di rilevanza molto forte, che può essere un soggetto il migliore che c’è, ma se ha soldi e capacità tecnica può diventare colui che attraverso la democrazia piattaformale riesce a condizionare l’altra democrazia e questo non mi piace, mi preoccupa, mi dà fastidio.
  3. Infine l’ ultimo punto: il rinvio come sempre quando i problemi son difficili a una legge applicativa che contiene tutto e che contiene una serie di compiti che forse son più da legge costituzionale che non da legge applicativa. Non scendo nel dettaglio tecnico è stato opportunamente già enunciato nel testo che ci hai mandato con l’ invito a partecipare a questo interessante dibattito. Morale della favola, in un contesto, uso le parole di Magi, di preesistente debolezza del Parlamento nei rapporti con il governo, abuso della decretazione d’ urgenza, prassi della fiducia, maxiemendamenti ecc, per rivitalizzare la democrazia non sarebbe prima al caso di rivitalizzare un po’ il Parlamento? Prima di sposare la strada di una democrazia partecipativa? Ve lo pongo come domanda. Personalmente tanto è un problema che mi interessa, direi relativamente, io davanti a me non ho non ho 100 anni. Ce li hanno i miei nipoti ce li avranno i nipoti dei miei nipoti. Però sono francamente preoccupato, vuoi nel metodo, vuoi nel merito, da questo tipo di proposta, dalla discussione che la sta accompagnando e dal fatto che, di fronte a un Parlamento debole, invece di rafforzarlo, come sarebbe doveroso, finiamo per dequalificarlo e per delegittimarlo completamente.

Grazie

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