L’Italia senza Stato

di Carlo Dammassa

Siamo nati storti, che mentre gli altri Stati attorno a noi si costituivano dando una identità ai popoli che abitavano quei territori, noi abbiamo fatto melina.

Per 200-300 anni c’erano gli Italiani, ma non c’era lo Stato italiano, e per tanti anni abbiamo sghignazzato di ciò che, in un modo o nell’altro, ci ha messo al riparo da tante guerre che in Europa in tutto quel periodo si sono combattute.

Poi l’Italia, come stato, è nata quasi per disperazione, ed un po’ quella disperazione ce la siamo portata appresso, poiché non era chiaro allora e non è chiaro oggi che cosa accomuni profondamente le popolazioni che abitano la penisola.

Questo sentimento mancante di collante comunitario è la faccia della medaglia di un Stato debole, fragile, in realtà assente che nella nostra stragrande maggioranza identifichiamo come qualcosa da una parte da depredare e dall’altra da temere.

E come è andata avanti la faccenda? La faccenda è andata avanti che qualcuno si è preso la briga di colmare quel vuoto. Fu il Fascismo che segnò l’uguaglianza tra Partito e Stato; il cittadino fascista era il cittadino italiano, e viceversa; per gli altri non c’era spazio.

Poco o nulla cambiò con la Repubblica quando al posto del “partito unico” si costituirono i partiti che andarono a supplire al deficit dello Stato, né si impegnarono molto a far nascere e vivere ” l’Istituzione garante di tutta una comunità “. I partiti ( DC, PCI e similia ) furono “Lo Stato” in quella forma patologica e metastatica chiamata partitocrazia.

Come viveva questo regime? Viveva, si alimentava e si legittimava consentendo l’entrata nella pubblica amministrazione – quella che effettivamente rappresenta corporativamente lo Stato – in larghissima parte solo a chi “avesse una tessera “.

Fu chiaro da subito che una cosa era la Sanità, ( la giustizia, o l’istruzione, o l’informazione, o la sicurezza, etc..) come diritto costituzionale del cittadino, (diritto che l’Istituzione, Lo Stato, deve garantire ) ed altra cosa era il Servizio Sanitario Nazionale che nasce e prospera con altre esigenze prettamente corporative.

Per creare i luoghi del consenso e del potere di quei partiti, furono letteralmente inventate quindi sacche di aziende, associazioni tutte zeppe di persone messe là dalla politica, e che quindi non stavano là per affermare concretamente il diritto del cittadino, e cioè la Costituzione, ma che rispondevano unicamente a logiche partitocratiche, cioè di potere dei partiti, o altri potentati, che colmavano il vuoto dello stato, cioè dell’istituzione, e infiltravano quei comparti devastandoli nella misura in cui, lo ripetiamo, lo scopo non era il diritto dei cittadini, ma le logiche spartitorie interne, la sistematica irresponsabilità degli operatori, l’assoluta sicurezza dello stipendio, della carriera, dei premi di produzione, dei privilegi tutti assolutamente sganciati dalla produttività e con la correità sindacale a suggellare quell’occupazione delle forme dello Stato; e a tal proposito ricordiamo quanto della Rai, esempio estesibile anche ad altre realtà, si dicesse : – Hanno assunto un democristiano, un comunista, un socialista, ed uno che lavora – fu chiaro a tutti che l’articolazione dello stato non aveva cambiato sostanzialmente atmosfera dall’epoca fascista a tutta la fase repubblicana in un continuum di partitocrazia declinata, secondo una felice definizione, prima al singolare (Partito-Stato) e poi al plurale (Partiti-Stato).

Con la decomposizione dei partiti della prima repubblica, corrotti dal doversi occupare di spartizioni pubbliche, statali e parastatali, nulla è granché cambiato visto che quel comparto, illegale e fuorilegge che chiamiamo pubblica amministrazione, e degli elementi dell’imprenditoria che con quello vanno a braccetto, prosperando nel letamaio degli accordi tra vere e proprie cosche, ha via via partorito e riconosciuto partiti e movimenti politici che dovessero seguire lo stesso schema : infiltrarsi nello stato, sabotarne la funzione istituzionale, garantire quei lavoratori, badate bene, messi là – in larga misura – senza alcun merito, truccando, aggiustando, indirizzando concorsi, e producendo strutture di natura autoreferenziale.

Il luogo dove tutta questa ambivalenza si realizza e si manifesta, è espressamente quello delle società o aziende partecipate. Se proviamo a focalizzarci su esempi come quelli del trasporto pubblico romano capiamo molto bene le logiche declinate a livello locale di una malattia che parte da molto più in alto.

Qual è il diritto dei cittadini a Roma, in merito? Ovviamente che ci sia un trasporto publico. Per tutta evidenza a Roma si è costituita l’Azienda locale chiamata Atac che, nel corso degli anni ha manifestato pari pari tutte le discrepanze di cui abbiamo parlato precedentemente in generale sui dis-rapporti tra Stato e Partiti.

I quali partiti hanno inzeppato l’Atac di lavoratori e dirigenti in quota A,B,C e così via, tanto che con il passare del tempo, l’Atac, invece di essere lo strumento per realizzare il servizio dei trasporti, ovvero per realizzare un diritto dei cittadini, è diventato essa stessa lo scopo finale delle attenzioni del Comune. Bisognava salvare l’Atac, invece che assicurare un decente trasporto pubblico.

E, a sfinimento, il salvare l’Atac era il salvare un sistema di partiti che hanno infiltrato in questo modo lo Stato, sostituendo l’interesse generale con i propri interessi di parte, corrompendosi irrimediabilmente.

Difendere l’Atac – esempio come tanti – era fondamentale per quella logica perché con L’Atac si difendeva lo stato, e lo stato non erano nient’altro che quei partiti, che lo avevano sostituito, infiltrandolo. Del vero interesse pubblico, istituzionale, non interessava a molti, anzi.

Quando quel sistema di partiti è via via crollato, infettato principalmente dalle loro attività di ottenere voti dando in cambio posti di lavoro pubblici e cioè intangibili, quegli stessi apparati hanno cercato altri partiti e movimenti che ne difendessero il primitivo diritto acquisito ed inalienabile di essere riusciti ad entrare nello stato ricevendo la sicurezza lavorativa, tale perché pubblica e statale.

E puntualmente si è materializzata l’ennesima variante della partitocrazia, quel movimento 5S che ha ottenuto valanghe di voti sia perché quelli “di prima” si erano dimostrati marci e corrotti, ma soprattutto perché, lo stesso 5S ha sapientemente strizzato l’occhio a tutto quel corpaccione di lavoratori facendosi ennesimo garante di interessi personali mascherati da servizi pubblici.

I 5S sono e si pongono come l’ultimo Partito/Stato, e per tornare a Roma questa dirittura la si vede e la si è vista chiaramente. Lo scorso anno, una associazione di cittadini osò immaginare – per la prima vota in città – una raccolta firme per indire un referendum consultivo.

Un gruppo di cittadini si era quindi associato per chiedere all’intera comunità di romani di dire la loro su una questione importante come il trasporto pubblico locale. Per fare ciò, come da Statuto del Comune di Roma, bisognava raccogliere circa 30.000 firme autenticate.

Quell’associazione comprese da subito che per quella raccolta firme sarebbero stati necessari tanti denari per pagare gli autenticatori, visto che quelli istituzionali non erano effettivamente disponibili.

Si chiese quindi all’amministrazione comunale (Lo Stato), di garantire un diritto politico, allargando la gamma di coloro che potessero autenticare quelle firme, e con ciò di non dover pesare economicamente sull’associazione. La risposta del Comune fu tanto glaciale quanto presumibile: – Gli autenticatori ve li pagate – Perché – dico – presumibile ?

Quella risposta fu presumibile e inevitabile. Nonostante i 5S fossero giunti in campidoglio brandendo la bandiera della democrazia diretta, fu chiaro da subito che la loro impostazione era di vera e propria supplenza dello stato come da naturale evoluzione partitocratica, pareggiando quel che “quelli prima di loro” avevano nel corso di 50 anni già ampiamente compiuto, boicottando ogni istituto referendario, rendendolo oltremodo impraticabile, tanto impervio nella realizzazione quanto – se necessario – ostacolatile anche a risultato ottenuto.

I 5S si sono quindi mossi con la stessa logica, quella cioè di uno Stato che tutela i propri “fiori all’occhiello”; fu questa infatti la definizione che il sindaco attribuì alla Atac.

Per il sindaco quindi, il fiore all’occhiello non era la civiltà del cittadino che paga le tasse per un servizio del genere, senza ricorrere alla molotov in presenza invece di un servizio tanto schifoso; no, ma il fiore all’occhiello era l’Atac.

E si badi bene, ripetendolo fino alla noia, la difesa dell’Atac era la difesa dello stato, perché – a questo stato – del diritto dei cittadini frega molto meno che della conservazione di carrozzoni creati e mantenuti per tutt’altra logica, in chiara ed evidente supplenza dello stato da parte dei partiti che si sono succeduti.

Tornando all’associazione che voleva mettere su il referendum che si occupasse del servizio del trasporto pubblico, fu chiaro che dovendo pagare così tanto per quegli autenticatori, quella raccolta firme sarebbe costata un occhio della testa.

L’errore – forse – fu trovarli quei soldi; l’errore fu stringere i denti e supplire ad un vero attentato politico compiuto dall’Istituzione “Comune di Roma” nei confronti del diritto costituzionale di semplici cittadini di svolgere attività politica, come inneggia la costituzione.
Fu anche responsabilità di chi vi scrive, quella cioè di addestrare, spronare, convincere decine di militanti, spesso giovani, inesperti e timorosi, a chiedere ai tavoli, oltre che le firme, anche il necessario denaro per pagare tutta quella iniziativa, sulla quale gravava in buona parte, anche il costo a supplenza di uno stato che – volutamente, e per l’ennesima volta e modalità – decideva chi fossero cittadini di serie A e di serie B.

Quei soldi furono pian piano trovati, il risultato delle 30.000 firme fu raggiunto ed a quel punto accadde quel che da sempre accade in Italia: tu ti sforzi per denunciare un reato che lo stato compie, cerchi di supplirvi senza violenza, e a risultato ottenuto ti trovi anche di fronte quelli che ti dicono che se cel’hai fatta vuol dire che qualcosa di losco hai brigato.

Ci vorranno mesi prima che quella cosa indegna, chiamata Comune di Roma, sentenziasse che le firme ci fossero. Quei referendum sul trasporto pubblico locale si sarebbe svolto, ma da allora quel diritto politico acquisito fu inevitabilmente contrastato, sottaciuto, minimizzato – meglio dire – temuto.

Se avessimo avuto uno Stato degno di questo nome, il referendum – che dovrà ottenere il quorum – non sarebbe stato indetto a ricasco di una festa nazionale, ma avrebbe trovato una data ottimale per garantirne la partecipazione, perché di questo stiamo parlando, di una partecipazione popolare di carattere politico per la quale la Istituzione dovrebbe farsi in quattro per illuminarla di valore e di significato, a garanzia della Costituzione.

Ed invece, conseguentemente a tutta la storia italiana di uno stato assente e di partiti che lo vanno a sostituire e quindi – naturalmente – a sabotarlo, questo referendum che il Comune stesso aveva indetto per il 3 giugno, lo stesso Comune lo ha tenuto ben oscurato sui propri siti istituzionali e infine lo ha posticipato a novembre.

A tutto il 22 aprile, di questo referendum il Comune non ne fa menzione, non provvede a stilare quel regolamento che regolerebbe l’intera campagna referendaria, e di conseguenza non contribuisce minimamente a parlarne. Capite bene : l’Istituzione – Lo Stato – indice un referendum e si preoccupa che se ne parli il meno possibile; né più né meno come quelle figure mitologicamente tragiche che partoriscono un figlio e poi gli tappano il naso per non farlo respirare.

L’idea che buona parte dei problemi dell’Italia provengano da una storica carenza di legittimità delle Istituzioni, alla quale come detto i partiti hanno inteso rimediare finendo per aggravarne la consistenza, è appunto un’idea più o meno condivisa da gran parte dei cittadini, i quali cittadini, se da un lato nel corso degli anni hanno verificato l’inaffidabilità di quella cosa impropriamente chiamata Stato, dall’altra – con italica e collaudata doppiezza – con questa inaffidabilità hanno imparato a conviverci, a volte sudditamente a malincuore, altre volte con una interessata corrispondenza poiché in questo maledetto paese ben pochi possono dire di portare a casa uno stipendio che non provenga direttamente o indirettamente dalle mammelle infette dello Stato stesso.

Può avere un futuro una comunità assemblata senza grandi punti in comune e cresciuta come detto senza il collante della garanzia istituzionale, tanto da non riuscire a riconoscersi, fatte salve le inevitabili frivolezze, nemmeno in una Festa Nazionale? Io credo di no, e anche quel tentativo di oltrepassare tutti i nostri atavici problemi per proiettarci in una dimensione di prospettiva europea sta evidentemente fallendo, non già perché l’Europa non esiste, quanto perché per potersi sciogliere in una relazione dall’eventuale sapore federativo lo si può fare solo partendo da una profonda considerazione di se stessi, che noi italiani, come comunità, non abbiamo mai avuto e voluto costruire.

La questione quindi minutamente Romana di un Comune che ostacola l’istituzionale scadenza referendaria sul trasporto pubblico è l’ennesima variante che vede in questo paese lo Stato sabotare il diritto dei cittadini, l’ultimo atto eversivo di un capitolo della nostra storia che qualcuno prima di me ha inteso chiamare “La Peste italiana”.

30 maggio 2018

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