Congresso delle Famiglie, Bonino e Manzi: «La famiglia lodata a Verona è reazionaria come il sovranismo»


🔴 Le nostre iniziative durante il Congresso delle Famiglie ➡️ Dialoghi d’Amore – 29 marzo 2019 a Verona


di Emma Bonino e Silvja Manzi, lettera al Corriere della Sera pubblicata il 16 marzo 2019

La storia dei diritti civili nel secolo scorso è stata in primis la storia dell’emancipazione femminile.

Proprio la famiglia – l’istituto sociale e giuridico, che molti si ostinano a considerare “naturale” e che è invece un prodotto culturale e riflette l’evoluzione del costume civile – è stata da subito il fronte di questa lunga e non conclusa battaglia politica.

In Italia, la cosiddetta autorizzazione maritale, cioè la subordinazione della donna coniugata al marito per tutte le questioni economiche e patrimoniali, è stata abolita esattamente un secolo fa. Fino ad allora, nella famiglia cosiddetta tradizionale, la moglie era una “cosa” di proprietà del marito.

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Manifestazione divorzista a Piazza del Popolo, donna con cartello: “divorzio subito” – 1966

Il reato di adulterio, cui erano soggette solo le mogli, e non i mariti, è stata dichiarata incostituzionale cinquant’anni fa. Quando sono nati gli organizzatori degli innumerevoli Family Day e del prossimo Forum mondiale delle famiglie di Verona, la famiglia era un’istituzione discriminatoria, dove i rapporti tra i coniugi replicavano rapporti di genere (e di potere tra i generi) segnati da una cultura maschilista.

Ad aprire la strada alla piena parità morale e giuridica dei coniugi, nei rapporti reciproci e in quelli con i figli, è stata proprio la legge sul divorzio e la vittoria del No al referendum per la sua abrogazione nel 1974. Il nuovo diritto di famiglia è del 1975 e non sarebbe mai stato possibile senza una legge, come quella sul divorzio, che mettesse in discussione, con l’indissolubilità del matrimonio, anche l’intangibilità dei rapporti di potere tra i coniugi dentro il matrimonio. In quel passaggio fu decisivo il contributo del Partito Radicale e di quei dirigenti radicali, da Marco Pannella, a Gianfranco Spadaccia e a Mauro Mellini, che compresero come il divorzio sarebbe diventato un vero discrimine della storia civile dell’Italia e un fattore di decisiva modernizzazione politica.

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Manifestazione davanti al Senato, al termine di un digiuno di 24 giorni, per chiedere che sia discussa la legge sul divorzio – 1970

La famiglia, in Italia, ha cessato di essere un’istituzione patriarcale quando ha cessato di essere “sacra” ed è stata considerata laicamente come un luogo dove maturano rapporti di responsabilità che tutti sono tenuti, in uguale misura, a corrispondere. Le donne, in particolare, hanno iniziato a diventare “un po’ più uguali” quando la legge ha riconosciuto loro diritti certi e esigibili in caso di separazione.

L’onda lunga di quella positiva rivoluzione egualitaria, che in Italia è stata tardiva rispetto alla gran parte dei Paesi europei, è arrivata fino a leggi assolutamente recenti – quella sulla piena uguaglianza di diritti tra figli naturali e legittimi e sul riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali – che appartengono integralmente alla storia della emancipazione femminile e della sua positiva influenza sull’evoluzione dell’istituto familiare.

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Piazza Montecitorio. Roberto Cicciomessere tiene al collo cartello: “Divorzio. Digiuno ad oltranza contro chi mangia ad oltranza” 1969

Negli ultimi anni in Italia e in molti Paesi europei la “difesa della famiglia” è il nome presentabile di un progetto molto meno presentabile, cioè quello della restaurazione di un modello di famiglia fondato sul principio di potere e non di responsabilità. I cosiddetti difensori della famiglia sono in realtà fieri oppositori di tutto ciò che la famiglia è fortunatamente diventata in tutte le società avanzate.

Non è neppure casuale che il fronte “familista” coincida perfettamente in Europa con quello nazionalista e antieuropeo, perché proprio l’Ue, con le sue norme e grazie alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, è accusata di avere favorito questa transizione culturale e di avere tagliato le radici alle culture tradizionali.

Tra quanti sfileranno alla kermesse di Verona, accanto al Ministro Salvini, che con il Ministro Fontana è il terminale italiano di questo network europeo, fanno bella mostra di sé esponenti orbaniani e putiniani. La restaurazione della “famiglia tradizionale” è come quella della “sovranità nazionale” parte dello stesso progetto reazionario e della stessa cultura contraria a un ordine sociale che sia il prodotto della cooperazione libera e volontaria tra gli individui e tra gli stati.

Gli organizzatori del Forum di Verona, come dei precedenti, pensano semplicemente che la libertà personale, a partire dai rapporti familiari, sia un fattore di disordine e debolezza politica e quindi attaccano nell’Ue il garante di quella piena uguaglianza giuridica tra le persone, a prescindere dal genere e dall’orientamento sessuale, che è il presupposto fondamentale dei modelli familiari contemporanei.

Anche nell’approccio sociale a questi temi, i “familisti” mostrano una detestabile ipocrisia, perché è assolutamente evidente da decenni che c’è una correlazione positiva tra la modernizzazione dell’istituto familiare, un welfare pro family efficiente e il lavoro delle donne. In Italia, al contrario, dove da decenni si combatte una guerra senza quartiere sui valori non negoziabili, la spesa sociale per la famiglia è nettamente inferiore a quella dei paesi cosiddetti “relativisti” e il tasso di occupazione femminile è addirittura imbarazzante (con l’Italia fanalino di coda nell’Ue, dopo la Grecia). E non è un caso.

Proprio questo tassello mancante dell’emancipazione femminile sarà al centro delle nostre iniziative a Verona nel fine settimana dal 29 al 31 marzo, con il Comitato di Radicali italiani e le manifestazioni che saranno organizzate da +Europa.

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