Gap tra Nord e Sud? La risposta è l’Europa

articolo del segretario Massimiliano Iervolino pubblicato su il Riformista del 13 febbraio 2020

Gestione dei rifiuti e trasporto ferroviario, cosa hanno in comune questi sistemi? Entrambi, in termini di infrastrutture, contribuiscono a mantenere larga la forbice del divario tra nord e sud Italia. Entrambi hanno un forte impatto sull’ambiente. Entrambi hanno un forte impatto sulla vita quotidiana dei cittadini.

Rifiuti, al Nord oltre la metà degli impianti

Sacchi e sacchi di immondizia non raccolti nelle strade delle città del centro-sud. Questa è l’immagine alla quale siamo, purtroppo, abituati. Solo un sintomo di quel divario che separa l’Italia quando si parla di rifiuti. Su 646 impianti distribuiti nel Paese il 55% (353) è localizzato al Nord, nel Sud si trova il 27% (174) e il restante 18% (119) è nelle regioni del Centro, come fotografa Ispra. Una differenza che non trova certo giustificazione nella seppur maggiore produzione di rifiuti del Settentrione. Meno impianti uguale più costi: nelle tre aree geografiche la spesa pro capite per la gestione dell’immondizia è inversamente proporzionale al numero di impianti. Così, il denaro versato da un cittadino che vive in una regione del Nord ammonta a circa 154 euro in un anno. Chi vive nel Mezzogiorno deve tirare fuori oltre il 20% in più, ossia 186 euro, mentre i residenti del Centro pagano quasi il 35% in più, ben 208 euro. La mancanza di impianti comporta anche che solo da Campania, Lazio e Sicilia partano complessivamente 373 tir ogni giorno per trasportare in altre regioni quasi 9mila tonnellate di rifiuti (elaborazioni Laboratorio REF ricerche). E crea le condizioni in cui fioriscono le attività illecite: dalle pratiche anomale all’interno degli impianti, al ciclo nero dei rifiuti in mano alla criminalità. I costi di questa inefficienza, dunque, si manifestano attraverso ripercussioni negative che vanno al di là delle tasche del cittadino, colpendolo nella salute sua e dell’ambiente che lo circonda e abbattendosi sulla legalità.

Pochi treni, vecchi e lenti al Sud

Se guardiano al trasporto ferroviario, scopriamo uno scenario che vede il Sud altrettanto penalizzato: i treni sono pochi, vecchi e in buona parte si spostano lungo linee non elettrificate (a raccontarlo il rapporto di Legambiente, “Pendolaria 2019”). Un cittadino che risiede in Sicilia ha a disposizione in un giorno 486 corse di treni regionali, contro le 2.560 di chi abita in Lombardia. Puntando il riflettore su un’altra regione meridionale, una persona che vuole percorrere i 110 chilometri che separano Crotone da Cosenza ricorrendo alle ferrovie impiegherà – qualora riuscisse a usufruire di una delle poche soluzioni con un solo cambio – almeno 3 ore. E questo senza tenere conto di eventuali ritardi. In auto ci vuole la metà del tempo, ma più denaro, poiché il carburante necessario a coprire il tratto stradale è maggiore del costo del biglietto (12 euro). Maggiori sono anche le emissioni di diossido di carbonio: quasi 20 chili per un’automobile euro 5 di categoria media, contro gli 8,5 del treno (anzi, dei due treni) come consente di calcolare EcoPassenger. La scarsità di treni, la loro lentezza, disservizi quali ritardi e soppressioni, spingono molti pendolari – e viaggiatori meno abituali – a optare per la macchina: non è un caso se, dal 2011 al 2018, la maggior parte delle regioni del Mezzogiorno e le isole hanno assistito a un decremento significativo del numero di passeggeri, con picco negativo in Campania, dove si sfiora il dimezzamento (da 467mila a meno di 263mila).
Come per il sistema rifiuti, anche in questo caso i costi dell’inefficienza si riflettono negativamente non solo sul portafogli del cittadino, ma anche sulla sua salute, sull’ambiente.

Un gap che possiamo iniziare a ridurre

Un divario in infrastrutture essenziali, quello descritto finora, ancora più grave se consideriamo che nel Mezzogiorno il Pil pro-capite si ferma a 19mila euro (reddito per abitante di 14mila), quasi la metà degli oltre 36mila del Nord-Ovest e 35mila del Nord-Est. Da anni la politica promette di volerlo superare, invano. Iniziamo, almeno, ad affrontarlo.

Oggi, con la chance che ci è offerta dal Green Deal europeo, possono essere i settori chiave per il rilancio e la crescita sostenibile del Mezzogiorno. Solo, però, se il loro ripensamento è inserito in un’unica visione, capace di analizzare in modo concreto sfide e opportunità poste dal territorio, abbandonando infantili nazionalismi e guardando con occhio critico ai problemi che affliggono certe zone. E a patto che l’Unione fornisca davvero risorse e strumenti adeguati a portare avanti quanto si prefigge. Il Green Deal europeo potrebbe essere un ingranaggio essenziale del motore, fare la differenza, se capace di prevedere finanziamenti e strumenti utili a far partire le opere.

Sappiamo anche di non poter assolutamente sottovalutare la farraginosa burocrazia che permea soprattutto il Mezzogiorno, così come la criminalità organizzata, sempre attenta alle nuove possibilità di guadagno. Per questo, prima di pensare a come sottrarre gli investimenti dal computo del deficit, è fondamentale rivedere la nuova disciplina degli appalti, definita dai più criminogena, elaborando parallelamente strumenti normativi di stampo europeo in grado di garantire contemporaneamente l’afflusso di capitali, procedimenti autorizzativi snelli e un giusto equilibrio fra concorrenza e clausole sociali.

Ridurre le emissioni, abbattere i costi sostenuti dai cittadini e migliorarne direttamente e indirettamente la vita, attraverso l’offerta di servizi più funzionali e il ripristino della legalità, sono elementi che si combinano in una programmazione complessa che non può fare a meno del sostegno dell’Unione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA