A proposito di elezioni, accuse di elettoralismo, rapporti col PD e con Renzi

di Gianfranco Spadaccia

Una risposta che sarebbe necessaria anche sul piano elettorale e una impresa difficile, tutta in salita

Prodi ha nei giorni scorsi dichiarato la sua estraneità agli sviluppi della situazione politica italiana e vaticinato, probabilmente con ragione, giorni oscuri per la nostra Repubblica. Enrico Letta, nella recente convention sull’Europa promossa da Radicali Italiani, ha rivendicato la sua decisione di non candidarsi quasi come un titolo di merito, un segno di disinteresse personale capace di attribuire maggiore credibilità in favore delle sue convenzioni europeiste.

E’ un segno di debolezza e un peccato perché io sono convinto che la lotta per il rafforzamento dell’Unione sia più che mai aperta e che i populisti (in realtà neonazionalisti e neorazzisti) non abbiano ancora vinto e che non debbano fare i conti solo con coloro che li subiscono o li rincorrono. Esiste una Italia più vasta di quanto noi crediamo che purtroppo è rimasta senza voce e senza rappresentanza e che avrebbe bisogno delle loro (e non solo delle loro) candidature e volontà di risuscitarla, esprimerla, rappresentarla.

Hanno invece deciso di tentarlo, nonostante la loro solitudine, la propria debolezza organizzativa, le divisioni interne al mondo radicale, Radicali Italiani e il movimento Forza Europa. Non è un atto di presunzione e di incoscienza, è un atto di coraggio. Allo stato dei fatti è poco più di un sondaggio per censire le forze, le energie che nel paese siano disposte a promuovere una alternativa europea in un orizzonte chiaramente federalista e ad opporsi ad ogni balcanizzazione dell’Europa e ad ogni deriva sovranista e nazionalista: e quindi a candidarsi in una lista che abbia queste caratteristiche e soprattutto a creare le condizioni per la sua presentazione e la sua possibilità e capacità di parlare al paese.

Non sarà facile perché anche la legge Rosato si ispira alla filosofia che gli attuali protagonisti della politica italiana hanno ereditato dalla partitocrazia: “chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori”. In mancanza della firma digitale che nessuno dei tanti che cianciano di democrazia diretta si è preoccupato di proporre e di introdurre nel nostro ordinamento, per chi “è fuori” la strozzatura è rappresentata dalla mancanza di autenticatori. Ed anche ammesso che si superasse questo ostacolo e si riuscisse a consolidare lo zoccolo duro di un soggetto politico, più largo dei movimenti che lo promuovono e che non corra però il rischio di essere solo un cartello elettorale, si dovrebbe poi superare l’altro ostacolo: quello di riuscire a parlare all’opinione pubblica e a una platea più larga possibile dell’intero elettorato italiano. Dovremmo fare i conti con la storica e abituale esclusione dall’informazione e dal dibattito politico. Si può dubitare che Mattarella abbia l’autorità e la volontà di intervenire che nel 2009 ebbe Napolitano ed è vano sperare sia nella commissione di vigilanza presieduta dal grillino Fico, sia nell’attenzione di testate che si preoccupano soprattutto di ingraziarsi i nuovi padroni.

Con ogni probabilità non ce la faremo. Avremmo bisogno di un valore aggiunto che, allo stato dei fatti, manca ancora del tutto. E certamente, anche ad ignorare le volgari diffamazioni e il processo alle intenzioni di altri radicali nei nostri confronti, non aiutano alcune strumentali anticipazioni di stampa che presentano l’iniziativa in funzione di un aiuto a Renzi, dando per scontata la presenza di una lista europeista in coalizione con il PD, che non è invece affatto scontata e può rivelarsi non solo difficile ma forse addirittura impossibile.

La scelta europea dei radicali ha infatti altri due corollari: una politica di governo a lungo termine del fenomeno migratorio, che sembra contrastare con le scelte compiute dal governo, un progetto pluriennale di rientro del debito pubblico, che sottrae ogni anno 70miliardi di euro di interessi agli investimenti necessari alla ricerca scientifica, all’innovazione tecnologica, agli interventi per combattere la povertà e la disoccupazione, alla manutenzione e all’ammodernamento delle nostre strutture pubbliche. E sono risorse destinate ad aumentare con il probabile rialzo dei tassi di interesse.

Mi auguro di sbagliare ma, su tutti e tre i punti qualificanti di questa possibile e auspicabile lista (rafforzamento e democratizzazione del processo di unità europea, politica di governo dell’immigrazione, progetto di rientro dal debito pubblico), allo stato dei fatti, la politica del PD mi sembra collidere più che convergere con le nostre proposte. Dico questo pur sapendo che la legge Rosato a differenza della legge Mattarella non chiede alle coalizioni di convergere su un programma e su un candidato comune e nonostante mi sia chiaro che con la stessa legge un terzo degli eletti alla Camera e al Senato lo saranno in collegi uninominali e dunque la presentazione di candidati di una lista che si presenti da sola alla elezioni si espone inevitabilmente al rischio di una dispersione dei voti.

A questo bisogna aggiungere in chiusura di legislatura, l’indecisione del PD a proposito dello ius soli e del testamento biologico (a favore del quale si sono espressi i 5 stelle), per tacere della legge sulla cannabis.

Il momento che viviamo è tuttavia tanto drammatico sul piano europeo e mondiale che, nonostante difficoltà, ostruzioni e ostacoli, il tentativo va perseguito con determinazione. Si faccia tutto quel che si deve e accada quel che può.

Chi nel nostro mondo o nel più vasto schieramento di coloro che con noi hanno condiviso alcuni valori e obiettivi di riforma fondamentali ha deciso di non aderirvi e di osteggiarlo pregiudizialmente, ritiene evidentemente che la battaglia per l’Europa sia già persa senza rendersi conto che, se davvero l’unica prospettiva europea è quella della balcanizzazione e del ritorno alla sovranità esclusiva dei singoli stati nazionali, sarebbe a maggior ragione definitivamente persa anche la battaglia per i diritti umani e per lo Stato di diritto e quella per l’ampliamento della democrazia nel mondo.

Chi pensa, in forza della sua età ancora giovane e nella speranza della propria crescita individuale, che si debba attendere la maturazione di questa crisi e rinviare il tentativo ad un altro momento più favorevole, magari alle prossime elezioni europee, temo che sottovaluti grandemente il rischio di scoprire che in Italia e in Europa la situazione potrebbe essere nel frattempo del tutto compromessa.

16 novembre 2017

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