Giustizia: Brasile, Lula, Europa e Stati di (non) diritto

di Giulia Crivellini, membro di direzione di Radicali Italiani.

Quello che sta succedendo in questi giorni in Brasile, al pari di quanto è avvenuto nella “nostra” Polonia o alla vicina Turchia, rende evidente quanto la giustizia rappresenti il cuore dello Stato di diritto.

Se la giustizia non funziona, se essa viene manipolata dall’esecutivo, se crollano le garanzie per i cittadini, per gli indagati, per i condannati, o per i cosiddetti “peggiori corrotti e corruttori” crolla tutto.

La “vicenda Lula” non è a mio avviso la folle, ma non troppo sorprendente, vicenda giudiziaria di uno dei tanti paesi sudamericani. È molto di più e riguarda tutti noi, europei e italiani.

E’ la vicenda che mette in luce la semplicità con cui si può far crollare la democrazia attraverso il suo apparato giudiziario.

E in soli quattro passaggi, come ben evidenziato da un maestro del diritto come Luigi Ferrajoli, in un editoriale di due giorni fa su Il Manifesto (consultabile a questo link).

Primo, il rapporto tra stampa e organi giudiziari. La creazione di una campagna diffamatoria e la diffusione massiccia di notizie coperte da segreto istruttorio, unitamente ad un eccesso di protagonismo mediatico dell’organo dell’accusa.

Secondo, la mancata separazione tra accusa e giudicante. Chi porta avanti le indagini è (in Brasile, ma ovviamente con un eco anche alla nostra riforma mancata) colui che emette la sentenza: viene cancellato ogni tratto di imparzialità dell’organo decisionale e il giudice diviene colui che “cerca nel prigioniero ilo delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce” (per citare Beccaria).

Terzo, la cultura della ricerca e della valutazione delle prove. L’iter probatorio – come ben sottolineato da Ferrajoli – è caratterizzato dalla circostanza per la quale “la tesi accusatoria funziona da criterio di orientamento delle indagini, da filtro selettivo di credibilità delle prove e da chiave interpretativa dell’intero materiale processuale”. Una prova è attendibile solo se corrisponde alla tesi dell’accusa, viceversa deve essere ignorata.

Ed infine, la scelta e l’orientamento dei tempi processuali rispetto alle scadenze e agli appuntamenti della politica. L’avvio di indagini e l’arrivo di condanne “a orologeria”.

Così si forma il consenso, così si sgretolano le democrazie, in una banale quanto malvagia escalation di riforme e storture delle garanzie.

Questo è quello che accade in un paese molto lontano dal nostro e dal nostro continente. Ma purtoppo, e a ben guardare o a ben ragionare, neanche troppo.

9 aprile 2018

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